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La fede cantata da David Maria Turoldo

By Rai Vaticano | Aprile 21, 2009

«Padre David ha avuto da Dio due doni: la fede e la poesia. Dandogli la fede gli ha imposto di cantarla tutti i giorni», scriveva il grande critico letterario Carlo Bo. Il friulano David Maria Turoldo, frate dei Servi di Maria, si adoperò anche per il superamento degli steccati tra «cultura laica e clericale».
Poeta, saggista e drammaturgo di razza, Turoldo entrò giovanissimo nella congregazione religiosa dei “Servi di Maria”. Ordinato sacerdote nel 1940, partecipò alla Resistenza dando vita con altri al foglio clandestino “L’Uomo”. A Milano, con padre Camillo De Piaz, fondò il centro culturale “Corsia dei Servi”. Predicò in duomo fino al ’53. Il suo apostolato provocherà attriti con le autorità ecclesiastiche. Lavorò poi a Firenze con il sindaco Giorgio La Pira. Più tardi si trasferì nel paese di papa Roncalli (Fontanella di Sotto il Monte, a Bergamo), nell’abbazia di Sant’Egidio, che divenne presto luogo prediletto di ecumenismo e spiritualità, e vi creò e diresse il centro studi ecumenici “Giovanni XXIII”.
«Dio mi perdoni – scriveva l’Autore – di lasciarmi chiamare un poeta: il poeta è un crocefisso, è un profeta, un povero e grande uomo, molto raro. Certo sarà la poesia a salvare il mondo, o meglio, anche la poesia. E così, accettatemi come sono, poiché non oso definirmi». Ci invita a contemplare, a cantare, a pentirci, a sperare. E «dirò tante volte la mia (e forse anche la vostra) disperazione. E dunque, chiamatelo come volete questo mio angolo del mondo, questa finestra sulle cose, purché sia una finestra aperta anche dentro di voi, un angolo dove, almeno per un attimo, possiate udire la Voce, e ascoltarvi fuori di ogni rumore» (O sensi miei… Poesie 1948-1988).
Quella di David Maria Turoldo non è la disperazione di Baudelaire, di Verlaine, di Majakovskij o di Esenin. È un desiderio di Assoluto, di ricerca interiore, spirituale, fonte inesauribile di consolazione e speranza. La sua poesia è un dialogo continuo con Dio Padre, un volere tornare a Lui, alla vera Vita.
«L’eterno ci graffia dentro anche se non vogliamo». È un verso semplicemente meraviglioso, che si commenta da solo. E ancora: «La possibilità, o Cristo, che ci offri è questa: la quotidiana morte unica via all’eterno domani».
Profondo conoscitore della Bibbia, di cui è intrisa la sua lirica, e attento ai bisogni dell’uomo, padre Turoldo visse la povertà come testimonianza e arricchimento. Fustigatore dei mali di questo mondo, non esitava a denunciare i soprusi e le ingiustizie. Si indignò per l’oblio intorno alla figura di mons. Romero: «Chi ti ricorda ancora, fratello Romero? Ucciso infinite volte dal loro piombo e dal nostro silenzio». Ma era anche aperto al dialogo, con chiunque: «Fratello ateo, nobilmente pensoso alla ricerca di un Dio che io non so darti, attraversiamo insieme il deserto. Di deserto in deserto andiamo oltre la foresta delle fedi liberi e nudi verso il nudo Essere e là dove la Parola muore abbia fine il nostro cammino».
Nei versi di Turoldo è presente il costante ricordo dell’adorata madre, «contadina del mio Friuli, la più povera del paese», che «usava dirmi: “Figlio, sono cose troppo grandi per noi!”». E nella donna vedeva la «forma estrema del Sogno», l’«anima del mondo», il «grido della creazione».
Fu intimo amico e collaboratore di mons. Gianfranco Ravasi, attuale presidente del Pontificio Consiglio per la cultura e illustre biblista (che lo definì «cantore della Bibbia»), e del card. Carlo Maria Martini, già arcivescovo di Milano. Al card. Martini dedicò le Mie notti con Qohelet (in Ultime poesie 1991-1992), perché sensibile alla poesia e ai poeti: «È la poesia a segnalare le svolte della storia. Per capire i tempi, bisogna ascoltare prima, o insieme, alla teologia, cosa dicono i poeti. E Martini è uno dei pochi vescovi che sono segnati da questo carisma. Altra ragione è che Martini è uno dei più fedeli cultori della Parola».
Morì a Milano il 6 febbraio 1992 nel convento di San Carlo al Corso, per un tumore al pancreas. Le esequie furono presiedute dal card. Martini. Fu tumulato nel piccolo cimitero di Fontanella.

Patrizio Ciotti

Topics: Personaggi | 17 Comments »

17 risposte per “La fede cantata da David Maria Turoldo”

  1. Giovangualberto Ceri scrive:
    Febbraio 17th, 2012 alle 14:34

    LETTERA APERTA SU “DANTE e BEATRICE”

    Oggi, in Firenze, lì giovedì 2 Febbraio 2012, festa della Purificazione della beata
    Vergine Maria e dell’apparizione, per la prima volta, di Beatrice a Dante.

    In questo giorno la liturgia recita: “Virgo adducens minibus filium ante Luciferum genitum”. Cioè la liturgia di questo giorno 2 Febbraio puntualizza che Cristo è nato ancor prima che sorgesse all’orizzonte orientale Venere mattutina, o Citerea, o Lucifero, e per questo indica che Cristo stesso è nato con Venere mattutina, o Lucifero, sull’Ascendente e quindi a far da corona alla Sua testa in quanto l’Ascendente rappresenta, astrologicamente, la testa. Tale fenomeno, o aspetto di Venere, è analogo a quello della Venere della Commedia la quale nobiliterà e incoronerà tutto il viaggio dantesco: Pur, I, 19-21; Pur., XXVII, 94-96. Degno di nota che Claudio Tolomeo rammenti, che nelle regioni del terzo quadrante dell’ecumene orientate a sud-ovest e che parte, a spicchio, dal Golfo di Alessandretta e comprende la Bitinia, Lidia, Frigia, Panfilia, Cilicia e Cappadocia, e perciò che abbraccia tutto il litorale dell’Asia Minore, con Troia, Pergamo, Sardi, Efeso, Mileto, Alicarnasso e Tarso, “Venere viene invocata come Madre degli Dei” (Tetrabiblos, II, III, 37-39). Sarà allora per caso che Dante, all’apice del Purgatorio, nel mentre sta continuando il percorso della sua deificazione, dopo aver ricordato la presenza in cielo di Venere mattutina, di Lucifero, di Citerea, la madre di Enea, un semidio!, (VIRGILIO, Eneide, I, 254 – 260; I, 314 – 317; II, 801 – 804), ricorda anche di essere stato incoronato da Virgilio re e gran sacerdote: “… io (VIRGILIO) te (DANTE) sovra te corono e mitrio” (Pur., XXVII, 94 – 142)? E si tratta di un primo sintomatico rapporto astronomico-astrologico-liturgico, pagano-classico e cristiano, fra il nostro 2 febbraio (giorno, da me scoperto, dell’apparizione di Beatrice) e la Commedia e la Vita Nuova. Si legge inoltre nella liturgia di questo giorno del vecchio sacerdote Simeone: “Senex puerum portabat: puer autem senem regebat. … Nunc dimittis servum tuum Domine, secundum verbum tuum in pace, quia viderunt oculi mei salutare tuum “. E saremmo di fronte ad un sentimento molto intimo, presumibilmente analogo a quello provato in questo stesso giorno da Dante all’apparirgli, per la prima volta il 2 febbraio 1274, di Beatrice. A Simeone fu profetizzato, e la liturgia di questo giorno lo ricorda: “Non visurum se mortem, nisi videret Christum Domini”. Lo stesso potremmo quasi dire di Dante alla vista di Beatrice. Anche Dante, dopo aver lasciato capire, in più occasioni, che la scienza dei profeti è quella del nono cielo Cristallino, acqueo (freddo e umido – Par., XXVII, 67 – 69) e di Maria (cfr. “Regina Prophetarum, ora pro nobis” – Litanie Lauretane, v.40), cioè che la scienza del Primo cielo Mobile è la pagana Filosofia di Pitagora (Convivio, II, XV, 12) e, a maggior ragione, la cristiana Morale Filosofia somigliante ad una gentile donna giovane e bella molto ( Vita Nuova, XXXV, 1-2; Convivio, II, II, 1; II, XV, 12), cercò personalmente anche di praticarla e non ci nasconde nemmeno qualche sua profezia: Par., XXVII, 142 – 148; Pur., XIV, 55-72; Inf. X, 79 – 81. Ed ancora troviamo nella festa del 2 febbraio un’altra analogia con la vita di Dante: “Ut has Candelas ad usus hominum, et sanitatem corporum et animarum”. E Dante, in conseguenza del suo viaggio, possiamo dire abbia finalmente potuto accendere la sua candela, cioè il suo cuore. Infatti così continua a recitare la liturgia: “ita corda nostra invisibili igne”, mentre nella Vita Nuova indicante il 2 febbraio, sia pure dell’anno 1283 (Vita Nuova, III, 5), analogamente si legge, “E nell’una delle mani mi parea che questi tenesse una cosa la quale ardesse tutta; e pareami che mi dicesse queste parole “”Vide cor tuum!” (Vita Nuova, III, 5 [ V.N., 1, 16]). A questo punto potremmo concludere di essere di fronte al problema, del tutto inatteso per l’esegesi tradizionale, inerente una forte dipendenza, o simpatia, fra la Liturgia cristiana e la poesia di Dante. Domanda. Che quella Divina Scienza, la più alta ed ultima, che il Poeta indica nella “Teologia”, mette nel decimo cielo Empireo e che dichiara essere “piena di tutta pace” (Convivio, II, XIV, 19) non sia affatto la Teologia razionalista, o di san Tommaso, e nemmeno le semplici parole del Vangelo, come molti esegeti hanno indicato, ma sia, come io ho sempre indicato, la nostra sacra Teologia liturgica? Anche il recente CONCILIO VATICANO II dichiarò la Liturgia cristiana essere la nostra più alta forma di Teologia (Costituzione conciliare SACROSANTUM CONCILIUM sulla sacra liturgia del 4 dicembre 1963 -nn. 8 – 16 – 33 – 83 -116). E si tratterebbe di un rapporto che, per me, è stato intenzionalmente voluto e creato dal Poeta in tante occasioni per aggiungere, alla bellezza dei suoi versi, tutta la sapienza che animava la cultura di più alto livello del suo medioevo. Ed ancora: “Per intercessionem beatae Mariae semper virginis cujus hodie festa devote celebrantur… ”. Questa citazione permette di ricordare che il 2 Febbraio è anche una festa mariana. Ma non erano forse Dante e Beatrice (Vita Nuova XXVIII, 1) particolarmente devoti della nostra “regina benedetta virgo Maria”, ovviamente insieme a san Bernardo di Chiaravalle (Par., XXXIII, 1 – 39)? Maria, ricorda il teologo Charles Journet, “è la nostra suprema corredentrice, così come Gesù è il nostro unico Redentore” (CHARLES JOURNET, Catechesi sulla Santa Vergine, ed. L.E.F., Firenze, 1953, p.35), e questa è anche la ripetuta convinzione di Dante. Infine la liturgia di questo giorno risolutivamente e sorprendetemente mette in evidenza: “ … quos redemisti pretioso sanguine Filii tui”. Cristo figlio di Dio padre e di Maria Vergine, che un venerdì, il Venerdì Santo, versò il suo prezioso sangue per la redenzione del genere umano, viene ricordato proprio in questo giorno 2 febbraio, mentre sarà sempre per la festività del Venerdì Santo che Dante chiuderà la Commedia, almeno seguendo i riscontri e le scoperte di chi scrive, di Giovangualberto Ceri. A lui stesso risulta infatti, e del tutto originariamente, che il ‘viaggio’ finì il Venerdì Santo 31 marzo 1301, alle 12h. – 15h., cioè nel momento del versamento del prezioso sangue di Cristo per noi come recita la liturgia del 2 febbraio, dopo essere stato iniziato da Dante, liturgicamente, per la festa dell’ Annunciazione a Maria ed Incarnazione di Cristo del sabato 25 marzo 1301 (cfr. GIOVANGUALBERTO CERI, Dante e l’astrologia, con presentazione di Francesco Adorno, Firenze, Loggia de’ Lanzi, 1995, p.83). Negli esegeti di Dante non si trova tuttavia mai indicata questa qualificantissima e decisiva festa mariana della Candelora del Venerdì 2 febbraio 1274 che, ai tempi di Dante, era anche festa solenne e quindi di precetto. Cosa concludere? Che il mio metodo di studiare Dante è stato fertile ed anche assolutamente innovativo, rivoluzionario, poiché è capace di scendere ancor più in profondità nella vita vissuta dal nostro più grande Poeta, Dante, di come sia avvenuto fino ad oggi. Per tale motivo sarà meglio che io subito mi dilunghi su questo giorno odierno e sui capisaldi di questo mio metodo per poi riallacciarmi a qualche altro qualificante problema dantesco e medievale a cui dimostra di essere particolarmente interessato il caro Professor Alberto Casadei a cui dedico, per il suo particolare interesse ai miei lavori, questa lettera.

    – Al Gentile Professor Alberto Casadei, Ordinario di Italianistica
    all’Università degli Studi di Pisa.

    – Agli innamorati di Dante e ai docenti di Critica Dantesca, Italianistica,
    e Letteratura Italiana.

