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Zucchero e il suono della vecchia domenica

By Rai Vaticano | Novembre 19, 2010

         Zucchero è tornato, con uno dei più ispirati dischi della sua carriera:”Chocabeck”, che in dialetto reggiano significa lo schioccare del becco vuoto di un uccello. In undici canzoni racconta l’atmosfera di una domenica di cinquant’anni fa nella bassa emiliana, legando insieme episodi e valori di un mondo contadino ormai scomparso.

 

Grazie a “Chocabeck”,  il suo nuovo album, il mondo artistico-letterario oltre a “Il sabato del villaggio” di Giacomo Leopardi, ha anche “La domenica del villaggio” di Zucchero”!
In effetti con le undici canzoni di questo disco mi sono immaginato una domenica di Roncocesi, il paesino della Bassa Emiliana dove sono cresciuto. Mi manca quella domenica dell’infanzia! Lo dico non per nostalgia, ma perché desidererei tanto risentire gli odori, i colori, i suoni, che quel giorno di festa conteneva. Mi chiedo più volte: “ma il suono della domenica dove è andato a finire?”. È scomparso! È rimasto forse in qualche paesino sperduto, perchè nelle città si è perduto l’ascolto del suono dolce delle campane, il vociare dei bambini che si rincorrono nella piazza, i vecchietti che giocano a briscola, i profumi della tavola imbandita. Il suono della domenica per me è quello delle buone cose, della tolleranza, della solidarietà. Avevo uno zio, maoista che litigava tutta la settimana col prete, però la domenica si preoccupava per lui che restava solo, e lo invitava a cena. Formavano una coppia come quella di don Camillo e don Peppone. Il mio sogno è che tutto questo possa ritornare e che le persone che si combattono per le idee almeno una volta alla settimana si  ricordino di essere umanamente uguali e siano in grado di solidarizzare. 

Cosa ricorda della chiesa della sua infanzia?
Abitavo di fronte alla chiesa e tutte le mattine andavo a suonare l’organo. Ero un’autodidatta. A volte suonavo musiche religiose, altre volte musiche dei Procolarum, un gruppo degli anni settanta che ha attinto molto da Bach. Il prete mi permetteva di suonare prima di andare a scuola. Passavo mezz’ora tutti i giorni, in cambio dovevo andare a servire la messa la domenica. Ho fatto, quindi, il chierichetto, e non nascondo che ero anche molto bravo! Mi piaceva farlo. Ricordo, inoltre, che il prete ci mise a disposizione una stanza della canonica per le prove del complesso beat. A quel prete ho voluto molto bene. È capitato, poi, che oltre all’organo, ho imparato a suonare anche le campane. Però non mi piacevano quelle da morto, suonavo solo quelle della domenica!    

Poi cosa è successo?
Ho dovuto seguire i miei genitori in Toscana, e lì è  cambiata la musica! A Forte dei Marmi tutto era effimero, specialmente d’estate quando arrivavano i ricchi a sciorinare nuove mode. Non sono mai riuscito ad integrarmi con la gente del posto.

Con  il suono della domenica finì anche la  fede?
Devo innanzitutto dire che sono cresciuto tra la chiesa di fronte a casa e la cooperativa dove risiedeva il partito comunista. Sentivo una campana e l’altra. Si può dire che sono cresciuto tra il sacro e il profano, tra il diavolo e l’acqua santa. Questa situazione  ha certamente influito su di me, per cui ancora oggi dal punto di vista della fede sono uno che cerca di capire, sono in ricerca. Però da alcune mie canzoni, nate spontaneamente, come “Così celeste” o “Oltre la riva”, chi vuole può capire che qualcosa di spirituale c’è in me e che su quel fronte sto crescendo. Spesso, quando sono all’estero, ma anche quando passo da piccoli paesi, mi capita di entrare in chiesa da solo nelle ore in cui non c’è nessuno. Faccio un giro, rifletto, penso a cose profonde. Non vado in chiesa quando è piena, perché ho l’impressione che in mezzo alla massa si celino persone che coltivano interessi diversi dalla fede, che fanno  passerella.

