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Ermanno Olmi: Il poeta ha bisogno di Cristo

By Rai Vaticano | Giugno 9, 2011

 

È tra i pochi uomini di cinema a saper guardare la realtà con occhio di filosofo, di storico e soprattutto di poeta. Nei suoi film ha saputo creare storie e situazioni in cui l’uomo risulta sempre al centro. Ricordiamo “L’albero degli zoccoli”, “Lunga vita alla signora”, “La leggenda del santo bevitore”, “Centochiodi”

 

Le sue pellicole trasmettono un senso religioso. Come regista cattolico pensa di avere una missione da compiere?
Il dato religioso che si trova nei miei film non è un dato precostituito. Io non voglio fare film religiosi. La religiosità che ne deriva nel vederli mi auguro sia una conseguenza di un rapporto d’amore che esiste tra l’autore e l’oggetto della sua osservazione. Quanto al “regista cattolico” io reagisco sempre a queste classificazioni. Non che non desideri essere cattolico, perché lo sono, ma credo che un autore che ha come massima aspirazione quella di essere un poeta, o per lo meno di tentare di raggiungere questo livello, ha in questa sua aspirazione delle connotazioni d’amore che non hanno bisogno della classificazione cattolica.

Nella grave malattia che l’ha colpita ha avvertito l’aiuto di Dio?
Sarebbe assurdo se la sofferenza fosse considerata solo nel suo aspetto negativo. Nel mio caso dopo l’esperienza di malattia mi ritrovo con grossi limiti alle mie facoltà motorie, eppure la sofferenza ha prodotto i suoi effetti positivi, perché mi ha liberato da molti bavagli inutili. Sarei morto volentieri pur di uscire da quello stato di dolore, ma mi ha trattenuto in vita l’amore delle persone care. In quel momento Dio non mi rispondeva, mi chiamavano le persone che mi volevano bene. E allora in un primo momento mi sono chiesto: come mai io credente non ho avuto l’aiuto da Dio nel momento della disperazione? Poi ho capito che Dio era questo aiuto che mandava, ed è il concetto appunto profondo dell’idea cristiana. Dio ci aiuta attraverso l’amore degli altri, e per questo che si è fatto uomo.

L’acqua è protagonista di molti suoi film. Cosa trova in essa di tanto importante?
C’è nell’acqua l’idea più esatta e più percepibile della vita. Prima ancora che esistano gli alberi e gli animali c’è l’acqua, che poi determina  il processo della vita in tutte le sue forme.    

I suoi primi documentari sull’acqua a quando risalgono?
Mi sono impiegato alla Società Elettrica Edison quando avevo 16 anni, nel 1947. L’Italia usciva dalla guerra, tutto si rimetteva in moto. L’acqua, in quel momento, diede l’energia per tutto lo sviluppo economico del territorio italiano. Nacquero le centrali idroelettriche.

In seguito con il documentario “Lungo il fiume” che cosa ha voluto dimostrare?
Il Po parte da una piccola fonte, che al termine del percorso raggiunge un’imponenza degna di incontrare il mare. Il fiume è metafora della vita: nasciamo come piccole, fragili creature e lungo gli anni sviluppiamo la nostra corporeità e acquisiamo una serie di conoscenze e di esperienze. Quando il Po sfocia nel mare si compie lo straordinario fenomeno dell’ evaporizzazione, per cui l’acqua si solleva verso il cielo e si trasforma in nubi, e queste riportano l’acqua sulla terra. E così ricomincia il ciclo.

