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FEDE E SAGGEZZA / Se il rimprovero passa di moda

By Rai Vaticano | Marzo 5, 2012

L’abate Macario, mitico personaggio del monachesimo antico e al quale la storia ha attribuito il titolo di «grande», ci lasciò questa sentenza : «se, volendo rimproverare qualcuno, sei indotto alla collera, soddisfi una tua passione; non perdere te stesso per salvare un altro». Tutto l’ambito del pensiero, da parte del lettore, si fissa sul tema dell’ira, e giustamente, perché così deve essere stato anche per il buon abate. Mi permetto, però, di notare che, personalmente, mi ha colpito anzitutto l’occasione evocata nella sentenza, quella, cioè, di chi sentisse in sé il desiderio di rimproverare qualcuno: «se volendo rimproverare», si legge infatti.

Sul rimprovero mi pare esista ovunque un velo di incertezze e di nebbia, dati i tempi che corrono. A chi va rivolto? Quando, come e perché? Esiste un diritto/dovere, per qualcuno, di procedere al rimprovero, e, soprattutto, quali sono i paradigmi per individuare ciò che è riprovevole e ciò che non lo è?

Non vado soggetto a tentazioni di scetticismo, ma mi rendo conto che, nella mentalità e nella prassi, imperversa, su questi temi, un turbinio tale da rendere tutti smarriti e spiazzati. Alla base di questo turbinio ci sono eventi ormai diffusi e consolidati. La società è multietnica e ogni gruppo ha le sue tradizioni, ispirate da valori (o disvalori) spesso in contrasto con quelli tipici dell’Occidente. Anche qui però, cioè nel vecchio e bofonchiante Occidente, non sappiamo più quali pesci pigliare. È chiaro che vocaboli come libertà, democrazia, dialogo, inviolabilità della persona rimandano a un insieme di valori ormai irrinunciabili, ma è anche evidente che ci siamo agitati nell’uso, magari per troppo entusiasmo, così da trovarci ora in mezzo a cocci di vasi non più ricomponibili.

Ecco allora la domanda, per stare al nostra tema: c’è ancora una base, pur minima, di certezze in base alle quali individuare i comportamenti contro cui far scattare il rimprovero e, se è il caso, il castigo? A volte categorie di pensiero all’apparenza elementari e ovvie, se accettate nella prassi, possono avere risultati positivi di vastissima portata. Per fare un esempio. Se lungo il corso dei secoli l’umanità avesse accettato l’idea che mai e poi mai, da parte dei poteri costituiti, va fatto qualcosa che rechi lesioni fisiche ai nostri poveri corpi, non ci sarebbero state le guerre, le persecuzioni, i lager, i gulag e via discorrendo in questo amenissimo elenco. Si va per esempi, per rendere evidente la necessità di individuare dei paletti di fronte ai quali finalmente far sosta, con buon senso e rispetto della realtà. È quest’ultimo aspetto che va considerato con attenzione e umiltà, così da intervenire quando qualcosa di dannoso si verificasse, ricorrendo ai  necessari rimedi. Gli interventi assumeranno allora il tono del monito, del rimprovero, della condanna. Tutto si complica, però, perché ci troviamo in una società senza padri, ove sono sempre più evanescenti ed opache le classiche figure alle quali si attribuivano, un tempo, responsabilità educative con relativa autorità.

Guardiamoci tuttavia dalla sterilità del lamento. Se cerchiamo di prendere atto di come stanno le cose, è per amore delle giovani generazioni e di quelli che verranno dopo di noi. Dovremo convincerli che al bivio di Ercole saranno sempre più soli, del tutto privi delle sferzatine di rimprovero che, bene o male, hanno aiutato noi. Bene o male, abbiamo scritto, ed è giusto notarlo. Il rimprovero, se è gestito in modo erroneo, può essere fonte di male anziché di bene. L’abate Macario – di cui sopra – pone l’accento sull’errore compiuto da chi vi ricorre usandolo come ricettacolo della propria ira. Sono tante, in ogni caso, le occasioni di cadere preda di sbagli e di inganni nei delicatissimi compiti a cui sono chiamati gli educatori e quanti devono (o dovrebbero) trasmettere dei valori. Il tema non è facile, ma lo si affronterà.

Giuseppe Cremascoli

 

Topics: Dibattiti | 5 Comments »

5 risposte per “FEDE E SAGGEZZA / Se il rimprovero passa di moda”