    Caro Casadei,

    rispondo solo adesso, in questo solenne giorno, alla sua gradita e-mail del 21.01.2012 (12h.09’). I controversi argomenti sull’Opera di Dante Alighieri da lei sollevati , e che ho ripreso in mano sospendendo temporaneamente la composizione del mio volume dal titolo IPAZIA e DANTE al fine di fare con lei bella figura, non interessano solo me e lei poiché, ragionevolmente, potrebbero affascinare anche altri che si occupano di Dante: per cui ho pensato bene di risponderle con una lettera aperta. I docenti universitari solitamente non sono disposti, o aperti, a mettere le loro cose e intenzioni di studio in piazza. Non mi resta dunque che augurarmi che lei faccia eccezione e, semmai, di porgerle le mie scuse.
    Oggi 2 febbraio si celebrava nel mondo classico, liturgicamente, la festa pagana delle Baccanti. I cristiani, grossomodo, gliela copiarono. Era una delle espressioni più forti e significative della devozione che il classicismo riservava alle entità soprannaturali e, l’indicazione del giorno festivo, il fenomeno cronologico, si fondava sulla distanza di quaranta giorni dal Natalis Solis invicti cadente il 25 dicembre. Di conseguenza si trattava dell’attribuzione a questo stesso giorno 2 febbraio anche di un senso pitagorico-mistagogico, oltre che simbolico-liturgico. I paleo cristiani e quelli medievali, con Dante, analogamente celebravano in questo stesso giorno i movitori delle sfere celesti, o Angeli che, usando altri termini, erano stati definiti anche Intelligenze celesti, o Idee platoniche, o Dei e Dee, come testimonia anche Dante (Convivio, II, II, 7-8; II, IV, 1-7; Convivio, II, Canzone Prima “ Voi che ‘ntendendo il terzo ciel movete,” ). I cristiani, analogamente ai pagani, indicavano dunque la cronologia del 2 febbraio sempre per un motivo pitagorico-kabalistico. Essi calcolavano questa distanza di quaranta giorni dalla Natività di Cristo e perciò sempre dal 25 dicembre come i pagani. In questo giorno 2 febbraio che, cristianamente, pitagoricamente e astrologicamente, dovrà essere messo in rapporto di trigono (120°) d’aria (Acquario-Bilancia) anche con la festa dei ss. Angeli Custodi cadente il 2 ottobre, viene ogni anno solennemente rinnovata la devozione verso gli angeli ridestata, nel medioevo, da san Bernardo di Chiaravalle, il maestro cristiano di Dante di più alto e qualificato rango spirituale. Il 2 febbraio e il 2 ottobre sono influenzati, per segno, da Saturno che si trova, rispettivamente, in domicilio (Acquario) ed in esaltazione (Bilancia) iuxta sententiam Ptholemaei (Tetrabiblos, I, XVIII, 4: I, XX, 2). Non meraviglierà allora se il Poeta, ricorrendo ad idonei artifici rigorosamente scientifici e all’appello ad una ragione “faticosa e forte” (Convivio, II, Canzone prima), ha messo il lettore attento in condizione di poter capire che, il Poeta stesso, ha deciso di vedere per la prima volta il suo personaggio Beatrice, da lui inventato sulla falsariga della reale esperienza avuta con Bice Portinari, cioè con la sua amatissima, bellissima e gloriosa, in tale stesso giorno: ed era appunto, allora, il 2 febbraio 1274, ovviamente in base alle mie ricerche e scoperte. Questo giorno da me scoperto cade di Venerdì. Sarà per caso, o è un reperto della validità del mio indirizzo di ricerca? Cadono infatti sempre di venerdì anche tutti gli altri giorni riguardanti Beatrice personaggio da me scoperti. In tutto sono quattro date cadenti tutte di venerdì e con un significato liturgico solenne e perfettamente aderente al momento. Si tratta: 1) del ricordato Venerdì 2 febbraio 1274; 2) del Venerdì 26 dicembre 1264, festa di santo Stefano protomartire che, in termine di minuti cronologici (alle 07h.42’ ora locale di Firenze [Vita Nuova, XXIX, 2 ]), corrisponde anche all’ora e all’istante di concepimento di Beatrice (cfr., come indica di fare Dante, CLAUDIO TOLOMEO, Tetrabiblos, III, II, 1- 4, il quale sentenzia, iuxta sententiam Ptholemaei, come l’istante di concepimento, in relazione alle peculiarità spirituali del nascituro, sia ancor più qualificante del momento della nascita); 3) del Venerdì 2 ottobre 1265, festa, allora ad libitum, dei ss. Angeli custodi e giorno di nascita di Beatrice personaggio (Vita Nuova, II, 2); 4) del Venerdì (liturgico) 9 giugno 1290, festa dei ss. Martiri Primo e Feliciano e giorno di morte di Beatrice (Vita Nuova, XXVIII, 1). Per i Dantisti pare che questi quattro venerdì io me li sia inventati e, perciò, da dovere ignorare. Mi auguro che abbiano ragione poiché, diversamente, il danno da loro arrecato alla cultura e alla nostra civiltà occidentale con tale indifferente comportamento, potrebbe essere gravissimo, se non irreparabile, poiché abbiamo l’Estremo Oriente culturale che, a ragione, preme da tempo alle nostre porte al fine di poter riempire il senso che abbiamo bisogno di dare alla nostra vita. Se io, col mio rovesciamento di metodo, avessi ragione ci potremmo anche attendere, per emulazione, il risorgere nei nostri studenti di un autentico entusiasmo per la scoperta della verità: ovviamente se la scoperta potesse venire in qualche modo premiata.

    Analizzando l’attuale caso della prima apparizione di Beatrice a Dante, trattandosi, liturgicamente, del Venerdì 2 Febbraio 1274, potrà essere intanto anche controllato e ribadito che sugli altari, allora come oggi, si leggeva e si legge: “Haec dicit Dominus Deus: Ecce ego mitto Angelum meum (cioè io, Dio, adesso, in questo giorno, mando il mio Angelo), et praeparabit viam ante faciem meam”. Sarà allora per caso che il Poeta incontra Beatrice il 2 febbraio e quindi nel giorno in cui la Divina Provvidenza assegna a ciascuno di noi l’angelo custode? Non è forse congruo che Beatrice possa assomigliare, come tutti già affermano, ad un angelo? Essa non svolge forse verso Dante, e dichiaratamente, la funzione che tradizionalmente svolgono gli Angeli Custodi (Pur., XXX, 55 – 145)? Nel mio caso però l’indicazione di Beatrice quale incarnazione dell’Angelo custode di Dante di sesso femminile (Nel medioevo la questione del sesso degli angeli non fu risolta.) viene da me indicata sulla base di precisi calcoli matematici e riscontri astrologico-liturgici, e non a senso. Già si legge che per sant’Agostino e san Tommaso gli angeli posso, a volte, anche incarnarsi (Enrico Cornelio Agrippa, De Occulta Philosophia, Lione, per Beringos Fratres, 1535, lib. III, cap. XIX). Per i Dantisti e le varie associazioni che si occupo di Dante, sembrerebbe che io questo giorno del Venerdì 2 Febbraio 1274 me lo sia sognato in quanto mai sono stato invitato a riferire, o a chiarire. E io per loro me lo sarei inventato, vanamente elucubrando, a partire da quando l’ A.N.S.A. (FIR – YFI10015) dette la notizia in data 23 settembre 1996 che poi venne ripresa, il giorno dopo, da “Il Corriere della sera”, “La Nazione”, “Il Sole 24 ore”, “Il Messaggero”, “La Stampa”, “L’Avvenire”, eccetera: tutti giornali in attesa di notizie sensazionali e a cui meno importerebbe di dare una notizia vera. Non mi dica adesso, Caro Casadei, che in giro non se ne erano accorti che qualcuno già aveva indicato il 2 febbraio 1274 quale giorno della prima e solenne apparizione di Beatrice a Dante, anche se questa mia scoperta, lo ripeto, è su base astronomico-astrologico-liturgica e direi anche pitagorico-kabalistica o, ugualmente, inerente la nona scienza, la Morale Filosofia: scienze con cui gli Italianisti hanno chiaramente assai poca dimestichezza. Ma in tal caso la colpa non sarebbe mia, che non gliel’ho fatto sapere, penso…!, e per cui loro non avrebbero poi potuto, a ragione, controllare. Nessun esegeta ha infatti mai voluto rifare, con un serio impegno didattico-divulgativo, il percorso matematico-liturgico che io feci nel 1996. Né il mondo accademico si sentì mai obbligato ad auspicare, almeno in senso generale, o di principio, che qualcuno più esperto procedesse ad un rigoroso controllo sulla congruità di questo giorno Venerdì 2 febbraio 1274, magari insieme anche agli altri tre giorni già indicati e sempre cadenti di venerdì. E perché l’impegno ad un controllo non fu auspicato nemmeno dalla “SOCIETÀ DANTESCA ITALIANA” con sede a Firenze, o dalla “DEUTSCHE DANTE-GESELLSCHAFT”, o dalla “ THE DANTE SOCIETY OF AMERICA”, o dalla “CASA DI DANTE IN ROMA”, o dalla “BIBLIOTECA CLASSENSE DI RAVENNA”, o dall’ “ACCADEMIA NAZIONALE DEI LINCEI” di Roma? Mi trovo dunque ad essere solo contro tutti? Cosa concludere? Forse si è sperato che le mie scoperte venissero dimenticate, o che io passassi da matto? Quindi, Caro Casadei, subito la ringrazio per aver tentato di voltare pagina e rappresentato, con le sue e-mail, quasi un’eccezione e per cui mi è venuta voglia di approfittarne. Le ricordate date del 2 ottobre 1265 e del 2 Febbraio 1274 hanno potuto da me essere scoperte ragionando sul giorno di nascita di Dante personaggio, martedì 2 giugno 1265, da lui stesso indicato nel Paradiso (XXII, 110 – 117), come lei ben sa per avermi letto. Recita Dante:

    “… in quant’io vidi ‘l segno / che segue il Tauro e fui dentro da esso. / O gloriose stelle, o lume pregno / di gran virtù, dal quale io riconosco / tutto, qual che si sia, il mio ingegno, / con voi nasceva e s’ascondeva vosco / quelli ch’è padre d’ogne mortal vita, / quand’io senti’ di prima l’aere tosco; “ (Par., XXII, 110 – 117).

    La scoperta del martedì 2 giugno 1265, messa da ‘LA NAZIONE” di Firenze in prima pagina e su quattro colonne la domenica di Pasqua del’ 11 aprile 1993, allorché UMBERTO CECCHI era Direttore e ALFREDO SCANZANI scrittore dell’articolo, fu poi ripresa dall’A.N.S.A. e da quasi tutti i maggiori quotidiani italiani, e a me, tutto sommato, sembrava, e sembra, relativamente semplice. Comunque i docenti di Italianistica non mi seguirono. Bisognava però assumere, cosa per loro assai complicata, che Dante sia spiritualmente più vicino alla cultura scientifica medievale, di Ruggero Bacone, di san Tommaso d’Aquino e di Pietro D’Abano, che non a quella di Francesco Petrarca, o a quella del Leopardi e del Romanticismo. Diversamente potrebbe venirci in mente, quindi a priori, che siccome Dante è un poeta, mai avrà potuto immaginare, o aver avuto bisogno, che le sue stelle, per essere poetiche, debbano corrispondere anche alla realtà, a quelle che realmente brillavano ai suoi tempi in cielo nell’arco longitudinale del segno che segue il Tauro, cioè dei Gemelli. Ed è stata questa la strada che hanno seguito gli esegeti. Se si assume invece che Dante possa essere uno scienziato medievale in grado di padroneggiare tutte le dieci scienze medievali da lui ricordate anche nel Convivio (II, XIII, 1- 30; II, XIV, 1-21), e perché no?, allora tutta la Commedia, ma anche la Vita Nuova e il Convivio, potrebbero essere state riempite con queste stesse sue scienze-conoscenze e di conseguenza queste sue stelle “gloriose e di gran virtù” della Commedia potrebbero essere anche reali, brillanti effettivamente in cielo, ai suoi tempi, nell’arco longitudinale del Segno dei Gemelli. Perché non ipotizzarlo seriamente? Anche Bruno Nardi aveva sostenuto che il senso “litterale” (Convivio, II, I, 2 – 8) nell’esegesi di Dante deve essere il primo ad essere esaminato, o venire preso in considerazione: pena la presa di abbagli, a la pesca di granchi. Nell’ipotesi da me sostenuta, se Dante scrive di “stelle” dovremmo controllare, prima di tutto, se si tratta effettivamente di stelle reali per controllare poi cosa succede. Io, dopo lunghi mesi di studio, prove e considerazioni, decisi che queste stelle erano reali e che corrispondevano a tre. Si tratta: a) della stella Polare (alfa Ursae Minoris) ai tempi di Dante a 18°.20’ di longitudine nel segno dei Gemelli e che per lui brilla sopra la gloriosa “cittade di Maria” posta al polo settentrionale, o polo nord– Convivio, III, V, 10 – 14); b) della stella, “virtuosior”, Betelgeuse (alfa Orionis – cfr. Pietro D’Abano: “In prima namque sunt 15 maiores et virtuosiores, que in astrolabiis sculpiuntur” Lucidator dubitabilium astrologiae”, differentia quinta, propter primum), allora a 18°.30’ nel segno dei Gemelli; c) della stella Menkalinam (beta Aurigae) allora a 19°.40’ di longitudine nel segno dei Gemelli. Se noi poniamo, come indica Dante di procedere, il Sole in stato di CONGIUNZIONE STRETTA, MONTAMTE E NOBILE (e come potrebbe essere diversamente!), con tale gruppo di stelle, risulta che al momento della nascita lo stesso Dante personaggio aveva il Sole alla longitudine di 18°.01’ in Gemelli, “ longitudine” che decreta, appunto e scientificamente, che il Poeta ha deciso di farsi nascere, e che risulti nato, ”il martedì 2 giugno 1265 (cfr. Profhacii Judaei Montispessulani Almanach perpetuum ad annum 1300 inchoatum – Codicis Laurentiani, PL XVIII sin, N. 1). Se Dante personaggio si fa nascere in questo giorno 2 giugno 1265, applicando questa data all’Incipit della Vita Nuova (II, 1-2) si arriva necessariamente a stabilire, sia il ricordato venerdì 2 ottobre 1265, giorno di nascita di Beatrice, che il nostro ricordato venerdì 2 febbraio 1274 giorno, appunto, della prima apparizione di Beatrice a Dante e che oggi avrebbe dovuto essere celebrato da molti con entusiasmo. Ma cosa rende questa scoperta del martedì 2 giugno 1265 inconfutabile e perciò assolutamente certa, semmai ce ne fosse bisogno dopo che essa, procedendo matematicamente, ha servito a risolvere magnificamente anche l’enigma posto dall’Incipit della Vita Nuova, come ho già ricordato? La data del martedì 2 giugno 1265 non può intanto che condurci alla lettura della relativa liturgia cristiana del giorno per la conoscenza, già acquisita, della maniera in cui procede Dante. In questo giorno si celebra la festa dei ss. martiri Marcellino, Pietro ed Erasmo che, essenzialmente, indica tutta la biografica di Dante, analogamente a come del resto già avevano indicato la biografia di Beatrice le ricordate quattro date e feste liturgiche del venerdì 26/12/1264, del venerdì 2/10/1265/, del venerdì 2/02/1274/, del venerdì 9/06/1290. Sarà tutto sempre per caso? Intanto se ciò che riguarda Beatrice cade sempre di venerdì, ciò che riguarda Dante cade invece sempre di Martedì. Ma non esiste forse già nella nostra cultura occidentale un rapporto fra Venere e Marte? Sembra affermare simbolicamente Dante che lui stesso è tanto vicino alle qualità di Marte quanto Beatrice a quelle di Venere. Sandro Botticelli fa anzi di questo rapporto il soggetto di un bellissimo quadro, e anche la sua famosa Nascita di Venere risulta essere scientificamente la stessa Venere della Commedia per stare uscendo, in entrambi i casi, dal tratto astrologico umido e da quello mitologico del mare. La liturgia del 2 febbraio e anche quella della notte della Natività del 25 dicembre, indicano sempre la presenza in cielo, durante la notte stessa della Natività, di Venere mattutina tutta umida (acqua-mare) e debolmente calda, iuxta sententiam Ptholemaei (Tetrabibos, I, IV, 6). Lascio ai Dantisti e alle Società Culturali che si occupano di Dante la responsabilità storica di continuare a far cadere nel silenzio il problema del giorno di nascita di Dante e di Beatrice personaggi da me scoperti da quel dì. Io, quale interessante sintomo della giustezza del ricordato mio indirizzo di ricerca, ricorderò adesso solo il controllo scientifico-liturgico del giorno di nascita di Dante personaggio, di quel Dante che Dante stesso faticosamente si inventa per imprimere la maggior forza poetica possibile alla sua poesia in armonia con la mentalità dell’XI – XII e XIII secolo in Europa.

