Don Luigi Guanella e l’opera della Provvidenza

di Rai Vaticano | 22 Ottobre, 2011

La Provvidenza divina conosce gli enigmi del mondo, sa che cosa c’è nel cuore dell’uomo e che cosa gli riserva l’avvenire. La Provvidenza divina esiste. E sceglie i più umili, i più poveri, i più abbandonati. Spesso si serve di braccia amorose di fratelli, di cuori generosi pronti a spendersi nel nome di Dio, che è sempre Padre provvidente e buono. E fu così che la sera del 5 aprile del 1886, mentre il cielo si tingeva di scuro, una piccola barca con poche masserizie, due suore e alcune orfanelle salpò dall’imbarcadero di Pianello Lario per raggiungere Como. Un prete montanaro gettava il primo granellino di senapa di una grande opera: quel prete era Luigi Guanella e l’opera era la Casa della divina Provvidenza, che poi diventerà la Casa Madre delle due Congregazioni, quella femminile e quella maschile, da lui fondate, le Figlie di S. Maria della Provvidenza e i Servi della Carità.

Solo un visionario, ma un visionario profondamente innamorato di Dio, poteva credere a un inizio così povero per la sua attività apostolica che a taluni poteva sembrare pazzia. Ma di questi pazzi di Dio è fatta la storia della Chiesa cattolica dalle origini fino ad oggi, e don Guanella – che questo mese di ottobre sale alla gloria degli altari come santo – si inserisce in questo fiume sotterraneo e glorioso che innerva il mondo sotto ogni cielo e latitudine.

Nevicava quel giorno che venne alla luce, il 19 dicembre 1842, a Fraciscio di Campodolcino in Val San Giacomo (Sondrio). In quella conca alpina trascorse l’infanzia fino all’età di dodici anni, quando ottenne un posto gratuito nel collegio Gallio di Como, per poi proseguire gli studi nei seminari diocesani (1854-1866). Ogni volta che tornava al suo paese per le vacanze autunnali il giovane seminarista si immergeva nella povertà delle valli alpine, passava il suo tempo libero a interessarsi dei bambini e degli anziani e ammalati del paese. Fu ordinato sacerdote il 26 maggio 1866.

Entrò con entusiasmo nella vita pastorale in Valchiavenna (Prosto, 1866 e Savogno, 1867-1875) e, dopo un triennio salesiano, fu di nuovo in parrocchia in Valtellina (Traona, 1878-1881), per pochi mesi a Olmo e infine a Pianello Lario (Como, 1881-1890). Fin dagli inizi a Savogno rivelò i suoi interessi pastorali: l’istruzione dei ragazzi e degli adulti, l’elevazione religiosa, morale e sociale dei suoi parrocchiani, con la difesa del popolo dagli assalti del liberalismo e con l’attenzione privilegiata ai più poveri. Non disdegnava interventi battaglieri, quando si vedeva ingiustamente frenato o contraddetto dalle autorità civili nel suo ministero, così che venne presto segnato fra i soggetti pericolosi (“legge dei sospetti”). Nel frattempo a Savogno approfondiva la conoscenza di don Bosco e dell’opera del Cottolengo; invitò don Bosco ad aprire un collegio in valle, ma non potendo realizzare il progetto, don Guanella ottenne di andare da lui per un certo periodo.

Richiamato in diocesi dal Vescovo, aprì in Traona un collegio di tipo salesiano, ma anche qui venne ostacolato. Le autorità politiche non vedevano di buon occhio l’iniziativa benefica e consideravano don Guanella “un prete sovversivo venuto in Valtellina dalla scuola di don Bosco con l’idea di popolare la valle di preti, frati e monache”. Così gli fu imposto di chiudere il collegio. Fu mandato per un po’ di tempo ad Olmo, una delle parrocchie più isolate della diocesi dove si pensava che potesse dare meno noia. Successivamente a Pianello poté dedicarsi all’attività di assistenza ai poveri, rilevando l’Ospizio fondato dal predecessore don Carlo Coppini, con alcune orsoline che organizzò in congregazione religiosa (Figlie di S. Maria della Provvidenza) e con queste avviò la Casa della Divina Provvidenza in Como (1886), con la collaborazione di suor Marcellina Bosatta e della sorella, la Beata Chiara.

“L’ora della misericordia”, come la chiamava don Guanella, era finalmente scoccata. La Casa ebbe subito un rapido sviluppo, allargando l’assistenza dal ramo femminile a quello maschile (congregazione dei Servi della Carità), benedetta e sostenuta dal Vescovo B. Andrea Ferrari. E l’opera si estese ben presto anche fuori città: nelle province di Milano (1891), Pavia, Sondrio, Rovigo, Roma (1903), a Cosenza e altrove, in Svizzera e negli Stati Uniti d’America (1912), sotto la protezione e l’amicizia di S. Pio X.

Uomo di Dio, cittadino del mondo, educatore appassionato: queste sono le tre caratteristiche principali di don Luigi Guanella. Il suo carisma potremmo riassumerlo nell’annuncio – che in lui si fa profonda convinzione – della paternità di Dio. Dio è padre ed è un Padre per tutti, che non dimentica mai né emargina i suoi figli, specie i più poveri e abbandonati. “Chi dona al povero, presta a Dio e riceve da Dio”, soleva dire don Luigi Guanella. Da qui la sua scelta di carità a favore degli ultimi. Don Guanella conferì dignità umana ai disabili, ai malati psichici, agli infermi cronici, dando fiducia, offrendo lavoro, evitando trattamenti disumani e umiliazioni, abbracciando iniziative precorritrici sia sul piano pedagogico che medico. Il prete montanaro fonda colonie rurali, dà lavoro ai disabili per riscattarli, manda pure le sue suore a lavorare. Dotato di intelligenza pratica, non teorizza, procede per intuizioni, agendo sotto la spinta delle urgenze, con spirito mistico e profetico, frutto del suo amore ingegnoso per Dio e per gli uomini, che sono creati “a Sua immagine”.