  1. Francesca scrive:
    Marzo 12th, 2012 alle 11:33

    Se lungo il corso dei secoli l’umanità avesse accettato l’idea che mai e poi mai, da parte dei poteri costituiti, va fatto qualcosa che rechi lesioni fisiche ai nostri poveri corpi, non ci sarebbero state le guerre, le persecuzioni, i lager, i gulag……
    Proprio questo occorrerebbe fare planetaria richiesta: basta in nome della Pace, della democrazia, e contro rivendicazioni di molteplici giusti, convenienti motivi di imposizione farlo con il ricorso e la supremazia delle armi. Molto è stato detto attraverso la stampa circa i risultati che i conflitti e le guerre lasciano in strascico nei territori e nelle popolazioni, quanto danno e conseguenze difficili i….soldati reduci patiscono in conseguenza di quanto hanno dovuto o si sono fatti carico di eseguire i compiti loro assegnati. L’uomo non è una macchina e sembra esserne una prova il caso che viene riportato dai media in questi giorni, accaduto in Afganistan, Al cittadino comune viene di pensare che è bello che l’UOMO non sia una macchina perché un essere dove con la mente c’è il cuore questo lo rende capace di cose grandi; e però quando gli si chiede di diventare macchina, oggetto obbediente sembra per questo subire egli stesso violenza, e dimentico dei plausibili obiettivi che lo trovano coinvolto ad operare, disgraziatamente perdere il controllo di sè, e quindi per questo anche il verificarsi di un devastante diverso agire . Molto è stato fatto perché “i vomeri sostituiscano le spade” e le diplomazie di molti Paesi sono attive a prevenire e a sedare là dove i conflitti esistono cruenti, ma è triste il dover constatare quanto il perseguire la Pace con questi mezzi non trovi convinta risoluzione, e invece permanga forte la tentazione a considerare risolutivo il raggiungimento di dei buoni obiettivi e per questa con l’ausilio delle armi sia pure così sofisticate da necessitare l’impiego di meno uomini .
    Il Santo Padre non desiste dal richiamare e fare appelli ancora e sempre vibrati perché cessino i conflitti e questi siano discussi da Uomini a Uomini rispettosi alla salvaguardia dei Diritti dell’Uomo. Chissà se almeno nei giorni di Pasqua ci potrà essere una pausa di giorni di PACE.?
    Francesca

  2. Matteo Dellanoce scrive:
    Marzo 8th, 2012 alle 11:19

    Chiedo scusa …non ho riletto!
    Matteo Dellanoce

  3. giuseppe cremascoli scrive:
    Marzo 6th, 2012 alle 22:28

    Caro Matteo,
    ma io ho scritto “coscienza multietnica” o “società multietnica”? E’ tardi e sto confondendomi,

  4. Sergio Stagnaro scrive:
    Marzo 5th, 2012 alle 13:45

    Comprendo perfettamente il prudente richiamo di Giuseppe Cremascoli ad individuare “paletti di fronte ai quali finalmente far sosta, con buon senso e rispetto della realtà”. Condivisibile. Quando è lecita e doverosa al tempo stesso l’ira di chi ha una coscienza formata dalla perfetta composizione di due meravigliose emisfere, coscienza noetica e coscienza morale? A mio parere, nel momento in cui qualcuno agisce contro il BENE, fisico e spirituale, della società e del singolo. La mia lettera aperta, http://sergiostagnaro.wordpress.com/, oggi scritta a Padre Bernardo Boschi, amico di Lucio Dalla, contiene interventi “irati” come il seguente: <<….la morte per infarto “improvviso ed imprevisto”, non è una CRUDELTA’ e neppure un castigo di Dio, per chi crede ovviamente, o del Caso e della Necessità per chi ha un coscienza sinonimo di sensibilità, ma una denuncia e testimonianza dell’egoismo e della miseria morale di una Medicina Serva dell’Economia, voluta dall’uomo di oggi, schiavo della “infinita finitezza del finito”, non solo al di fuori dalle Sacre Mura Vaticane, come può leggere di seguito nella mia lettera a Lucio Dalla: “Caro Lucio, avresti potuto…”.
    Ecco, a mio parere, un esempio della liceità di interventi che assumono il tono del monito, del rimprovero, della condanna. Oppure non è questo lo Spirito cristiano, cattolico, apostolico, romano?

  5. Matteo Dellanoce scrive:
    Marzo 5th, 2012 alle 11:32

    Soltanto colui che si arrabbia senza motivo è colpevole; chi si adira per un motivo giusto non incorre in nessuna colpa. Poiché, se mancasse la collera, non progredirebbe la conoscenza di Dio, i giudizi non avrebbero consistenza ed i crimini non sarebbero repressi.
    Ed ancor più: chi non si incollerisce quando lo esige la ragione, commette un peccato grave, poiché la pazienza non regolata dalla ragione propaga i vizi, favorisce le negligenze e porta al male, non soltanto i cattivi ma, soprattutto, i buoni.
    (San Giovanni Crisostomo – Hom. XI in nath, 344-407)

    Questa sentenza mi sembra che sottolinei i “luoghi” del rimprovero.
    E come non ricordare il discorso di Ratisbona di Benedetto XVI : Dio non si porta in punta di spada e la scienza sia al servizio dell’uomo. Per il resto, per dirla con Sant’Agostino: in dubiis libertas!
    Matteo Dellanoce
    P.S. Professore! Che la coscienza sia multietnica ho molti dubbi. Sarebbe una coscienza frammentata. La coscienza è unita e riconosce eventualmente la multietnicità come realtà con cui relazionarsi. Altrimenti si passa al relativismo della coscienza che mi sembra filosoficamente imporponibile anche per il più incallito dei relativisti!

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