    Domande per il controllo della rispondenza della liturgia del 2 giugno alla vita di Dante. La parola (“os”) di Dante possiamo ritenere sia stata ispirata dal cielo? Per me, sì! Dante fu un uomo sapiente? Per me, sì! Fu egli tradito dai suoi concittadini fiorentini ed esiliato (cfr. Convivio, I, III, 4-5)? Sì! Fu egli odiato da molti e condannato a morte (igne comburatur sic quod moriatur – Michele Barbi, Vita di Dante, Sansoni, Firenze, 1961, p. 19)? Sì! Ebbe queste che seguono sono le parole recitate dalla liturgia di questo suo giorno di nascita di Dante martedì 2 giugno 1265 (cfr. anche Biblioteca Laurenziana di Firenze, Edili 107) .
    “Ego (cioè io Divina Provvidenza) enim dabo vobis os et sapientiam, cui non poterunt resistere et contradicere omnes adversarii vestri. Trademini autem a parentibus, et fratribus, et cognatis, et amicis, et morte afficient ex vobis, et eritis odio omnibus propter nomen meum: et capillus de capite vestro non peribit. In patientia vestra (la pazienza che ebbe Dante nel sopportare l’esilio) possidebitis animas vestras (tale “possesso” della propria anima da parte di Dante per aver meditato e sapientemente sopportato durante il suo esilio quel “vento secco che ha vaporato la sua dolorosa povertate” e, al tempo stesso, scritta la Commedia. Astologicamente l’umore “secco” è “distruttivo” iuxta sentetriam Ptholemaei (Tetrabiblos, I, V, 1) perché, analogamente e prima di quello “freddo”, disgrega e stronca ogni cosa. Scrive più distesamente Dante: “Poi che fu piacere de li cittadini (parentibus, et fratribus, et cognatis, et amicis ) de la bellissima e famosissima figlia di Roma, Fiorenza, di gittarmi fuori del suo dolce seno – nel quale nato e nutrito fui in fino al colmo della vita mia (Il colmo dell’arco della vita è per Dante il trentacinquesimo anno, mentre la sentenza di bando gli fu data il 10 marzo 1302) e nel quale, con buona pace di quella, desidero con tutto lo cuore di riposare l’animo stancato e terminare lo tempo che m’è dato – per le parti quasi tutte a le quali questa lingua (il volgare italiano) si stende, peregrino, quasi mendicando, sono andato, mostrando contra mia voglia la piaga de la fortuna, che suole ingiustamente al piagato molte volte essere imputata. Veramente io sono stato legno sanza vela e sanza governo, portato a diversi porti e foci e liti, dal vento secco che vapora la dolorosa povertade” (Convivio, I, III, 4 – 5). Nella Commedia, sostanzialmente scritta durante il suo esilio, egli descrive infatti il suo itinerario di salvezza ontologicamente vissuto, obbligandoci a concludere che lui possedette infine, e veramente, la propria anima analogamente a come indicato dalla liturgia di questo giorno.

    Caro Casadei,

    in riferimento al punto n. 3 della Sua e-mail datata 11.01.2012, in cui lei mi fa presente che ci sarebbe un ostacolo di fondo fra il viaggio a partire dal 25 marzo 1301 e la data di nascita di Dante personaggio da me indicata nel 2 giugno 1265, poiché nel marzo-aprile del 1300 il Poeta, per lei, si trovava “nel 35° anno di età, cioè nel mezzo del cammino della sua vita (Inf., I, 1-3) , mentre nel 1301 non più”, orbene in base ai miei calcoli si arriva invece alla conclusione opposta. La sua opinione è comunemente condivisa, è vero, ma non so se per ingenuità. Infatti, 2 giugno 1265 + 35 anni = 2 giugno 1300. Possiamo dunque scientificamente affermare che Dante, prima del 2 giugno 1300, aveva ancora trentaquattro anni più tot sottomultipli dell’anno e quindi non aveva ancora doppiato il culmine della sua età e festeggiato l’evento. La metà della vita, il cui intero è costituito dalla somma dell’ Adolescenza, Gioventute e Senectute, corrisponde a 70 anni e perciò la metà è trentacinque anni. In questo calcolo si esclude, ovviamente, l’età della Senio pari a undici anni per arrivare ad ottantuno come Platone in cui però, da 70 a 81 uno, per Dante, un uomo è quasi già morto e per cui dovrà pensare solo a Dio. Facciamo adesso una controprova. Se lei avesse domandato a Dante nel marzo-aprile 1300, nell’arco in cui lei vorrebbe collocare il viaggio, quanti anni lui stesso avesse, le avrebbe risposto trentaquattro, come facciamo tutti comunemente. Se invece lei gli avesse fatto la stessa domanda nel marzo-aprile del 1301 il Poeta le avrebbe risposto, appunto, trentacinque, proprio come io sostengo. Dunque solo ponendo il viaggio dal 25 marzo 1301 al 31 marzo 1301 possiamo dire che il Poeta si trovasse nell’arco del suo XXXV anno di età.

    In relazione al problema del periodo del ‘viaggio’ della Commedia, seguendo i reperti storici, e non affatto le determinazioni astronomiche e il senso astrologico degli astri durante tale stesso periodo, affermo che autori coevi a Dante, l’OTTIMO (Andrea Lancia – già notaio a Firenze nel 1315), e GIOVANNI BOCCACCIO (1313 – 1375), autorevolmente ricordano, e quindi fin dalla prima metà del trecento, che l’anno del viaggio fu il 1301 del nostro computo storico: ovviamente per poter essere il 1300 stile antico fiorentino. IACOPO DELLA LANA (1290 – 1365) indica invece direttamente essere il 1300, ovviamente stile antico fiorentino. Dunque stanno indicando tutti e tre lo stesso anno. Quando un dantista trova un problema, una incongruenza, non è corretto che pensi subito ad un errore, per distrazione, o incompetenza, o menefreghismo, dell’autore esaminato, e che magari tratti con sufficienza chi non si arrende come lui e cerca. Il giudizio negativo sulla distrazione di Dante, del Boccaccio, dell’Ottimo eccetera, peraltro assai comodo, dovrà essere invece emesso solo dopo avere esperite tutte le possibili ipotesi e non aver trovato nulla. Infatti, per me, che un notaio, l’Ottimo, si sbagli sul calcolo dell’anno appare inverosimile. E bisognerà indagare. Anche che si sbagli il Boccaccio (Giovanni Boccaccio, Esposizione sopra la Comedia di Dante, a cura di Giorgio Padoan, Inferno, Canto III, Milano, Mondadori, 1964, p.150) sembra ugualmente inverosimile, tanto pare appassionato nel suo commento ad alcuni canti della Commedia e, al tempo stesso, innamorato della vita di Dante e della sua Opera. Che il Lana indichi 1300 per far piacere al padre barnabita Giuseppe Boffito mi sembrerebbe un po’ troppo. Infine che la Quaestio de aqua et de terra sia, o non sia, un’opera autentica di Dante, per la questione calendariale non ha alcuna rilevanza. Ha invece rilevanza che sia coeva. Dunque ha molta importanza che qualcuno, agli inizi del 1300, abbia scritto la Quaestio de aqua et de terra chiudendola in quel modo, con Cristo non solo risorto di Domenica, ma anche nato di Domenica e, su questo, pare che nemmeno lei nutra dei dubbi. Anzi per me è forse meglio che la Quaestio non sia affatto un’opera di Dante, poiché vorrebbe dire che c’erano altri a ritenere Cristo nato di Domenica e perciò incarnatosi di Venerdì, e quindi incarnatosi il venerdì 25 marzo del 1° dopo Cristo del nostro computo storico, e perciò necessariamente nato, nove mesi dopo, la domenica 25 dicembre del 1° dopo Cristo. Con la Quaestio siamo perciò già a tre reperti indicanti il viaggio avvenuto nel 1301, non considerando la corretta interpretazione da dare al Lana. Il reperto della Quaestio giustifica l’esistenza di un calendario ab Incarnatione antico fiorentino che però si collocava accanto, e non dentro, a quello a Nativitate rimesso in vigore da Bonifacio VIII sulla scia di Dionigi il Piccolo e che dunque indicava Cristo nato il sabato 25 dicembre del 1° anno avanti Cristo del nostro computo storico. Il calendario a Nativitate di Bonifacio VIII si schiaccia perciò su quello redatto dal computista Dionigi il Piccolo e quindi su quello medievale giuliano autentico detto “stile comune” e che partiva dall’insediamento, il 1° gennaio, dei Consoli romani come aveva decretato Giulio Cesare. Se la Quaestio indica Cristo nato di Domenica, e perciò necessariamente nato la domenica 25 dicembre del 1° anno dopo Cristo del nostro computo storico, il giorno successivo, p.e., il lunedì 26 dicembre del nostro 1° d. C., Cristo stesso non aveva affatto un anno e un giorno di età come a noi risulterebbe, ma un solo giorno dalla nascita, cioè un sottomultiplo dell’anno corrispondente ad una sua trecentosessantacinquesima parte e che diventa l’intero annuale, l’uno, solo alla fine del 24 dicembre di quell’anno che, per noi è, storicamente, già il secondo anno dopo Cristo: il lunedì 25 dicembre del 2° d. C. Nel momento in cui noi storicamente scriviamo che Cristo ha due anni, per la Quaestio risulta invece averne uno solo più, ovviamente, un giorno dalla nascita. Dunque, in relazione al calcolo “ab Incarnatione” antico fiorentino, l’indicazione con l’uno si avrà solo alla fine del 24 marzo di quell’anno in cui però, per noi e storicamente, è il secondo dopo Cristo. Esiste precisamente la differenza di un anno intero. Cristo, per Dante, si incarna necessariamente il venerdì 25 marzo del nostro 1° dopo Cristo e ha solo un anno il sabato 25 marzo del nostro anno 2° d. C. Noi scriviamo 2° dopo Cristo mentre per la Quaestio dovremmo scrivere 1° dopo Cristo. Cosa concludere se non che i calendari fiorentini ab Incarnatione, a partire da Bonifacio VIII e almeno nei primi decenni dopo la sua morte, furono due.
    OSSERVAZIONE DERIMENTE. Le controversie cronologiche sulla Commedia sorgono sempre, o quasi, per il rilevamento della differenza di un anno in relazione ai fatti di cronaca e al computo del tempo, ed è perciò ipotizzabile che non si tratti affatto di errori, o sviste, o vuoti di memoria, come sostengono spesso gli esegeti, quanto del ricorso ad un computo diverso rispetto a quello che sta adottando l’esegeta. GIOVANNI RIZZACASA D’ORSOGNA nel suo interessante volume “Dante e L’Almanacco di Profazio Giudeo” (Palermo, stab. Tip. VIRZI, 1909) intelligentemente si occupa di questi problemi fornendoci informazioni uniche ed utilissime, però non arriva, per me, a capo delle varie questioni per la sua completa ignoranza della settima scienza medievale albergata nel cielo di Saturno. RODOLFO BENINI è invece, per me, assolutamente da respingere (RODOLFO BENINI, “Dante tra gli splendori de’ suoi enigmi risolti”, Roma, 1919 – ried., ed dell’Ateneo, 1952) poiché dà imprudentemente per risolti problemi che non lo sono affatto e che quindi non riesce assolutamente nemmeno lui a prendere correttamente per in verso giusto. Io l’ho dimostrato nel seguente mio articolo: GIOVANGUALBERTO CERI, Su alcuni errori di Rodolfo Benini, nella rivista ‘Sotto il velame’ di Torino diretta da Renzo Guerci (n. 2 – Dicembre 2000, Il leone verde edizioni, Torino, pp. 31 – 57: rivista recensita anche da “La rassegna della letteratura Italiana” diretta da Enrico Ghidetti (ed. Le lettere, Firenze). Credo di aver messo qui con le spalle al muro il Benini ma, prevalentemente, per la mancanza di conoscenza dell’Astrologia e della Teologia liturgica da parte sua. Tutti i numeri della rivista “Sotto il velame” – quaderni della ASSOCIAZIONE STUDI DANTESCHI E TRADIZIONALI di Torino – diretta da RENZO GUERCI, possono essere consultati presso la BIBLIOTECA NAZIONALE CENTRALE DI FIRENZE – Piazza Cavalleggeri, 1/A – Firenze.

