« Segno della croce? No grazie | Main | Il danno di essere nato disabile »
FEDE E SAGGEZZA / La scomparsa del ceto clericale
By Rai Vaticano | Dicembre 17, 2012
Sono pronto ad ammettere che non è bene parlare di sé o di temi e vicende di casa propria, ma non resisto – ahimè – alla tentazione di gettare un breve sguardo su un settore della società, che, nelle scosse di portata epocale subite negli ultimi decenni, è stato al centro di trasformazioni di specialissima natura e intensità. Mi riferisco al clero e lo sguardo si restringe assai, perché si posa solo su quello cattolico e in Italia, anzi nella parte nord dello stivale di cui questa nostra terra ha assunto le forme. Pur con tutte queste restrizioni, il tema è sconfinato ed anche di difficile trattazione, e, per questo, mi fermerò su un punto particolarissimo, che enuncerei così: la scomparsa, dall’immaginario collettivo, del clero come ceto, almeno come esso era raffigurato prima del subbuglio in cui siamo tutti piombati in questa nostra età.
In verità il clero si configura ancora, almeno un po’, come ceto, ma i confini e i tratti che ne determinano il volto sono, ora, radicalmente mutati. Pensiamo, ad esempio, alle parrocchie rurali di un tempo, in cui i sacerdoti – sempre in numero abbondante per non dire superiore ai mezzi di sussistenza a disposizione - non potevano non occupare un posto privilegiato nei pensieri di chi osservava e commentava la realtà. I mezzi di comunicazione erano pressoché inesistenti, e le curiosità si fermavano fatalmente alle vicende raggiunte dai propri sguardi, le uniche a fornire dati alle successive elaborazioni fantastiche. Il trasferimento del parroco o del cappellano aveva risonanze maggiori dell’elezione del presidente degli Stati Uniti, e non voglio dir nulla di bisbigli e di sussurri – su vicende di cui possiamo benissimo immaginare la natura – nel cicaleccio di chi era sempre in cerca di qualcosa di non consueto e di piccante.
La condizione di ceto ben definito rispetto al resto della società era ben chiara anche per chi ne faceva parte, cioè per gli ecclesiastici, perché un insieme di cose li aveva abituati, sin dall’infanzia, a sentirsi diversi dai «secolari», anzi dai «semplici secolari», formula alla quale già, di per sé, potrebbe essere dedicata un’ampia trattazione. Di questa saldissima appartenenza si notavano tracce soprattutto nel linguaggio e nei discorsi, spesso comprensibili in pieno solo all’interno del ceto stesso. Mi faceva impressione il ricorso, in taluni casi, a brevi sentenze in latino, anche desunte da testi mandati a memoria per la consuetudine delle celebrazioni liturgiche. Lontane dal contesto e ormai monopolio di individui che vi ricorrevano anche se in difficoltà a distinguere il nominativo dal genitivo, tali sentenze erano un vivido specchio del piccolo mondo in cui ne restava il ricordo.
Un discorso a parte potrebbe essere fatto per il minuscolo gregge di laici ai quali, in ogni comunità, era concessa una speciale accoglienza nella ristretta cerchia del clero della parrocchia. In un mondo che viveva le pur ultime fasi del regime di cristianità allora ancora in essere, potevano essere tanti i motivi per i quali, accanto a individui sinceramente credenti e pii, altri sceglievano, per calcolo, di collocarsi fra quanti «erano sempre in mezzo ai preti», come si diceva al di fuori, con malcelato scherno. La politica e l’economia ebbero gran parte in tale vicenda, con tanti altri fattori, tipici di quel mondo e di quella società. Nel gruppo di questi laici in qualche modo parallelo al ceto dei chierici, gli individui si diversificano in modo anche vistoso, ma i giudizi diffusi non andavano mai tanto per il sottile.
Ancor più all’interno del ceto di cui stiamo parlando, c’era il gruppo delle persone addette alla casa del parroco o dei singoli cappellani, con il compito delle faccende domestiche. Si trattava di donne provenienti dalla famiglia del sacerdote ma anche da altri ambiti, e su di esse pesava in modo indistruttibile il fantasma della perpetua immortalata dal Manzoni. Il discorso potrebbe procedere ben oltre, e apparirebbero sempre più enormi le distanze tra noi e il piccolo mondo qui evocato. Come sarà negli anni a venire? Il tema è arduo e mi sentirei smarrito. Nel presente e nel futuro ci protegga Iddio.