E così le sue case si organizzano in strutture a misura d’uomo, con uno spirito di famiglia, e adattano un proprio metodo preventivo (cf. Regolamento dei Servi della Carità, l905), completamente affidate alla paternità di Dio. Uno stile di semplicità, tolleranza, misericordia e speranza gioiosa, perchè tutti insieme possano sentirsi parte della grande famiglia di Dio: una fraternità di stima e di comunione, uniti intorno a Cristo, Fratello maggiore, che si lascia guidare dalla Madre della divina Provvidenza: Maria, la prima educatrice del Figlio, è data come colei che forma, educa e conduce al Padre.

Nel 1903 Don Guanella sceglie di radicarsi a Roma, dove è il cuore della cristianità. Sede del Papa, verso cui il nostro santo nutre un amore particolare, da lui definito la “stella polare del nostro viaggio” sulla terra. È una scelta di universalità, perché stare a Roma significa per don Guanella abbracciare il mondo intero, e farsi compagno di viaggio degli uomini, quelli di ieri e quelli di oggi. Per lui infatti valeva prima di ogni altra cosa l’esserci, la priorità della relazione, l’essere cioè padre, fratello e madre, familiare di ciascuno perchè poi ciascuno sentisse nella sua vita l’amore di Dio, generare speranza e promuovere la dignità di ogni persona.

Don Luigi Guanella morì a Como il 24 ottobre 1915. Proclamato Beato da Paolo VI il 25 ottobre 1964, da Benedetto XVI solennemente dichiarato santo il 23 ottobre 2011. Il suo corpo è venerato nel Santuario del S. Cuore in Como. I suoi figli spirituali sono in numerose parti del mondo, come granelli di senapa per diffondere e far crescere la “buona novella” vissuta e incarnata oltre un secolo fa dal loro santo fondatore: quella di un Dio che è padre amorevole di tutte le sue creature, ma in modo speciale di quelle che nella famiglia umana sono gli “scarti”, ovvero i più piccoli e i più deboli, su cui la Provvidenza si china ogni giorno allo spuntar del sole.

Maria Di Lorenzo

 

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Beato!

di Rai Vaticano | 21 Ottobre, 2011

 Rai Uno e Rai Vaticano presentano

“BEATO!”

Sabato 22 ottobre ore 17,45 su Rai Uno

 

Il 22 ottobre il calendario festeggia per la prima volta il beato Giovanni Paolo II. La coincidenza non è casuale. Se le leggi della Chiesa prevedono che la festa liturgica di beati e santi canonizzati sia fissata il giorno della loro morte – la loro “nascita al Cielo” – per Giovanni Paolo II è stata fatta  un’eccezione, scegliendo appunto la data del 22 ottobre poiché in quel giorno del 1978 il Papa polacco ha celebrato la sua messa di inizio pontificato: un evento che resta impresso nella storia non solo religiosa dell’Occidente e del mondo.

Proprio in questa data così significativa, Rai Uno propone uno speciale realizzato da Rai Vaticano in cui viene narrata, all’interno delle vicende che hanno condotto alla sua beatificazione, l’emozione che la testimonianza di “Wojtyla il grande” ha donato a una moltitudine di persone di ogni cultura e religione.

La veglia del Circo Massimo con decine di migliaia di fedeli nella notte del primo maggio; il loro trasferimento, in una sorta di pellegrinaggio dentro la Città Eterna, fino a via della Conciliazione e piazza San Pietro. L’attesa notturna, tra i canti, il sonno e la preghiera; la giornata della cerimonia di beatificazione. La salita agli altari di Giovanni Paolo II viene raccontata seguendo passo passo con le telecamere il popolo che ha partecipato all’evento. I protagonisti delle immagini e del racconto sono proprio loro: uomini e donne di tutte le età, religiosi e laici, credenti e non credenti che sono voluti accorrere a celebrare la figura di un Papa il quale ha investito la storia personale di ciascuno, entrando nel cuore e nell’anima non solo della Chiesa ma dello stesso popolo di Dio.

Lo stesso popolo lo ha voluto “Santo subito” e ha poi risposto con infinito entusiasmo nel momento in cui Giovanni Paolo II è stato beatificato dalla sua Chiesa. “Chi ha conosciuto la gioia dell’incontro con Cristo non può tenerla chiusa dentro di sé, ma deve irradiarla”, amava dire il Papa polacco. La moltitudine che in “Beato!” viene ripresa e descritta, sembra aver profondamente appreso il suo messaggio.