    Riassumendo. L’Ottimo e il Boccaccio, insieme alla chiusura della Quaestio, eccetera, sono lì non solo a indurci ad ipotizzare, per correttezza ed accademicamente, che il viaggio potrebbe essere avvenuto anche nel 1301, ma soprattutto perché ci si muova a prendere sul serio l’ipotesi in quanto potrebbe aprire quella porta in grado di introdurci al vero tesoro nascosto da Dante, o di Dante: l’autentico comportamento con cui il Poeta affrontava tutti i giorni la propria vita in armonia con tutta la nobile cultura del medioevo che l’aveva preceduto e di cui era innamorato, certamente ancor più che di Virgilio e del classicismo. Vede, di santi la Chiesa ne ha tanti anche nell’arco dal XIV al XX secolo, però hanno poco a che fare con quelli da san Francesco a Maister Eckhart (1260 – 1328) e Santa Caterina da Siena: salvo qualche eccezione come nel caso di Santa Maria Magdalena de’ Pazzi (1566 – 1607), o di san Giovanni della Croce (1542 – 1591). E questo perché nel medioevo si praticava con autenticità, come nel periodo delle prime Comunità cristiane della Didaché, la scienza della MORALE FILOSOFIA legata alla FILOSOFIA DI PITTAGORA (Convivio, II, XV, 12) e albergata, per Dante, nel nono cielo Cristallino, acqueo e di Maria. Comunque nello studio di Dante esiste un gap, è bene ripeterlo: non è stata esperita adeguatamente, o sufficientemente, la scienza del settino cielo di Saturno, l’Astrologia, e quella dell’Empireo, del decimo ed ultimo cielo, che è costituita dalla sacra Teologia Liturgica. Il tentativo di accollarsi la soluzione dell’annoso problema, viaggio nel 1300 o nel 1301, risulterebbe spinoso non solo in rapporto alla mentalità presente ancor oggi in alcuni ambienti del Vaticano, ma anche avendo presente le varie tesi sostenute da gran parte dei docenti fino ad oggi, in quanto finirebbe per emergere che hanno sostenuto, erroneamente, quasi l’esatto contrario della verità scientifica. Di riflesso il problema risulterebbe spinoso fors’anche per una parte consistente degli uomini politici e dei vertici delle Istituzioni Repubblicane che sembra non abbiano interesse a fare indispettire, appunto, né il Vaticano, né l’Accademia.

    Caro Casadei,

    è d’accordo con me? Se sì, perché allora non mi invita a parlare a Pisa ai suoi studenti e così tentiamo di rovesciare la frittata? Lei, nelle sue gradite lettere e-mail, diversamente da me, dall’Ottimo, dal Boccaccio, da come si chiude la Quaestio, ma anche dall’abate FEDERICO MARIA ZINELLI (1839), da GIUSTO GRION (cfr. Giusto Grion, “Che l’anno della visione di Dante è il MCCCI”, Udine, Tip. Francesco Foenis, 1865), da FILIPPO ANGELITTI (“Dante e l’Italia”, nel VI centenario della morte del Poeta MCMXXI – Fondazione Marco Besso, Roma 1921), da WALTER E TERESA PARRI (“Anno del viaggio e giorno iniziale della Commedia”, Firenze, Leo S. Olschki Editore, 1956), eccetera, dice di trovare maggiormente soddisfacente l’idea, sposata quasi da tutti, che il viaggio avviene nel 1300 del nostro computo storico ma con una particolarità: esso, per lei, inizierebbe il 25 marzo: cioè il 25 marzo 1300 odierno. Quindi, se non sull’anno, mi dà ragione almeno sul giorno: il 25 marzo (per lei del 1300, e per me 1301). Io però non ho ricavato questo giorno ricorrendo al semplice buon senso, o all’intuito, o ad un fedele ancoraggio alla cultura, agli usi e consuetudini, di allora a Firenze (beninteso, secondo l’opinione che, comunemente e un po’ irriflessivamente, ce ne siamo fatta fino ad oggi noi), bensì scientificamente. Io non mi sono cioè fidato del, “si sa ormai che…; o del si scrive e si legge dappertutto che… ”, in quanto ho coscienza che a manovrare le opinioni della gente e a foraggiare gli scrittori prevalentemente sono, ed erano, quanti detengono il potere economico-politico-religioso e quindi chi aveva, ed ha, interesse a mantenere una data linea di pensiero, o alcune convinzioni. L’indicazione della solennità del 25 marzo quale giorno di inizio della Commedia nel mio metodo emerge dunque alla fine, quale necessaria conclusione delle determinazioni astronomiche, del senso degli aspetti astrologici dei pianeti e delle Stelle Fisse, e di quello congruo, solenne e conclusivo, della sacra Teologia liturgica. Perciò il mio 25 marzo è preceduto da ferrei calcoli matematici e da esatte interpolazioni e dall’ accertamento, in particolare, degli umori UMIDI E CALDI e perciò FECONDI E ATTIVI, esercitati dai pianeti nella Commedia durante quel periodo che, a me, è emerso sorgivamente dai dati scientifici. In riferimento alla data da lei ipoteticamente accreditata del viaggio nella primavera del 1300, e che includa il 25 marzo 1300 in quanto Cristo, non solo si sarebbe incarnato un venerdì 25 marzo, ma poi sarebbe anche morto in croce sempre un venerdì 25 marzo, e che per questo Lui sarebbe stato presente sulla Terra trentaquattro anni esatti dalla Sua incarnazione come indica Dante (Convivio, IV, XXIII, 10), e perciò necessariamente presente dal venerdì 25 marzo del 1° dopo Cristo al venerdì 25 marzo del 35 dopo Cristo, mi sembra di poter affermare quanto segue. L’ipotesi del 25 marzo 1300 per la portata simbolica e liturgica del giorno era già nell’aria, o nota e, alla fine, condurrebbe però sempre al 1301 a voler, o a poter, essere rigorosi in tema di simbolismo e di liturgia. Io già pubblicai (GIOVANGUALBERTO CERI E ROBERTO TASSI, Chiesa di Santa Margherita della Chiesa di Dante, a cura del Centro Culturale Dantesco, ed. MIR, Montespertoli, 1996, p.117), quale primo e sintomatico reperto storico sulla diffusa convinzione culturale dell’incarnazione e morte di Cristo avvenuta in un venerdì 25 marzo, il grandioso lavoro di GIOVAN BATTISTA RICCIOLI, Chronologiae Reformatae (tomi tre, Bologna, 1669, Tomus Primus, lib. VIII, p. 298). In questa pagina si legge: “Sicut Verbum Caro factum est die 25 Marty, feria 6 (VENERDÌ) et natum in utero intemerate Virginis Mariae, ita natum est ex ea, nocte precedente diem 25 Decembris, feria 1 (DOMENICA)”. Il poderoso studio del Riccioli intanto pienamente conferma quanto già sostento dalla Quaestio de aqua et de terra: e non mi sembra poco per quello che, qui, ci preme stabilire. E poco importa, ribadisco, che la Quaestio sia di Dante, o meno. Nel suo studio il Riccioli menziona anche il De Trinitate di Sant’Agostino. Anche il gentile ed astronomicamente preparatissimo, Direttore della “Casa di Dante in Abruzzo”, CORRADO GIZZI, cita e ricorda, illuminandoci: “Eodem die conceptus est in utero Christus et mortuus in cruce”, e quindi si tratterebbe sempre di un venerdì. (Corrado Gizzi, L’astronomia nel Poema Sacro, Napoli, Loffredo editore, 1974, vol. II, p.58). FRANCESCO CANTELLI indica il 25 marzo nella sua “Memoria letta all’Accademia Pontaniana nella tornata del 5 novembre 1899 dal dottor Francesco Cantelli assistente nel R. Osservatorio di Palermo” (Napoli, Stabilimento Tipogtafico nella Regia Università, 1900). L’ultimo che ha rispolverato autorevolmente il 25 marzo 1300 come inizio del viaggio mi sembra però essere l’”acerrimo nemico” della divulgazione delle mie idee e scoperte: Patrick Boyde, Serena Professor in the University of Cambridge ( G.B.), che si trovava proprio nelle prime file, insieme a FRANCESCO MAZZONI, nella sala dove io, a Ravenna, riferii del problema del viaggio nel 1301 al Convegno Internazionale di Studi su “Dante e la scienza”. Ed era la mattina del 29 maggio 1993 con presidente di turno, accanto a me relatore, il caro professor Cesare Vasoli, il quale, un po’ di tempo dopo, ebbe a dirmi: “Lei, Ceri, ha sostanzialmente ragione su tutto”. Alla mia successiva domanda se ero stato però, nelle varie circostanze che lui ben conosceva, un po’ maleducato, non perse l’occasione per dirmi, “Sì!” Fui doppiamente contento della sua sincerità: perché sapevo, dentro di me, che nel mentre benevolmente mi redarguiva dicendo la verità sul mio comportamento, indirettamente mi confermava anche la sua sincerità al riguardo delle sue dichiarazioni sulle mie scoperte su Dante: esse erano, per lui, altrettanto vere. Un vero maleducato in cerca del vero Dante. Ci sta. Alla positiva dichiarazione del Vasoli sulla validità dei miei lavori, seguì anche quella di Enzo Esposito dell’Università “La Sapienza” di Roma. Ma io alla fine ho capito che un professore, per quanto chiarissimo e storicamente e filologicamente preparatissimo, per quanto possa darmi ragione sul piano personale data l’evidenza delle mie affermazioni e la sua intima onestà, poi non sarebbe però in grado di dimostrare ai suoi colleghi, per le difficoltà delle materie coinvolte e da me impiegate, la validità scientifica di quello che io sostengo e lui ha deciso di voler difendere. Ed è qui che Egli, forse giustamente, si fa timido, anche se ben disposto verso di me. Questa è la situazione. Le mie scoperte paiono perciò destinate a non poter migliorare oggi la nostra cultura e civiltà, come sarebbe stata intenzione di Dante allorché si premurò tanto di tramandarcele con tanto ingegno, sapienza e coraggio.
    Approfittando dei due problemi sul tappeto, dell’anno del viaggio nel 1301 e della data di nascita di Dante personaggio il martedì 2 giugno 1265, mi piacerebbe arrivare adesso a sconfessare le teorie di Boyde, sia perché se lo meritano, in quanto sono sbagliate e confondono la mente degli studenti del medioevo e di Dante, sia per vedere, goliardicamente, l’Università di Pisa primeggiare sull’Università di Cambridge (G.B.): ovviamente se lei si butterà dalla mia parte concedendole io, ovviamente, il “beneficio d’inventario”. Veda di PATRICK BOYDE, “L’uomo nel cosmo” ( Bologna, Il Mulino, 1984, pp. 272 -276); veda di PATRICK BOYDE, lettera inviatami in data 13 luglio 1994 e pubblicata nel mio volume dal titolo “Dante e l’astrologia” con presentazione di Francesco Adorno (Firenze, Loggia de’ Lanzi, 1995, p. 109). Si tratterebbe di una battaglia valida e nobile, specialmente se il guanto di sfida l’avesse prima gettato un altro. E includo, insieme a Patrick Boyde, anche la nostra Graziella Federici Vescovini che nel suo famoso articolo sul viaggio nel 1300 mi menzionò due volte sostenendo che la discussione che io portavo avanti sul viaggio nel 1301, come anche quella di Filippo Angelitti, per le ragioni da lei precedentemente esposte, le pareva ormai “oziosa”, cioè inutile (GRAZIELLA FEDERICI VESCOVINI, Dante e l’astronomia del suo tempo, nella rivista internazionale ‘Letteratura Italiana Antica’ diretta da Antonio Lanza, anno III – 2002, Moxedano editrice, Roma, pp.291 – 309). Vatti a fidare dei professori di storia. Mi confortò la lettera che subito mi inviò Giorgio Bàrberi Squarotti da Torino in data 3 maggio 2002, e cioè una volta avuto in mano l’articolo della Vescovini. Squarotti mi scriveva: “La Federici Vescovini è stata mia collega a Torino molti anni fa, ma non mi risulta che mai si sia occupata di Dante”. Effettivamente nel suo articolo a sostegno della tesi del viaggio nel 1300 si nota che essa è preparatissima in Storia dell’astrologia medievale, ma ai primi passi nell’esegesi dantesca. Per cui avevo, e continuo ad avere tutt’ora, una grande stima della Federici Vescovini come storica dell’astrologia medievale, ed anzi la sua competenza storica è tale da fare invidia e mi sembra anzi superiore perfino a quella di Eugenio Garin, ma sa, la storia, per quanto utilissima, è una cosa, e le scoperte scientifiche pienamente controllabili, e per questo inconfutabili, un’altra. Una cosa sono le opinioni, e una cosa i fatti: ed io mi occupo, soprattutto, di quest’ultimi in senso scientifico-medievale e dantesco.

    Volendo adesso procedere ad una valutazione più generale, e anche dialettica, sul viaggio nell’anno 1300, oppure nel 1301, possiamo notare intanto che tutti lo collocano, naturalmente, in primavera. Molti autori indicano comunque un arco di giorni diverso. C’è una discussione anche sulla durata in ore. In relazione al 1300, i più lo collocano nell’aprile del 1300, però con la solenne festa della Pasqua, allora cadente la Domenica 10 aprile 1300, più o meno a mezza strada rispetto all’interno campo cronologico ipotizzato di sei o sette giorni, e quindi la solenne festa verrebbe ad assumere un senso inadeguato, o scarso. Quindi la Pasqua, per il viaggio nel 1300, non corrisponde, né al monumentale inizio della Commedia, né alla sua solenne fine. Per il 1300 si viaggia quindi alla cieca. Nel caso da me originalmente prospettato del viaggio nel 1301, il viaggio stesso invece inizia la notte liturgica del 25 marzo 1301, giorno dell’Incarnazione di Cristo e di apertura del XIV secolo a Firenze secondo l’antico calendario fiorentino (se pur non preso in considerazione nemmeno dal Manuale di cronologia di Adriano Cappelli), e termina alle ore 12 – 15 del Venerdì Santo 31 marzo 1301. E si tratta di una PERFEZIONE ASSOLUTA, qualificantissima, tanto del punto di vista astronomico-astrologico, quanto liturgico, che simbolico e cabalistico, come ho già illustrato nell’intervista fattami a TV CANALE 10 da UMBERTO CECCHI e che si può ascoltare, cercando su GOOGLE, a mio nome: GIOVANGUALBERTO CERI – YOUTUBE, http://www.youtube.com/watch?v=wV4vEG15yjA.