Ha mai sentito vicino Dio?
Tanti anni fa mi è successo un fatto strano. D’estate andavo tutti i giorni insieme alle mie figlie a fare il bagno in un torrente, in Lunigiana. Andavamo in moto. Vicino ad una cascata c’era una chiesa del Mille, mezzo distrutta. Era chiusa a chiave, ma desideravo tanto entrare che provai per più giorni a forzare la porta, senza però alcun successo. Il catenaccio e il lucchetto non cedevano. Un giorno mi sedetti sotto un pioppo antistante la chiesa. Dopo essermi riposato ripartii con la moto, ma mi fermai di colpo, come se qualcuno mi bloccasse. Scesi, presi la chiave della catena della moto e mi diressi verso la chiesa. Misi la chiave nella toppa e la chiesa si aprì. La cosa mi fece uno strano effetto. Per mesi avevo tentato inutilmente di aprire quella porta, perché mi era venuta improvvisamente l’idea di aprire la chiesa con quella chiave che portavo sempre con me? Entrai nella chiesa e vidi che era spoglia di tutto. Pensai alla chiesa povera, ai preti e alle suore che aiutano i poveri, che poi sono quelli che piacciono a me.

Ritorniamo al disco. Perché ha intitolato una canzone “È un peccato morir”?

Si tratta di un modo di dire degli anziani del mio paese: “oggi ho mangiato così bene che è un peccato morir”, “quest’anno il mio vino è venuto così bene che è un peccato morir”,  “oggi è una giornata così bella che è un peccato morir”! Non avevano tutti i torti! Anch’io, nonostante gli alti e bassi di umore, penso che si sta bene in vita e quindi mi piacerebbe, se così vorrà Qualcuno, continuare a vivere. Se sei sano di mente, se sei fisicamente autonomo, è bello campare il più possibile.

Che c’è di buono andando avanti negli anni?
Ben poco. C’è chi dice che si diventa più saggi. Forse ha ragione. Ogni tanto la mia compagna esce in una frase: “Cosa importa! Da vecchi ci metteremo vicino al camino e leggeremo un buon libro”. Ma a me interessa fare altro: viaggiare, vedere, sentire, sono pieno di curiosità io…!

È felice?
Felice è una parola grossa. Sereno sicuramente. Ero più ansioso quando avevo 25 anni che non adesso.  Oggi non mi posso lamentare. Ho una bella famiglia, mio figlio cresce benissimo e così le mie due figlie, grazie a Dio! A proposito di Dio, ricordo un episodio che non ho mai raccontato a nessuno. Mio padre per nove anni visse con addosso una malattia molto rara che pian piano gli tolse tutte le forze, una malattia che ha a che fare con i neuroni e che impedisce di effettuare i più elementari movimenti: la Paralisi sopranucleare progressiva. Non aveva mai voluto che un prete entrasse a casa per benedirla. Ma quando la malattia era ormai in fase avanzata, una domenica il prete bussò, ed egli ci invitò ad aprire la porta. Entrò, mio padre si alzò da tavola e fece con solennità il segno della croce. Aveva le lacrime agli occhi! Prima non lo avevo mai visto fare il segno della croce. Quel gesto mi colpì profondamente ed è rimasto impresso nella mia coscienza.

Vito Magno

Topics: Personaggi | 2 Comments »

2 risposte per “Zucchero e il suono della vecchia domenica”

  1. Dario scrive:
    Novembre 24th, 2010 alle 21:39

    Brava Francesca…e bravo Zucchero! Emiliani brava gente di una volta!

  2. francesca scrive:
    Novembre 21st, 2010 alle 11:58

    Viaggiare, vedere, sentire—-Si questi desideri non hanno età, si può viaggiare in tanti modi, con la sensibilità e le caratteristiche che ogni persona ha ricevuto in dono si possono trasmettere messaggi positivi come una canzone che inneggia a cose buone, belle e che fanno bene al cuore. Le campane suonano ancora, ma è assordante il rumore che copre il loro suono; i bambini ci sono ma giocano in un altro modo, con i giocattoli che gli adulti hanno loro fatto apprezzare; gli anziani non sono più ascoltati come voci di saggezza da interpellare perché hanno perso la memoria di quella “saggezza”, che è quella senza età , si sono distaccati da tradizioni che non hanno fatte proprie, di conseguenza sono senza parole.

    ”E noi suoneremo le nostre campane “ è la risposta di un antico Papa, che al presente fa eco la stessa del Santo Padre attuale il quale “la campana la suona ancora e vibrante e nel suono riporta la Parola vera , la stessa da 2000 anni , quella che è aperta sempre al futuro e che valorizza i colori, i profumi, le mense domenicali, nelle quali non mancava mai il dolce, un profumo delle cose e delle persone che vivono in Cristo. e delle quali si prova nostalgia …. Ascoltiamo la voce delle campane!…Francesca

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