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Lui e Dio

di Rai Vaticano | 19 Ottobre, 2011

A meno che tu non ritenga di essere San Tommaso d’Aquino, Blaise Pascal o Eugenio Scalfari, è piuttosto improbabile che ti venga in mente di scrivere un libro intitolandolo “Io e Dio”. Puoi farlo, però, se partecipando pressoché a tutti i programmi televisivi che in fondo piacciono alla gente che piace, tu riesci ad assumere un’espressione sufficientemente umile e contrita, in un certo senso modesta, quasi addolorata, schiva e meditabonda, con il faccino un pochino sofferente, alternando il ditino lievemente alzato allo sguardo abbassato, come per chiedere scusa di possedere e dunque di poter offrire a noi tutti una sequela di verità senz’altro da applauso. E puoi farlo, soprattutto, se nella scritta in sovrimpressione accanto al tuo nome compare l’inequivocabile Qualifica: Teologo. In tal caso, in studio e a casa calerà il silenzio più assoluto, nell’attesa di apprendere il verbo, teologico e rivoluzionario al tempo stesso. Con un solo angosciante dubbio, a dire il vero: parlerà Dio o parlerà Io?

“Insomma, ragazzi: sono Teologo, Io, e in sovrappiù molto adulto e sinceramente democratico. Anche se in realtà non lo sono, chiamatemi pure cattolico: non mi dispiacerà. E mi trovo qui per voi, per informarvi sul vostro Destino: Dio, la Chiesa, la Verità sono tutte intollerabili anticaglie. Contano soltanto l’Anima e la Coscienza, che sono mie ma anche vostre: infatti sono democratiche pure loro. E l’Anima, ma soprattutto la Coscienza, mi dicono che la situazione è drammatica, anzi tragica. La gerarchia ci soffoca, il potere ci aliena, l’autorità è autoritaria, le catene incatenano e i rappresentanti, invece, non ci rappresentano”. Sopraffatti da una tale massa di dirompenti e incontestabilmente originali analisi politico-culturali ammannite dal Teologo, siamo costretti a ricorrere alla cruciale domanda, che tra l’altro si poneva già all’inizio del secolo scorso quel tizio dei soviet: “Che fare?”. Niente paura, c’è il Teologo.

Ci parlerà forse egli della Fede, della Speranza e della Carità? Solleverà questioni metafisiche e ci delizierà con affascinanti speculazioni? Si richiamerà per caso ad Agostino di Ippona o alla prova ontologica di Anselmo d’Aosta? No, preferisce parlare di Lele Mora. E da lì, sempre armato della consueta postura corrucciata, torna a insistere: “Ehi ragazzi, ma non vi accorgete a che punto siamo arrivati? Non leggete Ezio Mauro e Barbara Spinelli? L’Anima e la Morale sono perdute e, in verità in verità vi dico, qui è tutto un magna-magna”.

Titoli di coda, la trasmissione si conclude e il Teologo può ora guadagnare il meritato riposo; sempre che, sulle orme del celebre semiologo del Dams che bacchetta il Papa, non preferisca invece trascorrere la notte insonne dedicandosi alla lettura di Kant. Anche noi, sfiancati da tanta teologia, andiamo a dormire. Ma prima apriamo il Vangelo, perché ci pare di ricordare che Gesù amasse i pubblicani, le prostitute e i peccatori e detestasse i farisei e gli ipocriti. Con discreto piacere verifichiamo ancora una volta che è proprio così. Ora possiamo finalmente prendere sonno, ma non prima di aver adottato un fermo proposito: nel prevedibilissimo caso in cui dovessimo nuovamente scorgere il Teologo in tv, cambieremo distrattamente canale.

Rodolfo Lorenzoni

 

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Pellegrini della Verità, pellegrini della Pace

di Rai Vaticano | 19 Ottobre, 2011

E’ stata presentata alla Sala Stampa del Vaticano la novità della Giornata interreligiosa che Benedetto XVI ha convocato ad Assisi, a venticinque anni da quella voluta da Giovanni Paolo II il 27 ottobre 1986 : “L’enfasi si è posta sul pellegrinaggio anziché sulla preghiera insieme”, così ha sottolineato il cardinale Peter Turkuson, presidente del Pontificio Consiglio Giustizia e Pace, all’inizio della conferenza stampa. “Benedetto XVI desidera porre l’esperienza di Assisi 2011 sotto la cifra del pellegrinaggio, che implica ascesi, purificazione, assunzione di un impegno comunitario da parte di uomini religiosi e di buona volontà per offrire il proprio particolare contributo per la costruzione di un mondo migliore . Riconoscendo la necessita’ di crescere nel dialogo e nella stima reciproca. C’é bisogno – ha continuato il cardinale – di dire no a qualsiasi strumentalizzazione della religione. La pace ha bisogno della veritaà sulle persone, sugli Stati, sulle religioni stesse, sulle corrispondenti culture, in cui spesso si annidano elementi non conformi alla verità sull’uomo e divengono ostacolo allo sviluppo integrale dei popoli e della pace. Ancora oggi, come venticinque anni fa, il mondo ha bisogno di pace. Tutti i popoli in marcia da diversi punti della terra, per riunirsi in un’unica famiglia. Il mondo ha bisogno che gli uomini e le donne sensibili ai valori religiosi, che gli uomini non credenti , ma amanti del bene, ritrovino il giusto modo di camminare insieme”.