    Il caro Professor Giorgio Bàrberi Squarotti, controrelatore all’Università di Torino della brillante tesi di laurea di Valentina Costamagna intitolata “La data della visione dantesca: 1300 o 1301” e discussa il 29 giugno 2004, concluse che ormai era chiaro che l’ipotesi 1301 era maggiormente accreditabile di quella sul 1300. Non credo perciò, come lei mi scrive, di essere oggi solo a dire 1301. Però in questa tesi, voluta dallo stesso Bàrberi Squarotti, non viene affatto affrontato il problema degli umori, “UMIDI e CALDI, e perciò FECONDI E ATTIVI”, esercitati dai pianeti nell’arco del viaggio (Claudio Tolomeo, Tetrabiblos, I, V, 1-2: I, VIII, 1-2), e dunque, per Dante, umori anche, e necessariamente, “MONTANTI e NOBILI” (Convivio, IV: XXIII, XXIV, XXV, XXVI, XXVII, XXVIII). I pianeti in questione, come sono quattro sotto il profilo astronomico-matematico, sono sempre quattro anche sotto il profilo astrologico e liturgico. Si tratta del Sole, Inf., I, 37-43; Luna, Inf. XX, 127-129; di Venere, Pur., I, 19-21; e di Saturno, Par., XXI, 13-15. Se fossero stati considerati dalla Costamagna anche gli umori dei pianeti, ovviamente tutti in fase “nobile, montante e feconda”, insieme altre particolarità sempre di carattere astrologico, nonché se fosse stato considerato alche il senso e il valore simbolico delle feste liturgiche poste sapientemente da Dante all’inizio e alla fine della Commedia, non vi sarebbe rimasto più alcun dubbio sull’anno del viaggio: sarebbe emerso come definitivo l’anno 1301. Pensi che si legge nel Convivio che Cristo volle morire nel giorno del compimento del trentaquattresimo anno di età per dover morire nell’arco montante e nobile, e dunque umido e caldo della vita, poiché non era “convenevole la divinitade stare in cosa in decrescere” (Convivio, IV, XXIII, 10). Ma forse risulta agli esegeti di Dante che Dante stesso abbia trascurato i quattro umori indicati anche da Tolomeo (umido, caldo e secco e freddo) al punto tale da non sentirsi essi stessi stimolati ad occuparsene? Forse nella Commedia la figura di Gesù Cristo, per gli esegeti di Dante, non è importante, considerato che Lui decise di voler morire nell’arco della vita ancora umida e calda? Faccio notare che se la Commedia si svolgesse veramente nell’anno 1301 del nostro computo odierno, come a me risulta, essa, cominciando con la festa dell’Incarnazione di Cristo e terminando nel momento del versamento del sangue di Cristo stesso per la nostra salvezza, finisce per coinciderebbe col punto più qualificante e solenne del CREDO (vv. nn. 7 e 8). Durante questi due versetti i fedeli, data la solennità del momento, sono invitati ad inginocchiarsi per tutto il tratto, per ritornare poi in piedi al versetto n. 9, al “Resurrexit”. Orbene il campo della Commedia, seguendo la mia cronologia sul 1301, diventa a suo modo esso stesso quello del momento dei versetti 7 e 8 del Credo. Dunque, versetto n. 7: “Et Incarnatus est de Spiritus Sancto ex Maria Virgine et homo factum est “ (In questo istante i fedeli si inginocchiano: e si tratta dell’ inizio liturgico della Commedia nella notte del 25 marzo 1301 [cfr. Genesi, I, 5: “e fu sera e poi mattina”] ). Versetto n.8: “Crucifixus etiam pro nobis sub Pontio Pilato, passus, et sepultus est.” ( Alla fine di questo versetto, cioè al “Resurrexit” che apre il versetto n. 9, i fedeli ritornano di nuovo in piedi: e si tratta della fine della Commedia alle 12h. – 15h. del Venerdì Santo 31 marzo 1301 in cui Dante, come Pinocchio, è diventato un vero uomo in grado di agevolare anche gli altri a diventarlo). Finendo inoltre l’opera, secondo le mie ricerche, alla ore 12 – 14 del Venerdì Santo 31 marzo 1301, rispecchia pienamente anche il TE DEUM: “quos pretioso sanguine redemisti” (v.22), oltre che la liturgia del 2 febbraio odierno e festa della Candelora e dell’apparizione di Beatrice a Dante. La Commedia, se la poniamo sul 1301, risulta dunque indicare solennemente essere un Credo ed un Te Deum, mentre tale indicazione calza perfettamente anche con lo scopo letterario e mistagogico dell’opera. Cosa risulterebbe invece essere l’opera se la ponessimo sul 1300? Dal punto di vista di quanto essa è “bella” cambierebbe ben poco. Ed è qui che si aggrappano gli esegeti tradizionali appellandosi al fatto che essi, per professione, si occupano di Letteratura italiana la quale, mentre vuol far gustare la bellezza del verso intende anche insegnare la lingua italiana, ma nulla di più. Se Dante dice qualcosa, o molto, di più non sarebbe affar loro, mi sembra di aver capito e, con questo, allora addio alla nostra cultura e civiltà.

    Per essere più chiaro in relazione all’indizione del Giubileo da parte di Bonifacio VIII, e quindi per affrontare meglio il problema di Casella (Pur., II) che a lei sta particolarmente a cuore in quanto il personaggio è sempre palesemente agganciato all’idea dell’esistenza di un qualche giubileo, devo aggiungere quanto segue.

    Tesi 1300 per Casella. Bonifacio VIII aveva fatto realmente iniziare il suo giubileo, come risulta e tutti sono d’accordo, il 25 dicembre del 1299 del nostro computo storico per poi pensare di poterlo chiudere il 24 dicembre 1300, per cui, aggiungendo i tre mesi di attesa di Casella (Pur., II, 76 – 102) a datare dall’apertura del perdono giubilare papale, arriviamo al 25 marzo del 1300 come sostengono quasi tutti gli esegeti e, mi sembra, lei compreso. Per questo lei insiste tanto sul 25 marzo 1300 e la sua insistenza mi trova abbastanza favorevole nella misura in cui lei prende per buona la precisione di Dante, quasi fosse un matematico e non uno dei nostri poeti moderni che, in queste cose, si può ragionevolmente immaginare che procedano ad occhio, per pressappochismo. Se fosse solo questa la somma da fare, 25 dicembre 1299 più tre mesi, uguale 25 marzo 1300, lei avrebbe finalmente trovato un punto che le dà pienamente ragione. I documenti storici provano però che le cose non andarono rigorosamente in questo modo poiché la mente di molti cittadini era agitata anche da altre idee religiose. Infatti il punto derimente è: risulta a noi, oppure no, che ci fosse nell’aria, a cavallo fra il XIII e il XIV secolo, il desiderio, ed anche la solenne richiesta, da parte di qualcuno, dei Fiorentini e di Dante, di celebrare un giubileo a Nativitate nel 1301 in base al loro proprio calendario ab Incarnatione? È certo di sì. Per contrastare l’evento, per non dar seguito alla richiesta dei Fiorentini e di Dante, papa Bonifacio VIII intanto allungò il suo giubileo di un giorno chiudendolo il 25 dicembre 1300, cioè nel giorno in cui avrebbe dovuto aprirsi l’altro, quello fiorentino e poi, nella sua pronuncia di chiusura, vietò espressamente e solennemente che si celebrasse il giubileo in base al calendario “ab Incarnazione”: e con questo decretò che il giubileo richiesto dai Fiorentini e di Dante non avrebbe dovuto celebrarsi. Si legge: “Jesu Christi 1300. Bonifacii VIII PP. 6 (Piissimo Papa Bonifacio VIII nel sesto anno del suo pontificato). Pronunciatur annum jubilaei non extendi ad sacrum verbi incarnati diem. … Declarat insuper idem dominus noster Summus Pontifex quod annus iste jubileis trecentesimus hodie (25 dicembre 1300) sit finites, nec extendatur ad annum incarnationis secundum quosdam” (ANNALES ECCLESIASTICI, AB ODORICO RAYNALDO , Tomus XIIII, Colonia, Ioannis Wilhelmi Friessem, 1692, p. 540). Bisogna notare anche che questa richiesta (“secundum quosdam”), mentre certificata l’esistenza di un desiderio di celebrare un giubileo l’anno seguente a quello di Bonifacio VIII, finisce anche per convalidare che ci fosse un computo calendariale dell’era cristiana anche a partire dall’anno dopo a quello di Dionigi il Piccolo (che era sempre ab Incarnatione), e perciò giustifica anche un computo giubilare a Nativitate un anno dopo a quello, sempre a nativitate Domini, proclamato da Bonifacio VIII. Orbene tale certificazione, tale bolla pontificia, se pur non depositata in cancelleria, convalida pienamente anche la chiusura della Quaestio de aqua et de terra di cui tanto, anche fra noi due, abbiamo parlato a convalida della tesi 1301.

    Tesi 1301. Bisognerà dunque, almeno ipoteticamente, assumere che da tre mesi, cioè che dal 25 dicembre 1300 del nostro computo storico, e non dal 25 dicembre 1299, per qualcuno sarebbe dovuto iniziare un altro Giubileo a Nativitate, se pur non indetto dal papa e quindi in base all’antico Calendario fiorentino “ab Incarnatione”. Il computo dei tre mesi di attesa sofferti da Casella (Pur., II, 76 – 102) potrebbe perciò dover partire da questo giubileo espressamente invalidato dal papa e, se così, arriviamo al mio sabato 25 marzo 1301 e inizio della Commedia. Quando Casella fu, finalmente anche lui, benevolmente imbarcato dall’Angelo nocchiero era, appunto, il 25 marzo 1301 del nostro computo storico e giorno di apertura del XIV secolo a Firenze in perfetta armonia con la chiusura della Quaestio. Se Bonifacio VIII vieta una cosa, il giubileo a Nativitate richiesto dai Fiorentini, siamo sicuri che Dante lo segua? Oppure con la Commedia egli vorrà celebrare, se non a dispetto, almeno ad integrazione o surroga, quel giubileo che il Sommo Pontefice gli aveva vietato? È plausibile che Dante si oppunga a Bonifacio VIII in una materia così delicata? Che egli abbia velato questo suo comportamento dissenziente anche per non incorrere nei rigori dell’Inquisizione medievale? Avrà potuto egli, da un punto di vista cristiano, non tener conto della volontà del Sommo Pontefice? Se lui credeva nel profetismo e ai profeti a me risulta che avrebbe evangelicamente potuto farlo. Infatti già sappiamo che egli si ritiene un gran sacerdote (Pur., XXVII, 139 – 142), ed un profeta in quanto azzarda più di una profezia, mentre sappiamo anche che nelle prime Comunità apostoliche seguaci della dottrina della Didaché i profeti occupavano un posto di grande autorità nella Chiesa: erano gran sacerdoti, celebravano l’eucarestia, improvvisavano da soli il rendimento di grazie cioè senza seguire le formule prescritte dai vescovi e quindi dal papa e, nel nostro caso, da Bonifacio VIII. Oltre al dono carismatico di profezia, ottenuto anche per scienza (grazia cooperante e, per Dante, quella del IX cielo Cristallino, acqueo e di Maria), i profeti avevano anche la pienezza del sacerdozio: erano vescovi, veri successori autentici degli apostoli e missionari al par di loro. Si legge anche che “se una comunità (una diocesi) non ha almeno un profeta, allora tutti i beni di cui dispone dovranno essere elargiti ai poveri”. E anche in questo Dante sarà stato perfettamente d’accordo con queste prime comunità legate anche a san Pietro apostolo (DIDACHÉ, B – Istruzione liturgica [c – Eucarestia]; C – Statuto disciplinare, [b - Doveri di carità]: cfr. FULBERTO CAYRÉ, Patrologia e Storia della teologia, Primo volume – primo e secondo libro, Roma, Desclée e Ci, Editori Pontifici, 1948, pp. 44-45 e 58). Ciò premesso può essere sostenuta l’ipotesi che Dante, almeno per se stesso e per Casella, per tutte le canzoni che da giovani avranno cantato insieme indirizzandole alla Beata Vergine Annunziata, abbia voluto e potuto celebrare un giubileo speciale, sempre a Nativitate ma in base al Calendario antico fiorentino .

    Volendo adesso riferire con maggiore abbondanza di particolari l’episodio del poeta CASELLA, intimo amico di Dante, assumendo che tutto stia come dico io, allora egli sarebbe stato imbarcato dall’angelo nocchiero, alla foce del Tevere (Pur., II, 94 – 105), e perciò inizierebbe il suo viaggio verso il Purgatorio, nello stesso giorno del 25 marzo 1301 in cui lo inizia Dante. Uno va orizzontalmente per mare (Casella), l’altro va per terra ma in profondità e verticalmente, passando dal centro della Terra stessa (Dante). In questo caso fra i due si aggiungerebbe un’altra simpatica circostanza amicale: partono insieme il giorno dell’Annunciazione a Maria. È congruo? Inoltre arrivano sulla spiaggia del Purgatorio sempre nello stesso giorno e momento e si ritrovano insieme. Simpatico? Imbarco di Casella alla foce del Tevere per l’Incarnazione di Cristo del sabato 25 marzo 1301 e inizio del XIV secolo a Firenze. Mi domando adesso: nel momento della levata del Sole? Se sì, Casella avrebbe impiegato 48 ore circa a giungere in Purgatorio poiché vi giunge all’alba del lunedì 27 marzo 1301 e, cioè, quando arriva anche Dante, come io già calcolai nel mio volume: GIOVANGUALBERTO CERI, “Dante e l’Astrologia”, con presentazione di Francesco Adorno (Loggia de’ Lanzi, Firenze, 1995, pp. 51 – 70). Tenendo conto della circonferenza della Terra, anche se ai tempi di Dante era calcolata più piccola, è possibile comunque grossomodo controllare la velocità del battello su cui è stato pacificamente imbarcato Casella dall’Angelo nocchiero, che risulterebbe congrua alla velocità, appunto, dichiarata da Dante stesso, e non per caso: “che ‘l muover suo (del battello) nessun volar pareggia” (Pur., II, 18). Io calcolai una velocità pari a 100 nodi orari e corrispondente a circa 185 Km all’ora, ma potrei anche essermi smagliato. Dante è un poeta scientifico, lo vogliono, o no, capire i Dantisti? Anche il calcolo di questa distanza e velocità, nel contesto in cui il Poeta la inserisce, crea un’emozione poetica. Solo risolvendo i suoi problemi scientifici possiamo arrivare a provare intimamente una significativa e meravigliosa sensazione in più. Non le pare?

