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FEDE E SAGGEZZA / La fede sostiene certe scelte di vita
By Rai Vaticano | Dicembre 25, 2012
Siamo nell’atmosfera del Natale ed è bene stare in ascolto di ciò che questa ricorrenza dice un po’ a tutti, anche se è ben noto che, tra l’evento da cui essa è nata e certi esiti che sono ormai sotto gli occhi di tutti, si sono determinate situazioni di inimmaginabile diversità. Non vorrei, però, gridare troppo allo scandalo e mantengo la speranza che qualcosa del messaggio della Notte santa riesca a giungere, come balsamo di salvezza, anche ove i cuori sembrano più induriti e lontani. Ognuno, in ogni caso, compia il suo itinerario e colga, nel concreto delle situazioni, i segni della perenne Natività che si compie nel mondo, come canto di vittoria su tutti i germi del male e della morte. Personalmente faccio sosta su un particolarissimo tema, perché a motivo di incontri e di letture in cui mi sono recentemente imbattuto, mi si è impresso nell’anima il pensiero di chi ha compiuto una scelta di totale dedizione a Dio, anteponendo a tutto i valori della contemplazione e della preghiera, nella certezza che l’eterno e il divino sono ben più importanti delle cose di quaggiù.
So che molti – anche nell’ambito dei credenti e figuriamoci al di fuori – si sentono spinti a voltare subito pagina quando fa capolino qualche cenno a queste scelte di vita, che, pure, hanno avuto un grande significato nella storia cristiana e nella spiritualità di tutti i tempi. Non ho la pretesa di dire chissà che cosa su un argomento di così grande portata. Mi capita però questo. Nell’atmosfera natalizia in cui siamo e per incontri che ho avuto con luoghi e testi della vita claustrale, sono stato raggiunto da emozioni profonde e dal desiderio di non cedere all’indifferenza di fronte a scelte di vita in cui qualcosa di grande e di sovrumano dovrà pur esserci. Si sa che è tanto facile, su questi temi, adagiarsi in interpretazioni che, a ben riflettere, risultano inadeguate o parziali, per non dire ingiuste.
Per un esempio, vorrei citare il film di Philip Groning, che ha per titolo «Il grande silenzio», girato alla Grande Chartreuse per documentare, a quanto si dice anche nel sottotitolo, come funzionano, nella vita dei monaci, «ripetizione, ritmo, silenzio». Ciò che mi ha colpito, nel film, è, però questo dato. È vero che ci sono scene in cui i monaci pregano e stanno in raccoglimento e meditazione, ma si capisce senza alcuna fatica che il regista, attirato dalla singolarità di quella vita, la rappresenta con raffinatezza d’arte ma senza chiedersi perché essa è stata scelta e su quali basi essa si appoggia per resistere giorni, mesi ed anni. Gli interessa, cioè, solo l’eterno persistere del silenzio e dei gesti, e non il motivo per cui ciò segna la vita di quegli uomini di Dio. Si abbia o non si abbia un personale interesse per le esperienze suggerite dalla fede in Dio, non bisognerebbe, tuttavia, sottrarsi a interrogativi o a emozioni ispirate, in ultima analisi, dal sovrumano mistero di quelle vite nascoste con Cristo in Dio. È a queste categorie di fede che occorre riferirsi per rendersi conto di ciò che sostiene queste scelte di vita, in grado, forse, di avere inizio anche per altre vie, non però, soprattutto oggi, di resistere e di perseverare.
È bene, per noi, sostare in silenzio di fronte ad esse e coglierne i messaggi e i segni. L’ascolto del coro delle claustrali, nella salmodia e nei canti liturgici, può suscitare emozioni profonde, fino ad esserne come rapiti. Si avvertono gli accenti di una oblatività sublimata e perfetta, ormai senza rimpianti e senza ombre. Osservo anche, e sempre con intensità di stupore, i monaci negli stalli dei cori delle abbazie, mentre attendono alla salmodia o nei momenti di meditazione e di silenzio. Mi colpiscono i loro sguardi perché li sento protesi verso il sovrumano e il divino, e mi interrogo su come essi sentano, in quei momenti, ciò che si compie o si è compiuto nella loro vita, negli aneliti del pensiero o degli affetti.
Tutto ciò tocca l’arcano segreto dei cuori, e trovo giusto che sia capito anche da chi percorre altri sentieri del vivere, nel fascino e nel turbine del terrestre e del concreto. L’anelito all’assoluto e all’eterno può essere custodito con impegno ed amore, alla ricerca dell’intima, misteriosa gioia, in cui tutto riuscirebbe ad essere grazia.