Tra i  relatori  erano presenti anche monsignor Toso, segretario del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, monsignor Pier Luigi Celata , segretario del Pontificio Consiglio per il dialogo Interreligioso, don Andrea Palmieri, incaricato Sezione orientale del Pontificio Consiglio per la Promozione dell’Unità dei Cristiani. E una delle novità di questo pellegrinaggio e cammino di pace, voluta espressamente da Benedetto XVI, è la presenza di alcuni non credenti e agnostici , segnalati dal Pontificio Consiglio della Cultura: “Non si tratta – ha affermato il sottosegretario di questo dicastero, monsignor Melchor José Sanchez de Toca y Alameda – di una delegazione, a differenza degli altri ospiti, sia di altre Chiese e comunità cristiane, sia di altre confessioni religiose. Questi quattro invitati sono stati scelti pensando ad una certa rappresentanza linguistica o culturale occidentale (Europa, America, Australia), dove la non credenza è un fenomeno importante, mentre in altri continenti come l’Asia e l’Africa è relativamente marginale. Abbiamo creato una tavola rotonda con questi non credenti, prima del pellegrinaggio, in collaborazione con l’Università Roma Tre nell’ambito delle attività del Cortile dei Gentili, nella quale parleranno della loro presenza ad un’incontro interreligioso e del dialogo tra credenti e non credenti, così come è visto dal loro punto di vista. Questo incontro , aperto al pubblico,  avrà luogo nel rettorato di Roma Tre mercoledi 26 ottobre alle 16, e vi  parteciperà anche il Cardinale Ravasi, presidente del Pontificio Consiglio della Cultura. Il giorno dopo la giornata di Assisi , saranno poi ricevuti dal Papa all’udienza nel Palazzo Apostolico e poi saranno  invitati a pranzo dal Segretario di Stato”.

La Giornata di Assisi 2011 sarà preceduta, il giorno 26 ottobre, al posto della consueta udienza del mercoledi, da una liturgia della Parola, presieduta a Roma in piazza San Pietro da Benedetto XVI alle ore  10.30. Oltre a tutti i pellegrini parteciperà anche la Diocesi di Roma , che si stringera’ con la sua varietà di movimenti e di associazioni in preghiera con il Papa. Il 27 ottobre tutte le delegazioni partiranno da Roma in treno verso Assisi con il Santo Padre. Straordinaria la partecipazione: i paesi del mondo rappresentati sono piu’ di 50, 176 sono gli esponenti di diverse tradizioni religiose non cristiane e non ebraiche. Sono attese quattro personalità in rappresentanza delle Religioni tradizionali dell’Africa, dell’America e dell’India e il rappresentante della tradizione religiosa indiana partecipa per la prima volta alla Giornata di Assisi. Dai paesi arabi e mediorientali e dai paesi occidentali sono attesi 48 musulmani. Tutte le delegazioni partiranno da Roma e saranno  in treno insieme al Santo Padre. Rallenteranno il loro camino a Terni, Spoleto e Foligno, permettendo cosi’ alla Chiese locali di partecipare all’evento.

All’arrivo ad Assisi tutti si recheranno presso la Basilica di Santa Maria degli Angeli, dove avrà luogo un momento di commemorazione dei precedenti incontri. Interveranno esponenti di alcune delegazioni presenti e anche il Santo Padre prenderà la parola. Seguirà un pranzo frugale e sarà poi lasciato un tempo di silenzio nelle trecento camere messe a disposizione dall’organizzazione per la riflessione di ciascuno e per la preghiera personale. Nel pomeriggio, tutti i presenti, parteciperanno ad un cammino che si snoderà verso la Basilica di San Francesco, con cui si intende simboleggiare il cammino di ogni essere umano nella ricerca  assidua della verità e nella costruzione fattiva della giustizia e della pace.  Al termine verrà accesa una lampada simbolo di questa ricerca comune. Questa ultima parte dell’evento sara’ in diretta su Rai Uno.

Antonia Pillosio

 

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La Bibbia giorno e notte: online il Libro di Sofonia

di ferdinando.tarsitani | 17 Ottobre, 2011

Il Libro di Sofonia è online. Il filmato è disponibile nel nostro spazio video, all’interno della sezione La Bibbia giorno e notte ( www.raivaticano.rai.it  >  “GUARDA I VIDEO” ). Per scaricare i libri occorre collegarsi con la sezione video (anche attraverso la striscia di filmati pubblicata nella parte alta della pagina di questo blog) ed entrare all’interno della sottosezione PODCAST. A questo punto bisogna cliccare sul video desiderato, che apparirà in alto. Contemporaneamente sulla destra  comparirà una striscia di icone, tra le quali una freccia che indica verso il basso. Cliccando su questo link e seguendo le istruzioni è possibile scaricare il video:

http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-753c5b0e-c165-4db6-a5dc-ca7bff66cc60-rvat.html#p=4

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Lascia fare a Dio!

di Rai Vaticano | 17 Ottobre, 2011

Successore degli apostoli e per questo pastore degli uomini, inverando tra loro l’amore per Dio e l’amore ai fratelli. Nato ad Alcamo (Trapani) 52 anni fa, eletto vescovo di Acireale (Catania) lo scorso 26 luglio, mons. Antonino Raspanti ha fatto ingresso in diocesi il 1° ottobre, suscitando entusiasmo e speranze. Come ogni ministro di Cristo, deve parlare al mondo delle cose di Dio, e far udire a Dio la voce degli uomini. Segno visibile dell’unità della sua Chiesa, a lui toccherà essere maestro della fede e annunciatore della Parola; santificatore del popolo cristiano attraverso la centralità della liturgia; padre e pastore della diocesi, esercitando il governo pastorale in spirito di servizio e vigilanza.