    Caro Casadei,

    io vorrei costituire un’associazione, sarà considerata per “delinque”!, finalizzata all’integrazione dell’attuale metodo di studio universitario riguardante le Scienze Umane, ivi compresa la facoltà di Lettere e Filosofia, con un altro, il mio. Non si dovrebbe più studiare tante opere e tanta storia per poi, eventualmente, inventare, scoprire e innovare. Dopo tanta storia e tante opinioni lette e mandate quasi a memoria, io penso che lo spirito di ricerca si appiattisca, tenda a banalizzare tutto. Si dovrebbe invece, per me, stare attenti all’emergere eventuale di un problema che ci attira, piace e diverte, ed essere autorizzati a tentare subito di risolverlo, anche senza averne immediatamente i mezzi, le conoscenze necessarie, o adeguate. Gli sforzi, il tentativo di risolverlo, sarebbe esso stesso didattico nonostante le grosse insufficienze. Si dovrebbe tentare subito nonostante la nostra ignoranza panoramica e strutturale proprio al fine di far salvo l’entusiasmo giovanile, o ontologico, che poi non è detto che sia patrimonio solo dei giovani, come del resto pere insegnare anche la vita di Socrate. Con l’ambizione di risolvere un importante problema, e al fine di riuscirci, ci impareremo poi con stupore e meraviglia quello che ci manca in termini si storia, di opere, e di cultura generale. Nel lanciare l’idea mi sembra quasi di avvallare il personaggio di MOLIÈRE, Le bourgeois gentilhomme, però io credo sia venuto il momento di tentare. Noi siamo troppo figli dell’enciclopedismo del XVIII secolo e

  2. Giovangualberto Ceri scrive:
    Luglio 20th, 2011 alle 09:15

    GENTILE SIGNORE………..,
    quello che è stato scritto su Dante nel blog,
    “A cura della Redazione Virtuale (come anche su tanti altri blog)
    12 luglio 2011
    YouTube – Lucio Battisti – Sì, Viaggiare‏

    http://www.youtube.com/watch?v=fSDNJzxuVaw

    nelsegnodizarri.over-blog.org riccardo s.m.fontana”,
    si riferisce a notizie che tutti sanno, che vengono ripetute tutti i giorni fino alla nausea però nessuno va poi alla radice, cioè nessuno le controlla, e nemmeno ROBERTO BENIGNI che, su Dante, si è dato tanto daffare. Sono state elucubrate, inventate e riportate da dei famosi dantisti che però non conoscevano affatto le ultime quattro scienze dantesche (dall’Astrologia del VII cielo, alla Sacra Teologia Liturgica del X più alto ed ultimo): e quello che dicono loro basti per tutti, professori, studenti e comuni lettori. Il Gentilissimo Professor Cesare Vasoli dell’Accademia Nazionale dei Lincei quale Filosofo più di una volta mi ha detto che io ho ragione, e mi ha confortato. Ma è un atteggiamento corretto, fruttuoso, scientifico che gli esegeti accademici di Italianistica e Critica Dantesca non se ne occupino? Io personalmente penso di no. Perché sorga il sano sospetto che io possa avere ragione basterà ascoltare l’intervista fattami da Umberto Cecchi su Canale 10 in tv che è la seguente:
    Cfr. YOUTUBE: http://www.youtube.com/watch?v=wV4vEG15yjA.

    Cosa posso aggiungere di veloce rispetto, p. e., ad un solo problema derimente?
    Che il computo cronologico di inizio dell’èra volgare seguito da Dante, poiché è Dante che scrive!!!, è con CRISTO nato di Domenica (cfr. Quaestio de aqua et de terra, in chiusura) e non di sabato come risulta dal computo del nostro odierno calendario. Se di Domenica, Cristo stesso si è incarnato il Venerdì 25 marzo del 1° anno dopo Cristo del nostro computo storico ed è poi nato la DOMENICA 25 DICEMBRE del 1° anno dopo Cristo del nostro computo storico. Il giubileo “a nativitate Domini”, per Dante e per gli antichi nobili fiorentini che si rifacevano ai canonici siriaci della Cattedrale di Santa Reparata, è, come vuole la tradizione Kabalistica e pitagorica, ogni 50 anni a partire da questa Domenica 25 DICEMBRE del 1° d.C. Se Così, per indicare l’ anno 1300 stile siriaco fiorentino e dantesco, oggi bisognerà dire anno 1301. Se Dante vuol fare il viaggio nell’anno giubilare antico fiorentino e siriaco 1300 (e perché no?), lui lo dovrà dunque fare, non nel nostro anno 1300, ma nel nostro anno 1301 poiché è questo che indica il 100 (50 + 50) da aggiungere alla domenica 25 dicembre del 1° d.C. indicata da Dante. A riprova della giustezza che il viaggio avviene nel nostro 1301, per poter avvenire, appunto, nel 1300 siriaco “a nativitate Domini” interviene anche Giovanni Boccaccio. Lui scrive nel Commento alla Commedia che il Poeta entrò in questo cammino nel 1301. Lo stesso affermano Andrea Lancia, detto l’Ottimo, che indica sempre il viaggio nel 1301 per potere dire 1300. Il Lana indica invece direttamente il 1300 poiché adotta subito il Calendario stile antico fiorentino di provenienza siriaca ed ancorato alla cultura dei canonici di Santa Reparata. Dunque il viaggio, per noi, dovrà iniziare il liturgico 25 marzo 1301 festa dell’Annunciazione a Maria che ha Firenze apriva, non l’anno come avrebbero potuto dire anche tutti i vescovi e cardinali insieme ai dantisti e al MANUALE di CRONOLOGIA di Adriano Cappelli, ma il secolo, il XIV secolo. Finisce invece alle ore 12-15 del Venerdì Santo 31 marzo 1301 nel momento del “Quos pretioso sanguine redemisti” (TE DEUM, 22). E dico simbolicamente poco?
    La sfilza dei problemi risolti, tutti!!!, sarebbe lunga ma non c’è interesse ad ascoltare e nemmeno a studiare. Forse a ragione Dante quando scrive: “
    “ma non eran da ciò le proprie penne” (Par., XXXIII, 139).
    Io penso invece a Cartesio quando scrive che egli:
    “non disprezza affatto la gloria come fanno i Cinici però non tiene nemmeno in alcun conto di quella che solo con falsi titoli si può acquistare” (CARTESIO, Discorso sul metodo, parte prima).

    La nostra civiltà è fottuta!!! Sono troppo i raccomandati, gli ingenui e i fannulloni e il disinteresse per la ricerca della verità in ogni campo, come quella, per esempio, che animava la neoplatonica IPAZIA DI ALESSANDRIA crudelmente assassinata dei cristiani legati al vescovo Cirillo di Alessandria nel 415 d.C.
    Con un saluto felice da GIOVANGUALBERTO CERI.

  3. Giovangualberto Ceri scrive:
    Luglio 16th, 2011 alle 10:48

    CHI ERA QUEL MONS. ENRICO BARTOLETTI, GRANDE AMICO DI PAPA PALO VI, MAESTRO, alla Conferenza Episcopale Italiana fino al 1976, DI MONS. ALBINO LUCINI poi diventato papa anche lui quasi certamente al posto dello stesso Bartoletti? L’Arcivescovo Bartoletti, che almeno una volta credo abbia rifiutato che Paolo VI che gli mettesse sulla testa lo zuccotto rosso cardinalizio per vari motivi gestionali e di opportunità politica, era amico dell’On.le ALDO MORO e un giorno, molto tempo prima, al mattino del 3 GIUGNO 1956 assai commosso, mi predisse che io avrei scoperto in futuro la data di Nascita di DANTE ALIGHIERI personaggio insieme, ovviamente, a tante altre cose su BEATRICE personaggio e sul Medioevo? I “media” non possono parlare del Bartoletti e nemmeno delle sue profezie poiché, alla fine, è stata vincente la linea pastorale e culturale che lui non condivideva e di cui anzi temeva. Oggi mi domando se forse esiste una interessata, sottile, e pervicace volontà di non far sapere nulla della “LINEA BARTOLETTI” che, dopo la morte di Luciani, aveva precedeuto la “LINEA RUINI” inaugurata da papa WOJTYLA. Se oggi potesse essere illustrata la “Linea Bartoletti”, della cui esistenza riferisce anche l’Enciclopedia WIKIPEDIA, il fatto sarebbe sconvolgente e, per me, da premiare, forse con il Nobel, poiché finirebbe per integrare, o anche smentire, tutta la plurisecolare ESEGESI DANTESCA TRADIZIONALE fedelmente e amorevolmente seguita con entusiasmo anche dal rivoluzionario ROBERTO BENIGNI. Con la “linea Bartoletti”, che è AUTENTICAMENTE ancorata al CONCILIO VATICANO II, verrebbero meglio inquadrati anche i motivi pastorali e culturali che condussero al crudele assassinio della neoplatonica IPAZIA DI ALESSANDRIA (415 d.C.), e anche i motivi del sorgere, dentro la Chiesa, di una mentalità INQUISIZIONALE tanto biasimata anche da Dante per motivi pastorali seguendo, ovviamente, la “LINEA DI SAN PIETRO APOSTOLO”.
    Come incominciare il discorso? Rispondendo a Don Gino Burresi.

    Caro Don GINO BURRESI, per me non è possibile soprassedere al pensiero, alla vita e alla vicenda di Mons. ENRICO BARTOLETTI, anche se fosse morto di morte naturale, poiché e con la fine della “LINEA BARTOLETTI” che poi si è potuta aprire la “LINEA RUINI”. Lei mi sta parlando del dopo la “linea Ruini”. Allora non potremmo che iniziare dal riconsiderare il Bartoletti: ecco perché ne parlo sempre. Ottima l’indicazione del nome di papa CELESTINO VI, meglio, come segnale, non si poteva trovare!!! Chi sa come ne rimarrà contento nell’aldilà CELESTINO V. Dunque il Bartoletti va sempre ricordato, non solo perché ad un certo punto stranamente, o sorprendentemente (?) si è aperta la Causa per la sua Beatificazione promossa sotto Ruini. Altra stranezza, però: il Promotore della Causa venuto da Roma, un frate, mi parve che a metà funzione, la sera della Domenica 11 Novembre 2007, ad un certo punto abbandonasse il rito, la cerimonia. Perché? Avrò preso lucciole per lanterne? Mons. Alblondi questo episodio me lo fece ripetere per ben due volte poiché lui alla Cerimonia fu assante, così mi disse, “per gravi motivi”, poi si chetò. Può essere giusto riflettere sopra a tutto questo? Si volle allora anticipare un giudizio !!! Per me l’episodio sarebbe TERRIFICANTE, se non vidi male.
    Leggo sul Blog del COMUNE DI CALENZANO, patria di don Lorenzo Milani e del Bartoletti, che faranno a Settembre 2011, quindi p.v., un Convegno su Mons.ENRICO BARTOLETTI guidato dall’On.le ROSA RUSSO IERVOLINO. L’idea è molto affascinante e politicamente centrata, buonissima, ma va in una direzione diversa da quella che lei si auspica che io intraprenda: dimenticare!!! Insomma il problema e che con la linea “Ruini”, o ugualmente “Wojtyla”, si è forse voluto cancellare a monte la figura del Bartoletti. Ha me è sembrato mettendo sotto controllo anche i “media” perché non ne parlassero. Tanto potere sui giornalisti esiste? L’una cosa ( quella bartolettiana) avrebbe finito per offuscare l’altra cosa (quella wojtiliana. Son matto? Mi sbaglio? Chiedo, appunto, lumi. Per me del Bartoletti meglio forse che non se ne sapesse nulla com’è affettivamente poi avvenuto? E’ questo sembra essere nell’interesse anche della parte zoppicante, sia del PD che del PDL, eccetera, poiché il Bartoletti intervenne anche sulla politica: e, per questo, si considerava già morto, per quanto io no lo afferrassi bene durante l’ultimo colloquio. Perché dimenticare?. Legga le lettere che lui mi inviò e che io ho messo su FACEBOOK, “FOTO”,a mio nome, insieme alla Delibera dattiloscritta, di 5 pp., di La Pira, veramente terrificante sul piano politico-amministrativo e, quindi, della democrazia. Io dunque insito, mentre da una parte sono dell’idea che il fertile progetto che lei ha in mente, Caro Burresi, cioè di profondo cambiamento, sia importantissimo, portatore di piacere spirituale e che anzi abbia la possibilità anche di concretizzarsi, dall’altra, a stare alle lettere inviatemi dal Bartoletti, io avrei, attraverso di Lui stesso, forse anche partecipato al CONCILIO VATICANO II e, certamente, all’interpretazione successiva che poi lui ne dette in tutta Italia (IL TRAGHETTATORE; colui che era contro i “MALI DI ROMA”. Dunque insisto con questo mio intervento politico-autobiografico. Per me, al punto in cui è arrivata la CENTRALIZZAZIONE VATICANA, voluta con energica fede da WOJTYLA, l’unica strada per uscirne EVANGELICAMENTE sarebbe la seguente. Che quei vescovi che se la sentono di assumersene le responsabilità, consacrassero allora in segreto VESCOVO un sacerdote, o anche un laico (per il Bartoletti non vi era differenza sostanziale), e poi lo indicassero, con una lettera autografa sigillata e consegnata ad un notaio, quale degno successore, in base al loro stesso giudizio, della loro stessa Diocesi. Mons. Alberto Silvani potrebbe condividere? Ovviamente non volglio saperlo!!! Il nuovo Papa che lei pare abbia già individuato e che, probabilmente, credo degnissimo, per me dovrebbe poi anche arrivare a codificare quanto qui le ho imprudentemente rivelato, o auspicato. Ecco comunque il mio nuovo e palloso intervento autobiografico.