Giuseppe Cremascoli
Topics: Dibattiti | 3 Comments »
Dicembre 26th, 2012 alle 22:05
Caro Petraglia,
grazie di cuore e tanti fervidi auguri. Giuseppe Cremascoli
Dicembre 26th, 2012 alle 11:59
Complimenti a Franco Petraglia. Mi sono spesso chiesto perché Gesù ogni anno continua a nascere, vivere e soffrire per l’ingrato animale razionale – talvolta razionale – che ha perduto il Senso. Se è vero che un Giusto tutti giustifica, ora do una esauriente risposta a questa domanda.
Dicembre 25th, 2012 alle 17:21
DOV’E’ LA SPIRITUALITA’ DEL NATALE?
Carissimo Prof. Cremascoli,
Sarà un Natale, quest’anno, all’insegna dell’austerity. La crisi economica ha
messo in ginocchio l’Italia. Girando per le strade del mio paese e non, la
sensazione principale è quella sostanzialmente negativa di questi ultimi mesi,
in cui la nebbia della crisi ha creato seri problemi a tutti gli italiani. La
situazione è davvero brutta. Famiglie intere che non riescono a mettere insieme
il pranzo con la cena. Genitori che versano lacrime amare e in silenzio per i
loro figli senza fortuna, senza lavoro, senza orizzonte. Per non parlare della
violenza sulle donne, gli sfruttamenti delle persone, l’odio-cattiveria che
prevale tra famiglie, le gravissime ingiustizie che si consumano un po’
dovunque nello stivale, gli arricchimenti illeciti e via discorrendo. Per gli abitanti della frazione Joffredo-Castello di Cervinara sarà un Natale ancora più triste:dopo il cataclisma del 16 dicembre 1999 si sentono abbandonati da Dio e dagli uomini. Il solo concerto(io sono un melomane), dopo ben tredici anni, non può sanare le profonde ferite. Tutti questi “mali sociali” dovrebbero togliere il sonno ai nostri“beneamati “politici che tramano nell’oscurità e dormono nell’indifferenza totale. Gli
italiani ,inutile rimarcarlo,sono molto arrabbiati con i nostri governanti.
Corrado Alvaro, il grande scrittore calabrese, diceva:”Il Natale è la festa più
bella di tutte perchè con la nascita del Signore l’innocenza tornò sul mondo”.
Da allora, questa è la festa della speranza e della pace che tutti auspichiamo.
Ma, ahimè, questo messaggio d’amore è utopistico o tarda a venire. I fatti
angoscianti innanzi espressi ne sono la riprova. Lancio un accorato monito-
appello a chi gestisce le sorti del nostro Paese: Gesù, che nasce innocente e
per amore, vi dia la forza di inventarvi una esistenza onusta di donazione, di
coraggio, di onestà, di trasparenza, di capacità. Tutto ciò sempre ed
esclusivamente mirato al bene della collettività. Il Santo Natale deve
significare una chiara volontà di convertire i nostri cuori. Samo chiamati
tutti a lavorare per una società migliore: più fratellanza, più serenità, più
benessere, più progresso. No ai fenomeni spesso deplorevoli di mondanizzazione
di questa festa fagocitata dal consumismo dominante. Giovanni Battista ci
insegna a vivere in maniera essenziale, affinchè la Natività sia vissuta non
solo come una festa esteriore, ma come la festa del figlio di Dio che è venuto
a portare agli uomini la pace, la vita, la gioia. Se non diventiamo come
bambini, sradicando dalla nostra vita interiore la mala pianta dell’egoismo-
tracotanza- apatia-insensibilità, gli auguri di “Buon Natale” sono
convenzionali, subdoli e intrisi di ipocrisia. La gioia del Natale è gioia se è
gioia di tutti. E qui amo ricordare alcune strofe dell’incantevole poemetto
composto da sant’Alfonso Maria dé Liguori:”Quando nacque il Bimbo a
Betlemme/era notte, e sembrava mezzogiorno./Mai le stelle splendenti e
belle/si videro così:/e la più luminosa/andò a chiamare i Magi in Oriente./Di
fretta si svegliarono gli uccelli/cantando in una forma tutta nuova,/persino i
grilli con gli stridi,/è nato, è nato,dicevano,/il Dio che ci ha creato.
/Sebbene fosse inverno, bel Bambino,/sbocciarono a migliaia rose e fiori…”.
Questa festa ci deve spronare, come autentici cristiani
soprattutto, a riassaporare la bellezza e la ricchezza dell’incontro con
Cristo, che nasce ancora una volta, per noi, a Betlemme. Incontro che può e
deve cambiare il cuore e la vita di tutti noi. Solo così questa festa segnerà
davvero il principio della civiltà dell’amore.
Con molti sentimenti di stima e affetto,
Franco Petraglia -Cervinara (AV)