Nello stemma episcopale di mons. Raspanti – che come motto ha ripreso da San Francesco di Sales “Humilitas ac dulcedo” (umiltà e dolcezza) – sono compendiate la sua storia personale e la tensione ideale del vescovo. Nella parte superiore figurano tre anelli che si intersecano e una stella: la Trinità divina e Maria, modello della Chiesa. Nella parte inferiore, invece, accanto a uno sguardo al passato – l’aquila d’oro che regge il vangelo, simbolo della Facoltà teologica di Sicilia intitolata a San Giovanni Evangelista, di cui mons. Raspanti è stato alunno, docente e preside –, v’è un pensiero al futuro: i faraglioni, emblema della città di Acireale.

La sua nuova diocesi lo ha accolto con un vessillo: “Camminiamo insieme”, donandogli un pastorale decorato con l’immagine di Cristo buon pastore. Prima di benedire nuovamente i fedeli dal balcone dell’episcopio al termine della cerimonia di insediamento, mons. Raspanti ha confidato: “Sono emozionato di vedere tutti voi dall’alto, e capisco come il Signore e la Vergine Maria ci vedono da ancora più in alto, da lassù, ma la distanza dei cieli non è affatto distanza dei cuori, perché l’amore ci unisce”. Mantenendo sempre accesa la lampada della fede perché tutti vivano sospinti come vele dal vento dello Spirito, il vescovo, ‘voce’ che trasmette il ‘Verbo’, aiuterà ciascuno a entrare nel mistero di luce del cuore di Dio. In quest’intervista al blog di Rai Vaticano, mons. Raspanti racconta l’emozione dei suoi primi giorni da vescovo.

Eccellenza, cosa vi siete detti con il Santo Padre nell’incontro coi vescovi di recente nomina il 15 settembre a Castel Gandolfo?
Ho subito detto al Papa che non ero ancora stato ordinato. Lui con un dolce sorriso mi ha rivolto i suoi auguri e la sua benedizione. In quella circostanza ci ha indirizzato un bellissimo discorso sul tema della fraternità tra i pastori, concentrandosi poi sulla figura del vescovo quale uomo di comunione che aiuta tutti i figli della propria Chiesa a compiere ciò che il Signore chiede loro, a realizzare la propria identità e i propri talenti, facilitando la comunione tra la diversità dei carismi.

Il 1° ottobre lei è stato consacrato vescovo nella cattedrale di Acireale, entrando nella pienezza del sacerdozio. La liturgia dell’ordinazione episcopale ha inizio con il canto del “Veni Creator”. Quale forza dello Spirito Santo l’ha pervasa?
È qualcosa che opera e ti trasforma nel tempo. Io – forse è un segno dello Spirito che viene – ho una grande volontà di dedizione a questa Chiesa che il Signore mi ha affidato. Mi sono sentito rafforzare, avverto costantemente dentro me la voglia di dedicarmi ai sacerdoti, alle persone, ai giovani.

Il suo è un cognome al plurale. Lei è stato, tra gli altri incarichi, parroco, docente e preside; ora è pastore. Come definisce queste varie fasi nelle quali si è articolata la sua vita?
Avendo fatto esperienza nel mondo accademico, in parrocchia, nella presidenza di una facoltà, ho potuto sviluppare tanti aspetti, sia della mia personalità che della vita pastorale. Preparato da diversi punti di vista, adesso è come se mi sentissi più completo, più pronto, più predisposto per un ministero che mi appare poliedrico, sebbene io debba servire strettamente l’unità nella diversità dei carismi di questa Chiesa.

Quale slancio intende imprimere al suo ministero? Quali le sue priorità?
Vorrei dare a ciascuno la possibilità di rispondere al meglio alla chiamata del Signore nella sua vita, assicurandogli la conduzione materna della Chiesa. Una certa priorità andrà ai sacerdoti, che condividono con me l’onere della guida di questa diocesi. Privilegiare loro, che incontrano direttamente i fedeli, mi da la possibilità di raggiungere veramente tutti, per il ministero dell’unità.

Di che cosa ha veramente sete, secondo lei, il cuore dell’uomo?
Dell’Assoluto, della Verità, del Bene, di ciò che è Bello: quelle cose che ogni uomo ha sempre ammirato. Penso che l’animo umano gioisca profondamente quando può incontrarsi con il Vero, con il Bello, e lo cerchi in tutti i modi.

Nel suo discorso al termine dell’ordinazione, lei si è definito “testimone di una tensione drammatica, alimentata dal rifiuto o anche dall’oblio di Dio, propri dell’uomo contemporaneo”, parlando poi di “aria secolarizzata che oggi tutto pervade”, in “una società frammentata e ferita, intrisa di secolarismo”. Con San Luca le domando: “Il figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?”.
Sì. Non credo che questo secolarismo riuscirà a sterminare la sete d’assoluto dell’uomo. La risposta di fede cristiana vede in Gesù di Nazareth quell’assoluto fatto carne. Io stesso mi sento destinatario gioioso della manifestazione di Gesù risorto. Il secolarismo è parte di un processo di morte, ma Gesù ha vinto per sempre questa morte, si manifesta e il suo volto continuerà a dissetare e cibare il cuore di ogni uomo. Naturalmente la lotta è reale: il secolarismo, come ogni altra tentazione della cultura umana, combatterà Cristo cercando di abbatterlo. Noi dobbiamo essere testimoni della fedeltà di Cristo, della sua voglia definitiva di assumere su di sé il destino stesso dell’uomo e portarlo nel cuore della Trinità, con la sua Ascensione e poi con la discesa dello Spirito.