    Mi è dispiaciuto molto aver visto pubblicate nell’anno 1994 da Massimo Toschi le due lettere inviate da Don Lorenzo Milani (da ex san Donato alla parrocchia di Barbiana) a Mons. Enrico Bartoletti (di ex Carraia ad Ausiliare dell’Arcivescovo di Lucca e poi a Roma alla CEI). Le due lettere sono quelle in data 10 settembre 1958 e 1° ottobre 1958. Il dispiacere? Poiché il mio amico Don Alessandro Campani di Sommaia, in esse stesse più volte ricordato dal Milani, non vi faceva una bella figura, mentre lui era ancor vivo e vegeto; da aggiungere che anche il Bartoletti, nel modo in cui il Milani l’aveva trattato, appariva tutt’altra persona da quello che era effettivamente, specialmente in quel momento e che poi fu ancor più meravigliosamente. Dunque io dovetti avvisare telefonicamente il Campani della pubblicazione anche perché queste due lettere non erano esaltanti, appunto, nemmeno per la persona di Mons. Enrico Bartoletti. Mi fece piacere sentirmi poi dire da mons. Alberto Ablondi, vescovo Emerito di Livorno, che non solo avevo fatto bene a telefonare al Campani, ma anzi, che così telefonando, avevo dimostrato di essere un pochetto anche il Segretario in pectore dello stesso Bartoletti, come una volta il Bartoletti stesso si era fatto sfuggire di bocca, chi sa perché.
    ADESSO AGGIUNGO.
    Della Politica? Un po’ se ne interessano anche la C.E.I., il Vaticano e il Sommo Pontefice.
    Come…?
    Si legge su l’ENCICLOPEDIA Wikipedia alla voce
    Mons. Enrico Bartoletti
    Wikipedia, l’enciclopedia libera.
    Enrico Bartoletti (San Donato di Calenzano, 1916 – 5 marzo 1976) è stato un arcivescovo cattolico italiano.
    Nel 1958 fu nominato vescovo ausiliare di Lucca. Fu consacrato vescovo nella basilica fiorentina dell’Annunziata, in quanto non appartenente al capitolo della cattedrale. Chiamato (da papa Montini) a ricoprire l’incarico di Segretario Generale della Conferenza Episcopale Italiana nel 1972, sotto il pontificato di Paolo VI, dimessosi da arcivescovo di Lucca (o da Amministratore Apostolico, sede plena, dell’Arcidiocesi di Lucca resta ancora da chiarire [?]) nel 1973, si trasferì a Roma ove rimase fino alla sua improvvisa morte per malattia ( avvenuta il 5 marzo 1976 in ospedale dove però sembra stesse piuttosto benino).
    Mons. Bartoletti propose di far leva sulla Parola di Dio (cioè sullo spirito del Vangelo improntato alla più ampia libertà di scelta). Il primo piano pastorale della CEI fu battezzato “linea Bartoletti” tanto era dominato dal suo orientamento pastorale. (Un sacerdote mi confidò che in alcuni ambienti del Vaticano, anche dopo diversi anni dalla sua scomparsa, alla parola “Bartoletti”, tremavano ancora per la profonda idea che lui aveva della LIBERTA’). I documenti figli del piano pastorale “linea Bartoletti”, si muoveranno nell’ottica bartolettiana centrata sull’annuncio del Vangelo. Egli si prodigò affinché le indicazioni del Concilio Ecumenico Vaticano II venissero recepite ed attuate dalle diocesi e dalle parrocchie. La linea Bartoletti” ha guidato le scelte della conferenza episcopale italiana fino all’arrivo in Cei della linea Ruini. Nel novembre del 2007 , (nella Cattedrale di san Martino la Domenica 11 Novembre 2007) è stata aperta a Lucca la fase diocesana della causa per la sua beatificazione. Ma com’è che passiamo, appunto, dalla linea Bartoletti alla linea Ruini? Dalla linea Bartoletti che puntava, fra le altre cose, sull’onorevole Aldo Moro, alla linea Ruini che invece puntava sull’onorevole Silvio Berlusconi? Il Vescovo Emerito di Livorno, Mons. Alberto Ablondi, che durante il sequestro Moro si voleva sostituire a lui nella carcere delle Brigate Rosse, anche per capire bene se volevano qualcosa di grosso e di concreto in cambio, o semplicemente ed esclusivamente la vita di Moro (e allora non ci sarebbe stato nulla da fare!), mi disse che con la linea Bartoletti la Chiesa avrebbe preso tutt’altra direzione da quella attuale. Il punto di svolta fra queste due diverse idee culturali, ossia circa la cristianizzazione del mondo, probabilmente fu proprio l’improvvisa morte, sempre per malattia, di papa Albino Luciani e la conseguente l’elezione di papa Karol Wojtyla, credo caldeggiata dal Card. Giovanni Benelli e dal Card. di Vienna Franz König. Fino a Paolo VI e a papa Luciani, una cosa era il Sommo Pontefice e un’altra cosa era il Vaticano e, forse, questa separazione era un bene.
    Orbene, Mons. ENRICO BARTOLETTI, quand’era alla C.E.I., oltre a combattere contro i MALI DI ROMA con uno specifico Convegno, era stato anche contro le tangenti e la corruzione sugli appalti del DAZIO (Imposte Comunali di Consumo) e inoltre si era impegnato a fondo anche per far mantenere la legge sul DIVORZIO CONIUGALE 1/12/1970, n. 898. Diversamente, lui era dell’opinione, non sarebbe stato probabilmente raggiunto il quorum del 50 % dei votanti più uno. Dunque se il Italia abbiamo il divorzio probabilmente si deve proprio al Bartoletti, o anche a lui. I “media” non vi fecero, né fino ad oggi vi hanno fanno caso, però questa fu probabilmente la vera verità. Tuttavia questo suo impegno gli procurò molti nemici, anche nella Democrazia Cristiana, mentre contribuì però a rafforzare la sua amicizia con Paolo VI che era già molto sentita anche prima. Questo me lo confessò il Bartoletti a Roma mentre, l’impegno dello stesso Bartoletti a favore del divorzio mi veniva ribadito il venerdì 16 gennaio 2009 da Padre Bartolomeo Sorge in seguito ad un mio intervento a Poggibonsi (Si) nella “saladell’amicizia”, e alla presenza dell’Arcivescovo di Siena.
    Mons. Bartoletti sul tema del mantenimento della legge sul divorzio aveva avuto sicuramente contro Fusacchia, Gedda, Fanfani, Andreotti e, soprattutto, il Cardinale GIOVANNI BENELLI che credo avesse influito anche nel far nominare Arcivescovo di Lucca Mons. GIULIANO AGRESTI nel momento in cui lo stesso Bartoletti andò alla C,E.I. a Roma. Questa nomina credo finisse un po’ per dividere i fedeli di Lucca in due tronconi di pensiero e, anche per questo, io la ritengo ancor oggi infelice. Mons. Agresti si trovava infatti sulla stessa linea culturale di mons. Benelli e non si vede bene il motivo per cui dovesse essere mandato a Lucca. Però così avvenne. Mons. Bartoletti non era affatto convinto dell’opportunità di mettere l’Agresti a Lucca e a Roma, quando andai a fargli visita su suo invito, mi domandò espressamente il mio parere su tale nomina. Io stimavo l’Agresti e lo avevo anche invitato negli anni ’50 a Campi Bisenzio a tenere una conferenza su Il significato religioso dell’ateismo contemporaneo, ma dovetti dire che, sull’Agresti a Lucca, nemmeno io ero d’accordo. Lo vidi soddisfatto. La domanda mi aveva comunque stupito molto mentre mi inorgogliva anche perché implicitamente mi riconosceva un qualcosa di adeguato, e quindi di superiore, che io non credevo più di avere, o di meritare. Siccome però gli feci anche capire che, se fosse stato il caso, bisognava allora fare qualcosa per rimediare all’inconveniente, egli mi rispose: “No! Ma hanno deciso così e quindi lasciamo perdere”, e cambiò repentinamente discorso. Una volta però sognai, ma ai sogni non si comanda!, che a Lucca, l’avvallamento della Cattedrale di San Martino, a sinistra guardando la facciata e in corrispondenza di dove si trovava una volta la tomba di Ilaria del Carretto con ai suoi piedi un cagnolino, fosse dipeso anche dal fatto che mons. Giuliano Agresti fosse stato sepolto proprio accanto a dove precedentemente era stato sepolto mons. Enrico Bartoletti, quando i due erano, su alcuni punti qualificanti, in disaccordo. Ed anche in quel momento, appena risvegliato, mi detti subito di cretino, poiché si sarebbe trattato di un miracolo all’incontrario, cioè non positivo per Lucca, cosa impossibile da attribuire al Bartoletti.
    F.to GIOVANGUALBERTO CERI

  4. Giovangualberto Ceri scrive:
    Gennaio 21st, 2011 alle 11:17

    La Verità su Dante? Con questi Professori Universitari? Mai!!!

    FESTEGGIAMENTI PER I 150 ANNI DELL’UNITA’ D’ITALIA?
    MEGLIO SAREBBE SE CON DANTE. ECCO IL PERCHÉ.
    Dante personaggio ci fa sapere nella DIVINA COMMEDIA di essere nato lo stesso giorno in cui è nata la nostra Patria Repubblicana. Dante nato il Martedì 2 Giugno 1265 e la nostra Repubblica Italiana nata la Domenica 2 Giugno 1946. Interessante? Utile? Sembrerebbe di no a giudicare dall’interesse mostrato, cioè nessuno!, dalle Università degli Studi e dagli uomini politici al sopragiungere di questa notizia. Ma, per tacere, ci saranno dei gravi motivi?
    Recita intanto Dante con molta eloquanza: “… in quant’io vidi ‘l segno / che segue il Tauro (cioè il segno del Toro che è seguito dal segno dei Gemelli) e fui dentro da esso. / O gloriose stelle, o lume pregno / di gran virtù, dal quale io riconosco / tutto, qual che si sia, il mio ingegno, / con voi nasceva e s’ascondeva vosco / quelli ch’è padre d’ogne mortal vita (cioè il Sole) , quand’io senti’ di prima l’aere tosco;/ (Par., XXII, 110 – 117) Cioè quand’io nacqui.
    Una volta risolto l’enigma posto da questi versi succederebbe però una rivoluzione politico-culturale capace di suscitare, non solo stupore e meraviglia, ma problemi anche di portata religiosa. Il problema posto si sviluppa così.
    Procedendo nei calcoli, che Dante da sette secoli implora debbano essere fatti, il Poeta personaggio risulta infatti essere nato il martedì 2 Giugno 1265. Per logica e scientifica esclusione, quindi oggettivamente, abbiamo che le “gloriose stelle” di cui lui riferisce in questi versi (c.XXII, vv. 110 – 117, del Paradiso) sono tre: la POLARE a 18°.20’ di longitudine nel segno dei Gemelli; la BETELGEUSE a 18°.30’; e la MENKALINAM a 19°.40’. Dante afferma, sempre in questi versi, che quando lui nacque il SOLE si trovava in congiunzione, ovviamente “montante e nobile”, con queste tre stelle:”con voi nasceva”, appunto, il Sole. In altre parole, unito insieme a voi tre stelle gloriose e di gran virtù nasceva il mio Sole di nascita. Se questo Sole si trovava in congiunzione con esse il Sole stesso avrà avuto necessariamente la loro stessa longitudine in Gemelli e perciò questo Sole avrà avuto la longitudine di 18°.01’ circa in Gemelli. E che giorno era quando il Sole, ai tempi di Dante, raggiungeva 18°.01’ in Gemelli? Era, appunto, il 2 GIUGNO 1265, come testimonia anche il dotto Ebreo Profazio, cioè Jacob ben Machir ben Tibbon, la più alta autorità astronomico-astrologica operante in Europa, a Montpellier, fra la fine ‘200 e gli inizi del ‘300 (cfr. Profhacii Judaei Montispessulani Almanach perpetuum – ad annum 1300 inchoatum – Codicis Laurentiani PL. XVIII sin. N. I; cfr. anche J. Boffito e C. Melzi D’Eril). Dunque il Poeta della Patria è nato quando la nostra Patria Repubblicana, essattamente il 2 GIUGNO. Però, TUTTI ZITTI!!! Ma ci sarà un motivo, visto che dal 29 maggio 1993, cioè da quando io parlai del problema alla Classense di Ravenna, ai Dantisti, con in prima fila FRANCESCO MAZZONI E PATRICK BOYDE, nessuno mi ha mai smentito. Perché non mi si dice dove sbaglio, smentendomi? Diversamente troppo facile e assai poco affidabile ed onorevole sarebbe fare il professore. Il 29/5/1993 era Presidente di turno CESARE VASOLI che, se pur scettico verso l’Accademia, ha invece trovato sempre la forza e il coraggio, almeno personalmente, di darmi ragione. Similmente anche GIORGIO BÁRBERI SQUAROTTI di Torino con molte sue lettere. Non so cosa ne pensi AMEDEO MARINOTTI (?). Mi piacerebbe invece sentire il parere logico-deduttivo e induttivo della dottissima Professoressa MARIA GRAZIA SANDRINI dell’Università degli Studi di Firenze, visto che tanto si prodigò nel dimostrare che mai io avrei dovuto iscrivermi a Lettere e Filosofia e tanto meno raggiungere la laurea in FILOSOFIA. Se mi dicesse finalmente dov’è che sbaglio, su una questione così importante per la nostra Università, potrei finalmente convincermi anch’io di essere un asino.
    Veramente il Vaticano non può nemmeno sentir dire da lontano della possibilità di risoluzione di questo enigma dantesco poiché verrebbero fuori tutte le altre date astrologiche su Beatrice, nonché la maggiore importanza della Teologia liturgica “che piena è di tutta pace” (Convivio, II, XIV, 19), sull’Apologetica cristiana e sulla Teologia razionalista. Il CONCILIO VATICANO II in data 4 dicembre 1963 ha dato la preminenza alla Teologia liturgica sull’Apologetica cristiana, però, a giudicare dagli interventi sulla politica e sulle leggi, da parte del Vaticano sembrerebbe che in alcuni ambianti dello stesso Vaticano se lo siano dimenticato. Io ho riferito della questione in TV a Canale 10, qui allegata: Cfr. YOUTUBE: http://www.youtube.com/watch?v=wV4vEG15yjA. Controllare.
    Dall’indicazione del 2 giugno 1265 verrebbe fuori infatti, e necessariamente, che la Commedia è anche un’opera rigorosamente astrologica per cento altre questioni collegate e che dunque il ‘viaggio’ della Commedia avviene sicuramente nell’anno 1301, cioè fuori del giubileo papale di Bonifacio VIII, e non affatto quindi nel 1300. Di conseguenza il Vaticano dovrebbe anche ammettere, oltre al fatto che la Commedia è fuori del giubileo, che per studiare Dante, il medioevo e l’antichità, bisognerà riuscire a padroneggiare l’ASTROLOGIA di Claudio Tolomeo. Però il Vaticano ha ribadito, anche recentemente, che l’Astrologia va RESPINTA: art. 2116 del recente CATECHISMO DELLA CHIESA CATTOLICA (lib. Ed. Vaticana, 1992). E come respingerla se ce n’è bisogno? Laici intellettuali e professori di sinistra continuate col vostro silenzio a dare una mano al Vaticano: voi che siete furbi più delle volpi!!!
    Ma se il martedì 2 giugno 1265, e quindi anche l’astrologia di Claudio Tolomeo e di Dante, vanno respinti, come potrà lo stesso Vaticano restare indifferente alle eventuali pressioni, se mai ci fossero!, che tale materia venga studiata nelle Università Statali laiche, sia pure per questioni storico-esegetiche. Non potrà rimanere indifferente. E con quali mezzi potrebbe intervenire perché non si arrivi alla soluzione dell’enigma? Ma il Vaticano comanda anche in Italia? Poco importa. La domanda è: che sinistra è questa? Non gli importa proprio nulla delle verità scomode atte a scomodare la parte più “monocola e monocorde” della Chiesa? Cosa dice la ROSY BINDI?
    Oggi si sono aperti i festeggiamenti per i 150 anni dell’Unità d’Italia. Ma come può fare il nostro SIGNOR PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA, ON.LE GIORGIO NAPOLITANO, a dire che Dante è nato il 2 giugno come la Repubblica Italiana se gli studiosi, anche di sinistra, non entrano nel merito con un coraggioso sì?
    F.TO GIOVANGUALBERTO CERI