Anche recentemente lei ritorna sul Po con il film “Centochiodi”. Questa volta il suo sguardo dove si poggia?
Sullo scorrere dell’acqua, rimanendo fermi sulla riva. Vediamo scorrere il fiume che presenta continue variazioni: una volta torbido, una volta limpido, una volta trascina residui di alberi o  veleni. Quante volte vediamo lo scorrere della vita stando seduti su una panchina o dietro a un tavolo di lavoro, e raccontiamo la vita da fermi. Oppure, se ci troviamo su una barchetta, in viaggio siamo noi e non guardiamo più il variare dell’ acqua, ma quello della riva. Vediamo gli uomini che vivono lungo il fiume, il loro agire nel bene e nel male. Si tratta di due modi di vivere di cui tutti facciamo esperienza. Il professore protagonista del film “Centochiodi” che ha lasciato le  biblioteche, le cattedrali del sapere, sente il bisogno di imparare la lezione somma della vita, guardandola nel suo scorrere. In questa dinamicità si trova il senso della vita. Si scopre la vita sia stando sulla riva guardando il fiume, sia stando sul fiume guardando la riva. 

Però tra l’uomo e la natura oggi ci sono problemi. Esagera chi nel disastro ecologico vede un olocausto?
Questa sensazione di olocausto la stiamo avvertendo già da un po’ di tempo, e gli scienziati da molti anni. Direi che non soltanto gli scienziati, ma tutti quanti avvertiamo un malessere, come se fossimo stati colpiti da un male profondo, di cui non sappiamo bene ancora quali siano le conseguenze.

Qual è secondo lei l’origine del peccato ecologico?
Credo che il peccato nella sua essenza sia la mancanza di rispetto: tutto ciò che noi facciamo non rispettando gli altri – e negli altri è compreso tutto ciò che è vivo intorno a noi – ci fa commettere un grave peccato. Voglio dire che gran parte di ciò che produciamo e consumiamo ha un costo altissimo, in aria, in acqua. C’è, quindi, l’avvelenamento di tutto ciò che è all’origine della vita e di cui non abbiamo tenuto conto abbastanza. Prima o poi dovremo pagare questo conto.

Eppure una volta si diceva che l’uomo è il re del creato!
L’uomo è sempre stato sì il re del creato, ma capendo poco, in fondo, del creato. Gli unici sono stati i poeti a capire il senso vero e profondo del creato.

Anche lei è un poeta! Spesso punta la cinepresa su boschi, albe, tramonti. Ma gli artisti oggi vanno dove li porta il cuore o dove li porta il mercato?
Dipende. Una volta l’artista veicolava l’idea religiosa, l’eroicità, i grandi sentimenti umani, oggi l’artista è, più  che mai, seduto e vincolato dentro a processi industriali. La committenza è il mercato. Allora, se prima il poeta aveva qualche difficoltà, arrivava a discutere anche coi Papi, oggi credo che nello spazio del mercato ci sia poco posto per i poeti.

Ma l’arte avrà ancora bisogno della Chiesa?
Il poeta ha bisogno di Cristo. Ossia il poeta ha bisogno di qualcuno che sia disposto a sacrificarsi.

Vito Magno

 

Topics: Personaggi, Religione/Religioni | 1 Comment »

Una risposta per “Ermanno Olmi: Il poeta ha bisogno di Cristo”

  1. Sergio Stagnaro scrive:
    Giugno 9th, 2011 alle 10:29

    Domanda e risposta ultime mi fanno tornare alla mente il recente bellissimo libro di Benedetto XVI, “Gesù di Nazaret”: Ma l’arte avrà ancora bisogno della Chiesa?, recita la domanda non proprio esatta, anche a mio parere. La risposta, che precisa la domanda (Chiesa = Cristo) di E. Olmi è meravigliosa: “Il poeta ha bisogno di Cristo”. Ossia il poeta ha bisogno di qualcuno che sia disposto a sacrificarsi”. Non penso di sbagliare affermando che il poeta, se è vero poeta, com’è E. Olmi, cioè Mercurio che fa comunicare Dio “con” gli uomini e viceversa, dimora nella dimensione del Sacro, alle soglie del Divino. Il sacrum – facere è pertanto la sua indispensabile dimensione, il suo habitat, il suo alimento essenziale. Col suo misericordioso sacrificio, il Salvatore ha messo fine a profani sacrifici fatti nel tempio, manifestazioni vuote di significato e utilità, creando lo spazio appropriato, dove è possibile agire (poiesis) con fiducia, alla ricerca della meta agognata dalla nostra eterna nostalgia.

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