Cosa augura a questa Chiesa particolare di Acireale e cosa sogna per la Chiesa universale?
Acireale la conosco ancora poco. Essendo tuttavia un uomo del meridione d’Italia, in generale le augurerei che potesse avere uno scatto in avanti, essere veramente libera da pregiudizi e da strutture oppressive, da lacci e catene che a volte legano il meridione, in termini di difficoltà di sviluppo e di scoraggiamenti che ne conseguono, di sacche lente e pigre nella convivenza civile. Lo auguro alla mia Chiesa perché insieme a tutto il meridione, guardando a Gesù risorto, possa risorgere, camminare nella luce, farsi liberare da Cristo Verità che libera. La Chiesa universale si trova in una fase decisiva, per il trapasso culturale e generazionale in atto in Occidente. Il cristianesimo da una parte sembra al tramonto e, se così fosse, gli auguro di essere invece all’alba di una nuova epoca in cui possa rifulgere in maniera nuova. In altri continenti, dove sembra anzi in crescita, spero che il sole di Cristo, attraverso la Chiesa, illumini davvero il cuore dell’uomo.

Lei ha un profilo su Facebook: è anche questo un modo per rispondere all’invito di Gesù “Predicatelo sui tetti”?
Certo, è uno dei luoghi in cui l’uomo pensa, vive, crea una cultura e comunica. Inevitabilmente diventa un ambiente da vivere insieme all’uomo di oggi e nel quale portare il Vangelo. Se non si abitano questi luoghi, come si fa ad auspicare che siano attraversati dalla luce di Cristo risorto?

Un suo pensiero ai giovani?
Che guardino alla Chiesa e ai suoi uomini, istituzione tante volte poco sopportata o evitata, con più fiducia e speranza esplicita, nonostante le sue rughe.

C’è una scontentezza diffusa perché manca Dio?
Sì, ma è alquanto delicato accorgersi che se qui ed ora si è scontenti, scoraggiati, o peggio ancora in situazione di crisi assoluta, v’è un diretto collegamento con l’oblio di Dio, e di conseguenza la necessità di lasciarsi illuminare da Cristo. Molti lo pensano, ma nel concreto v’è una drammatica incapacità di risalire all’origine di tale scontentezza, di chiamare per nome questo senso d’inutilità o la frustrazione che colpisce tanti giovani, ma non solo.

La crisi oggi ha molti volti: crisi economica, crisi dei valori, crisi esistenziale dell’uomo: è ancora possibile sperare? Quali le ragioni?
Certo che è possibile, la vita è qualcosa di straordinario che dal suo interno si rilancia quando sembra maggiormente sconfitta. Forse l’Italia è in una fase di poca speranza, e la sua crisi demografica dice incapacità di guardare in avanti. Chi di noi oggi ha un’età matura non vede il futuro e non lo sa additare con passione ai giovani, per farli appassionare. È possibile sperare, ma con una fatica immensa, mentre occorre un’enorme generosità d’animo. Bisogna lottare e seminare, come dice il Salmo: il contadino deve privarsi del seme di cui potrebbe nutrirsi, nell’attesa che porti frutto. La crisi chiede oggi alla nostra generazione di aprire di più la borsa, per tirar fuori idee, forze residue, risorse economiche, al fine di seminare generosamente per il futuro e le prossime generazioni.

La cultura ha un ruolo nel rilancio della società, o è disancorata dai problemi dell’uomo?
È un dibattito secolare. La cultura ha una grandissima funzione nella società: è compito degli intellettuali e di chi fa opinione articolare con maggiore chiarezza, nel pensiero e nella vita quotidiana, la necessità di un rilancio, di aprire uno spazio per i giovani e per il futuro.

Come si svolge la sua giornata, quali i suoi impegni? Può dedicarsi ai suoi hobby?
La mia giornata trascorre tra i tempi di preghiera e meditazione personale, udienze e incontri con sacerdoti, persone, organismi e gruppi della diocesi, visite alle parrocchie e ad ambienti culturali o d’altro genere dove vengo invitato. Sono proprio gli inizi e questa fase conoscitiva è frenetica. Gli hobby ho dovuto tralasciarli. Mi piacerebbe qualche partita a calcetto, ma non riesco.

Un pensiero che l’accompagna e le dà forza in quest’inizio di ministero?
“Lascia fare a Dio”. È Cristo il pastore che regge il suo popolo, io devo solo seguire lui che apre la strada.

Luca Caruso

 

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Parola di Oscar

di Rai Vaticano | 13 Ottobre, 2011

 

“La Chiesa Cattolica è per i santi e per i peccatori; per le persone rispettabili è sufficiente quella Anglicana”.

Oscar Wilde

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Indignados? No, grazie

di Rai Vaticano | 12 Ottobre, 2011

Adesso ci sono gli “indignados”. Chissà perché il termine viene scritto dai giornali in spagnolo anche se le ultime manifestazioni sono avvenute negli Stati Uniti. “Lobby” è in inglese, “Blitz” è in tedesco, “Mafia” in italiano, e “Golpe” è sudamericano. Gli indignados spagnoli hanno fatto breccia nei mezzi di comunicazione, anche se è diventato di moda indignarsi pure in Italia. Due anni fa sono stato ospite di un concorso letterario a Tropea e, durante un’intervista pubblica, un professore universitario mi ha chiesto, riferendosi all’ultimo scandalo d’attualità: “Ma lei non si indigna?” Grande applauso del pubblico. Dopo una pausa, nel silenzio generale, ho risposto “Io non mi indigno… Non mi indigno perché un cristiano è un discepolo di Gesù, che mangiava con i pubblicani e i peccatori, che non condannò l’adultera e che dette il Suo corpo in pasto a noi che siamo poco di buono”. Il pubblico tornò ad applaudire. Ricordo che San Josemaría, quando gli riferivano una malefatta di qualcuno, rispondeva: “comportiamoci bene tu ed io così ci saranno due farabutti di meno”. Nella sua semplicità questa è la vera ricetta. Lasciamo stare l’indignazione che porta solo sciagure peggiori ed è spesso strumentale (chi c’è dietro certa stampa nazionale e internazionale?). Lasciamo stare la ghigliottina dei giacobini. La gente non fa il suo dovere? Noi cerchiamo di farlo. La fedeltà non è più di moda? Noi cerchiamo di essere fedeli. La gente non sa più chi è Gesù? E noi Gli diciamo: Gesù ti amo.