Giuseppe Cremascoli
Topics: Dibattiti | 5 Comments »
Febbraio 27th, 2013 alle 10:35
…27 febbraio 2013 … Per noi è sempre Benedetto XVI°,… ed è molto bello che sia rimasto stato confermato per scelta e consenso” Papa Emerito”. Così è meglio, così è più accettabile perché suppone che ancora non perdiamo di vista la Persona, ancora contare di poter attingere ai suoi saggi consigli dove la Parola è centrale nella risposta che si potrà conoscere – se il suo buon cuore e disponibilità consentiranno. Vista così la situazione nuova si direbbe che per i fedeli e non si sia aperta un’altra finestra verso la “piazza” not a twitter – but a special speaking to the mind of common people . Giorni sereni Santo Padre perché ha lavorato bene alla vigna affidata, la vite darà ancora frutto e come il predecessore Le viene riconosciuto il merito di aver conquistato anche il cuore di moltissimi “gentili” – proprio quelle genti che cercano una via diversa da quelle conosciute, hanno scoperto in che cosa consiste il coraggio, che Cristo esiste davvero , non è un Uomo come tutti gli altri per il quale vale bene stare ad ascoltare. Come hanno fatto quelli che lo seguivano a suo tempo in Palestina e lo hanno riconosciuto Figlio di Dio. Anche per una Santità Emerita c’è lavoro – ora et labora , Con tutto il cuore per il bene che si è conquistata Santità auguriamo da questo blog OGNI BENE
Francesca
Febbraio 11th, 2013 alle 17:43
Sono pronto ad ammettere che non è bene parlare di sé o di temi e vicende di casa propria, ma non resisto – ahimè – alla tentazione di gettare un breve sguardo su un settore della società, che, nelle scosse di portata epocale subite negli ultimi decenni, …..
E chi avrebbe mai pensato Monsignore che proprio oggi festa della Madonna di Lourdes 11 febbraio, venisse diramata una notizia così “epocale” che scuote non soltanto il clero ma le Mura di Roma, , ii fedeli e non in tutto il mondo, il Santo Padre Benedetto XV° ha rassegnato le dimissioni da Capo della Chiesa che è in Roma. E’ una notizia che fa piangere il cuore, perché al Suo coraggio e dal Suo coraggio si riceveva quella forza e sicurezza nella Parola, malgrado le difficili situazioni lo hanno trovato sempre pronto ad affrontarle, inoltre gentilezza e mitezza sono pure suoi tratti che ce lo hanno fatto amare, e la fierezza nel rappresentare al mondo la dignità e la speranza nella che Cristo ha voluto la sua Chiesa fosse. Questa ponderata decisione di rimettere il mandato fa anche pensare che sia una rinuncia che deriva da prove che lo abbiano colpito profondamente ed è anche per questo che si prova moltissimo dispiacere per aver portato a tale considerato passo – almeno il cittadino comune non avrebbe mai desiderato accadesse Una simile decisione denota una grandezza nell’essere Sacerdote di Cristo, per la capacità di voler essere Servitore di Cristo Signore , che lo vuole servire con tutto se stesso . Si vorrebbe dire , ci ripensi, le vogliamo bene noi e non lo vogliamo ….. per noi è sempre Benedetto XVI° perché così è stato e non possiamo vederlo in altro modo neppure domani. Quanto ci dispiace!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!Francesca
Dicembre 24th, 2012 alle 09:32
In verità il clero si configura ancora, almeno un po’, come ceto, ma i confini e i tratti che ne determinano il volto sono, ora, radicalmente mutati
Davvero sono mutati? Penso sia interessante porla ai fedeli laici come domanda oggi: per quanto personalmente posso dire in merito credo che anche questa “famiglia”, il clero, abbia subito il deterioramento che si nota nella nostra società tutta mutata dagli avvenimenti, dalle scelte da errori che non si vogliono riconoscere, ed è naturale che sia così perché anche la forza dello spirito si scontra con la debolezza della carne e poiché convivono intrinseche nella natura umana il risultato è quanto emerge. Ma fintanto che continua ad esistere il “prete – il sacerdote” ed esiste perché li ho conosciuti e li conosco, la cui parola viene pronunciata con sicurezza, arriva al cuore, fintanto che ancora ieri in un paese fuori città vi è un curato che ancora fa risuonare nella sua chiesa i canti delle profezie natalizi, e dei parrocchiani partecipano con sentita fede e gioia a cantarli e l’organo riempie di note che scuotono i muri vecchi della sua chiesa (mi è capitato proprio l’altro ieri di trovarmi là di mattina e di entrare e restare e partecipare ), è fa provare un caldo al cuore, viene la preghiera e quel Dio di cui si fa memoria è vivo , Questo è pure un segno non improvvisato, che si dimentica, è una segno che non ha perso nel tempo la freschezza nella tradizione , quella di far ricordare, di parlare per rinfrancare il cuore per accantonare la tristezza delle vicende che opprimono la gioia . E’ pur vero che esiste anche il suo contrario e cioè che magari in un altro, magari quello natio – che lo si ricorda essere stato altrettanto così , nel tempo non lo sia più e ciò per una mutato interesse della comunità la quale non sente più il richiamo delle campane perché altri rintocchi sovrastano il loro suono, e a quella chiesa basta essere aperta e la presenza del sacerdote soltanto una volta o due la settimana, è come se una luce si fosse spenta.