Pippo Corigliano

 

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Pio XII, elementi per il ritratto di un grande Papa

di Rai Vaticano | 10 Ottobre, 2011

Sommo Pontefice, 260° successore di Pietro, “principe di Dio”, l’ultimo Papa romano. Nato nel 1876 in una famiglia aristocratica e papalina, Eugenio Pacelli, dal latino ‘Pax Coeli’, ‘pace del cielo’, era invece destinato a uno dei pontificati più ardui e drammatici nella bimillenaria storia della Chiesa. “Defensor civitatis”, Pio XII fu l’unica autorità morale e politica che non abbandonò Roma nei mesi cupi dell’occupazione nazista e anzi accorse tra la gente bombardata dei quartieri san Lorenzo e san Giovanni, accorgendosi solo al suo rientro in Vaticano della veste bianca tutta macchiata di sangue. Primo Papa dei mass media – definiti nell’enciclica Miranda prorsus “meravigliose invenzioni di cui si gloriano i nostri tempi” – nel 1942 posò per un film a lui dedicato, “Pastor Angelicus”, mentre la sua voce e la sua figura entravano nelle case europee e del nord America, rendendolo un leader pubblico. Il 24 agosto 1939, poco prima che esplodesse la II Guerra mondiale, Pio XII rivolse attraverso la Radio Vaticana un accorato appello ai governanti e ai popoli: “Imminente è il pericolo, ma è ancora tempo. Nulla è perduto con la pace. Tutto può esserlo con la guerra”. Quasi 200, compresi quelli natalizi, saranno i radiomessaggi da lui trasmessi in diverse lingue a tutto il mondo. “Guerra alla guerra” arriverà a gridare in un’allocuzione del 1944 contro l’immane tragedia che “ha raggiunto gradi e forme di atrocità che scuotono e fanno inorridire ogni senso cristiano ed umano”.

La Guerra. Definito il “Papa dell’umanità sofferente”, durante il conflitto mondiale Pio XII si adopera per gestire una rete di assistenza che protegga e salvi gli ebrei colpiti dall’odio razzista, alacre impegno di carità testimoniato, tra gli altri, da 80 delegati dei campi di concentramento tedeschi, che in una speciale udienza in Vaticano nel 1945 ringraziarono “personalmente il Santo Padre per la generosità da lui dimostrata verso di loro, perseguitati durante il terribile periodo del nazifascismo”. Poi, 20 anni dopo, dietro la spinta del movimento antiautoritario del ’68, Pio XII assurge a emblema del passato, la cui ingombrante eredità dev’essere liquidata: “La sua figura è divenuta simbolo del Papa del preconcilio, l’ultimo Papa-re, quello dei tradizionalisti” osserva lo storico Andrea Riccardi. Ciò si aggiunse alla campagna anti-pacelliana condotta già durante la guerra dai dirigenti dell’Unione Sovietica, che avvertivano nell’anticomunismo di Pio XII uno dei principali ostacoli alla loro politica, e poi travasata nell’attacco comunista al Pontefice durante la Guerra fredda, denigrandolo come filo-nazista, insensibile alla Shoah, “papa di Hitler”. Si è molto discusso – è vero – sui “silenzi” di Pio XII, sofferti e meditati, nel denunciare pubblicamente la tragedia dello sterminio degli ebrei. Il Pontefice in realtà parlò, e non una volta soltanto. In numerosi discorsi ed encicliche difese i diritti umani per tutti, esortando le nazioni belligeranti a rispettare i diritti dei civili e dei prigionieri di guerra. Secondo alcuni non disse abbastanza, mentre per i vertici del Reich disse fin troppo, al punto da essere temuto come un pericolo per il regime nazista. Scrisse nel 1964 Robert Kempner, magistrato ebreo di origini tedesche, numero due della pubblica accusa al processo di Norimberga: “Qualsiasi presa di posizione propagandistica della Chiesa contro il governo di Hitler sarebbe stata non solamente un suicidio premeditato, ma avrebbe accelerato l’assassinio di un numero ben maggiore di ebrei e sacerdoti”.