Ma la vitalità della Chiesa se da una parte si nota essere mutata per effetto della lontananza di un popolo che ha preso le distanze da Dio, è ciononostante presente viva là dove viene richiesto un genere di bisogno più importante del pane, più interno alla persona, estremo, come l’aridità dei sentimenti, la fame e sete di giustizia, dove il cuore dolora e la persona da sola non sa pregare e si ripiega su se stessa perché è stata offesa nella dignità di persona, perché per rialzarsi ha bisogno del vigore della speranza, di credere in Dio cui rivolgersi, di sfuggire alla tentazione di sentirsi cosa, trattata come tale fino a crederci.
E’ lì che il “prete” è e diventa la persona diversa da ogni altra, di cui c’è bisogno molto oggi, può venire da ogni altro di buona volontà, lo può fare il laico cristiano e non:, Questo compito sembra oggi essere quanto mai primario , ciò di cui si ha tanto bisogno, di Cristo uomo Dio, del Suo vangelo e non di altri , quei sinonimi personalizzati, perché solo nel Suo vi è la verità, vi è nascita di vita nuova, e per questo molto efficace è il parlare da uomo a uomo-
Mi viene di ricordare lo scrittore Guareschi il quale sembra aver ben riconosciuto nei suoi scritti ma è stato anche ben rappresentato questo aspetto in quel film dove Don Camillo al capezzale di una donna che stava per morire voleva confessarsi e lui , prete, non capiva le sue parole perché parlava un’altra lingua e pertanto è corso e ha costretto un pope riottoso ad assolvere questo compito, e in quella povertà e dimenticanza quel SEGNO ha fatto luce , pace.
Il Santo Padre stà indicando alla Chiesa, ai suoi componenti, la stessa cosa, “andate per le case e in tutto il mondo e dite a tutto che vi è un posto alla Sua mensa, alla mensa di Cristo. Così attraverso vie nuove si è fatto presente con quel Segno come Luce nell’ incombente caos. Non serve più predicare, muovere critiche, ma la verità si va detta nella sua specificità, interezza come la medicina che sola può guarire, serve la parola che rinfranca e fa sperare-.
Buon Natale Francesca
Dicembre 19th, 2012 alle 19:27
Bello e toccante il ricordo dello zio don Augusto- Giuseppe Cremascoli
Dicembre 17th, 2012 alle 14:12
Nel mondo provinciale e sano, in cui sono nato, cresciuto ed invecchiato, una volta si diceva che le persone che in paese contavano erano il parroco, il medico, il farmacista e il maresciallo dei carabinieri. Nel mio piccolo paese ormai non ci sono più i carabinieri. Il farmacista, lungi dal fare i prodotti galenici, vende medicine in scatole ben confenionate dall’Industria Farmaceutica e pure da Istituti di Bellezza! il Medico ormai considera il fonendoscopio un oggetto ornamentale e si fida dei dati che gli fornisci il suo computer, in continuo contatto con il Laboratorio e il Dipartimento delle Immagini, da cui dipendono entrambi, computer e medico. Del sacerdote e del suo ceto non parlo, caro Antonello Cannarozzo, hai detto tu nel modo esemplare che tutti riconosciamo. Permettetemi solo di invitare i lettori a visitare http://www.pontifex.rai.it alla URL http://www.pontifex.roma.it/index.php/opinioni/laici/13519-don-augusto-un-uomo-di-dio, per comprendere chi erano i parroci di campagna di una volta, impegnati certamente e doverosamente nel sociale, ma non a tempo pieno, come spesso accade in questa Era dei Lumi Spenti. Buon Natale.