Una vita per la Chiesa. Eugenio Pacelli entra al servizio della Santa Sede nel 1899, appena ordinato sacerdote, dando inizio a una brillante carriera diplomatica. Benedetto XV lo invia come nunzio a Monaco di Baviera nel 1917. Nel ‘29 veste la porpora e diviene segretario di Stato di Pio XI, che a un suo collaboratore confida: “Sarà un bel Papa!”. È ribattezzato il “cardinale volante”, poiché gira il mondo come legato pontificio in varie missioni internazionali. In una lunga visita privata nell’autunno del 1936 – forse il viaggio per lui più importante – ha inoltre modo di conoscere ed apprezzare la realtà e il dinamismo degli Stati Uniti. Nel Conclave che seguì alla scomparsa di Pio XI, viene eletto Pontefice al terzo scrutinio il 2 marzo 1939. Sarà Papa per 19 anni, fino al 9 ottobre 1958. E proprio nell’anniversario della sua morte, su invito del Comitato Papa Pacelli – Associazione Pio XII, è stata celebrata ieri a Roma, presso l’altare alla tomba di San Pietro, una solenne e partecipatissima messa in memoria di Pio XII, presieduta dal cardinale Angelo Comastri, arciprete della basilica vaticana. “Pio XII, uomo di Dio – ha rilevato Comastri nella sua omelia –, affrontò l’impazzimento del suo tempo con la terapia della Verità e con l’azione coraggiosa della Carità. E, a onor del vero, il suo silenzio non ci fu, e la carità non ebbe confini”. Il porporato ha quindi citato diverse testimonianze rilasciate da figure di grande rilievo del popolo ebraico, che ebbero parole di elogio per Pio XII, tra cui Albert Einstein, Golda Meir, il rabbino Elio Toaff e Chaim Weizmann, che sarebbe divenuto il primo presidente dello Stato di Israele (1949), il quale già nel 1943 scrisse: “La Santa Sede sta fornendo il suo potente aiuto, dovunque possibile, per mitigare la triste sorte dei miei correligionari perseguitati”. Non diversamente Moshe Sharett, secondo primo ministro di Israele, dopo aver incontrato Pio XII negli ultimi giorni di guerra, dichiarò: “Il mio primo dovere era, a nome del popolo ebraico, ringraziare lui, e per suo tramite la Chiesa cattolica, per quanto fatto, nei vari Paesi, per salvare gli ebrei”.

L’opera. 41 encicliche, 49 costituzioni, 8 esortazioni apostoliche, 10 motu proprio, e poi discorsi, epistole e bolle: Pio XII si dedica senza tregua a un’imponente mole di attività, consegnando alla Chiesa e alla storia un’eredità enorme. Papa complesso e tormentato, scrisse di lui Giovanni Spadolini: Pio XII “non è personaggio adatto ai terribles semplificateurs del nostro tempo; tutto bene, tutto male, tutto destra, tutto sinistra, tutto luce, tutto tenebre”.

La sua figura si erge oggi quale spartiacque nella storia della Chiesa del ‘900: ne visse da protagonista i primi sei decenni, imprimendo un’influenza decisiva a quelli successivi. È l’autore più citato nei dibattiti e nei documenti del Concilio – di cui fu in certo senso ‘profeta’ –, i suoi uomini hanno caratterizzato la stagione conciliare e postconciliare (il Comitato Papa Pacelli ha in programma un convegno, il 23 novembre prossimo, dal titolo “Sulla via del Concilio Vaticano II: la preparazione sotto Pio XII”).
Nel dopoguerra Pio XII avverte però, con tensione drammatica, una crisi e un allontanamento dalla Chiesa, sotto l’impulso del modernismo e della secolarizzazione. Tutto il suo impegno si concentra così nello slancio missionario, con pressanti inviti alla mobilitazione. Fu il primo Papa degli immensi raduni di massa, nella convinzione che la Chiesa dovesse farsi presente in ogni modo possibile, poiché all’origine dei mali moderni il Pontefice ravvisava l’assenza di un radicamento in Dio e nell’insegnamento della Chiesa. Lo stesso Pio XII interviene su tutte le tematiche, a dimostrare che nessun ambito è estraneo alla Chiesa, come pure per avvicinare quest’ultima alla conoscenza delle nuove realtà contemporanee. Devotissimo alla Madonna, durante l’Anno Santo del 1950 definì inoltre come dogma di fede l’assunzione al cielo in anima e corpo della Vergine Maria, madre di Dio.

Vastissimi appaiono quindi gli orizzonti spirituali e pastorali di Pio XII, come pure gli attestati di gratitudine e stima da lui ricevuti. Eppure v’è un titolo che non è stato mai attribuito a questo Papa, “Giusto tra le nazioni”. Anzi, la sua foto campeggia allo Yad Vashem, il Museo dell’Olocausto di Gerusalemme, accompagnata da didascalie controverse e fuorvianti in certi passaggi, in altri del tutto false. L’auspicio di molti è che Pio XII sia presto innalzato agli onori degli altari. In un convegno per il 50° della sua scomparsa (2008), il cardinale Tarcisio Bertone ricordò: “Di Papa Pacelli è in corso la causa di canonizzazione, un fatto religioso che esige di essere rispettato da tutti e che nella sua specificità è di esclusiva competenza della Santa Sede”. Oltre ogni polemica, ogni falsità storica, ogni mistificazione, poiché “Opus iustitiae pax”, “la pace è opera della giustizia”. Era il motto di Eugenio Pacelli: una garanzia per tutti, nella speranza che giustizia sia resa finalmente anche a Papa Pio XII.

Luca Caruso

 

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Rai Vaticano web: pubblicato il Libro di Naum

di ferdinando.tarsitani | 7 Ottobre, 2011

Da oggi è online il Libro di Naum. Il filmato è disponibile nel nostro spazio video, all’interno della sezione La Bibbia giorno e notte ( www.raivaticano.rai.it  >  “GUARDA I VIDEO” ). Per scaricare le immagini bisogna entrare nella sottosezione Podcast e seguire le istruzioni indicate nell’articolo precedente.

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