  5. Giovangualberto Ceri scrive:
    Dicembre 31st, 2010 alle 10:48

    Gentili Signore e Signori,
    prima di ogni discussione filosofica bisognerà dire di dovere eliminare la corruzione e le tangenti. Eliminare cioè anche che uno possa diventare Docente Universitario perché ha parenti professori, o è dentro un partito politico. Questo è molto importante poiché non si mettono da parte solo i ladri, come comunemente si pensa e vorrebbe principalmente l’On.le Di Pietro, quanto, soprattutto, si ridà SPERANZA a chi ricerca con passione la VERITA’. Non si tratta di arginare delle ruberie. Si tratta invece di una questione di Civiltà. Ma nessun gruppo, nessun partito, può oggi arrivare a tanto, a farlo. Sono troppo compromessi. Ci vuole un MOVIMENTO DI PENSIERO, tipo quello del ROMANTICISMO che caratterizzò l’’800, e che risulti fondato su qualcosa di fortemente PIACEVOLE sotto il profilo ontologico-vissuto. Il termine “PIACERE” fa paura alla Chiesa. Preferisce il termine “CONTRIZIONE” unito al nostro intimo desiderio di venire da Lei perdonati e assolti.
    Orbene, di piacevole in senso esistenziale, non esiste altro che la LIBERTA’ IN GENERALE , compresa quella di poter morire quando e come si vuole e, ovviamente, la LIBERTA’ SESSUALE. Così la pensava anche Dante con CATONE L’UTICENSE e la sua adorata MARZIA (Pur., I, 28 – 93) a cui, per amore di lei, le concesse il divorzio. Il divorzio può essere anche per SOVRABBONDANZA di amore. E’ una questione ontologica. Questo futuro movimento di riscossa da me auspicato non potrà fondarsi che sull’unione fra PAGANESIMO-CLASSICO e CRISTIANESIMO ma, quest’ultimo, alla maniera, ovviamente, di CELESTINO V. Nietzshe ne andrebbe fiero. Io trovo un’analogia fra Celestino V e papa Albino Luciani, come fra Bonifacio VIII e papa Giovanni Paolo II. Mi sbaglio? Si tratta di un’opinione strettamente personale.
    Dobbiamo riscoprire il vero paganesimo e il vero cristianesimo, questo è il punto!, entrambi occultati in relazione alle loro vere scienze superiori, o della soggettività in generale. L’auspicato fenomeno RIVOLUZIONARIO può venire alla luce solo voltandoci bene indietro nella storia a scorgere cosa è stato artatamente, intenzionalmente, o distrattamente, sotterrato o dimenticato, anche perché noi non ne sapessimo nulla. Questa strada, questo movimento, può iniziare, appunto, solo con l’approfondimento scientifico dell’OPERA di Dante. E’ la via più chiara e più semplice. Il Poeta è riassuntivo dell’ESSENZA del paganesimo e di quella del cristianesimo. Il Poeta è ancora mezzo da conoscere, mi si creda!!!. ROBERTO BENIGNI, un genio!, ma sotto questo profilo, ha fatto peggio che meglio, poiché ha confermato la bontà dell’esegesi tradizionale. Il PD se ne frega, ma è così!!! E’ da un PD timoroso della Chiesa privilegiare solo una campana. Che fa la ROSY BINDI? Passi alla linea di Celestino V, a papa Pietro del Morrone, e abbandoni quella di Bonifacio VIII, di papa Benedetto Caetani, così interessato al dominio temporale e ai beni economici e materiali.
    La metà che ha in mente Dante (Pur., 55-72) è sconosciuta anche per l’avversione della Chiesa all’ASTROLOGIA e alla conoscenza delle altre verità scientifico-medievali superiori: quelle più alte e fra cui primeggia la pagana FILOSOFIA DI PITAGORA e la cristiana MORALE FILOSOFIA legata alla prima. Non va assolutamente dimenticato! Questa Chiesa vuole essere l’unica, con la sua PROSOPOPEA, a dire l’ultima parola. Diversamente perderebbe potere e riaccenderebbe l’antico dualismo fra PROFETI e VESCOVI in cui i primi dovettero soccombere. Il fenomeno risulta chiaramente dall’evoluzione del pensiero moderno: e cioè che sono state le rivoluzioni laiche, assai profetiche, a mettere in bocca alla Chiesa la parola giusta, convincente, accattivante. Da sé non l’avrebbe trovata. I veri PROFETI della storia sono dunque stati soprattutto i movimenti di pensiero laici. Se smettesse di dovere INSEGNARE la Chiesa, come istituzione temporale, perderebbe il controllo sui fedeli, e per questo ha eliminato, quasi perfettamente riuscendoci, quelle scienze pagane e cristiane inclinanti al PROFETISMO, come, appunto l’Astrologia di Claudio Tolomeo, e la Filosofia di Pitagora tanto cara ai Neoplatonici e ad IPAZIA DI ALESSANDRIA. Se la Chiesa avesse accettato le scienze dal settimo cielo in sù avrebbe dovuto riconoscere in tutti gli uomini, in tutti i cristiani, la possibilità di una completa autonomia nella ricerca della verità. Dante lo sa bene. Egli ha voluto dichiararsi essere un Profeta, e vuol essere intenzionalmente anche un maestro per noi. Sbaglierà? Egli ha un sentire, un comportamento da esistenzialista: “Peregrino, per le parti quasi tutte a le quali questa lingua (volgare) si stende, quasi MENDICANDO, sono andato mostrando contra mia voglia la piaga della (s)frotuna che suole ingiustamente al piagato molte volte essere imputata. Veramente io sono stato legno senza vela e senza governo, portato a diversi porti e foci e liti dal VENTO SECCO CHE VAPORA LA DOLOROSA POVERTADE” (Convivio, I, III, 4-5). La colpa di queste dolorose avversità è, ovviamente, di Bonifacio VIII poiché nella SENTENZA di condanna di Dante (27 gennaio 1302) si legge che lui commise (soprattutto!) il reato di “opposizione al SOMMO PONTEFICE e a Carlo di Valois” e per cui fu condannato a morte: “IGNE COMBURATUR SIC QUOD MORIATUR” (Michele Barbi, VITA DI DANTE, p.19). Insomma si era opposto alla mentalità che metteva al primo posto L’APOLOGETICA CRISTIANA e quindi la TEOLOGIA RAZIONALISTA, tanto cara all’Inquisizione, per ridare fiato alla sacra TEOLOGIA LITURGICA “che piena è di tutta pace e che non soffera lite alcuna d’oppinioni, o di sofistici argomenti” (Convivio, II, XIV, 19), e perciò degna del più alto dei cieli, il X Empireo. Dante è dunque schierato contro la mentalità di Bonifacio VIII e del vescovo Cirillo che aveva ordinato l’assassinio, per lapidazione, di Ipazia di Alessandria. Ed è da questo punto che il cristianesimo odierno deve ripartire, come aveva del resto indicato il CONCILIO VATICANO II anche con la “Costituzione conciliare SACROSANCTUM CONCILIUM sulla SACRA TEOLOGIA LITURGICA del 4 dicembre 1963”.
    I nostri STUDENTI, e peggio ancora i loro PROFESSORI universitari, se ne fregano del fatto che si debba far venir fuori tutto DANTE, il Dante autentico, astrologo e pitagorico. Non gli serve, o immaginano, giustamente, che possa nuocergli. Spie ci sono dappertutto. Ai primi interessa soprattutto il diritto allo studio, un buon voto e uno stipendietto, e ai secondi di pubblicare il loro librettino. Un famoso, fine, ed onesto professore al più alto livello accademico mi disse: “Caro Ceri, ma perché voler scoprire cose scomode. Son tante le cose da scoprire. Le sue scoperte son tutte giuste, vere. Anche quella dell’ora di nascita di Dante personaggio la lei intelligentemente ricavata dal dialogo fra Dante e Brunetto Latini, optimus astrologus (Inf., XV, 49-60). Però io sono ormai vecchio e malato di cuore; e poi, se un professore avesse voluto fare l’eroe, o il martire, non avrebbe scelto la carriera universitaria!”.
    STUDENTI, SVEGLIATEVI!!!
    Infatti la strada da me indicata porterebbe a un nuovo movimento moderno e rivoluzionario. Dunque si tratta di una cosa anche molto politico-culturale. Si tratta di studiare cosa nella storia è stato dimenticato proprio perché scomodo. La palla passa dunque agli INTELLETTUALI, se ne esistono ancora disposti ad amare la verità in quanto portatrice di un inteso PIACERE esistenziale. Il primo passo è dunque verso la ricerca del PIACERE che tanto allontana la noia e giustifica il vivere.
    Il DANTE AUTENTICO? Un pochino, eccolo!!! YOUTUBE: http://www.youtube.com/watch?v=wV4vEG15yjA.
    Con un saluto.
    F.to Giovangualberto Ceri
      

  6. Giovangualberto Ceri scrive:
    Marzo 19th, 2010 alle 02:02

    18-03-2010 23:37
    http://www.youtube.com/watch?v=wV4vEG15yjA

  7. Giovangualberto Ceri scrive:
    Marzo 16th, 2010 alle 23:06

    CONFRONTARE CON il DVD:
    YOU TUBE, GIOVANGUALBERTO CERI,
    Interpretazione autentica di Dante,
    unitamente a “DANTE E L’ASTROLOGIA”,
    con presentazione di FRANCESCO ADORNO.
    Intervista TV, Canale 10 – FIRENZE -
    del 11. 03.2008 alle 12h.002

  8. Giovangualberto Ceri scrive:
    Marzo 4th, 2010 alle 15:22

    Parlai con FUCKS negli anni 83-85 degli appalti delle Imposte di Consumo (Dazio) e di GIORGIO LA PIRA che era stato contrario e che, soprattutto per questo, fu defenestrato nel febbraio del 1965. Riallacciai con Willy il caso (su base ipotetica) del mio inammissibile e umiliante 66 su 110 (sessantasei su centodieci) di voto di laurea in FILOSOFIA (Università degli Sudi di Firenze – FACOLTA’ DI LETTERE E FILOSOFIA), alla mia lotta per La Pira e contro gli appalti del Dazio: lui mi disse che sarebbe intervenuto in mio favore e che la cosa era per lui inconcepibile, inammissibile. Telefonai al prof. AMEDEO MARINOTTI per avere un incontro, ma non fu possibile organizzarlo. FUCKS era venuto di proposito di nuovo da Colonia a Firenze per difendere alcuni punti della tesi da me sostenuta: anche perché l’avevamo discussa insieme più volte al bar Gilli, insieme anche alla maggiore validità dei principi AMPIEZZA-INTENSITA’ in RAYMOND ABELLIO, rispetto a quelli dello SPAZIO-TEMPO in E. KANT.
    Willy, guarda caso, riteneva il mio stile letterario abbastanza simile a quello di Isaac Newton e insisteva nel voler parlare con i professori che avevano esaminato la mia tesi per capire l’eventuale malinteso. Alcuni di loro lo conobbero in occasione di un convegno proprio su Isaac Newton (Villa Fabbricotti 1985 – 1986): fu, psichicamente, un vero disastro. Ancora me ne dolgo. Fucks fu lasciato lì in piedi come fichino. Dopo che io lo avevo presento nessuno gli dette più relazione, forse per il troppo daffare organizzativo, ma lui si sentì umiliato, snobbato, riproponendosi però di lamentarsi dell’accoglienza poco trionfale nei luoghi opportuni, così intuii: e cioè all’ACCADEMIA DELLE SCIENZE della REPUBBLICA FEDERALE DI GERMANIA,dove lui era il senior, o forse anche fra gli scienziati del Centro Atomico Tedesco di JUELICH da lui fondato quale massimo esperto in “PLASMA FISICO”, e dopo essere stato rilasciato dai Francesi, dopo due anni di viaggi sotto scorta per il fatto della costruzione della loro Bomba Atomica.
    FINE.
    DEVO PER0′ AGGIUNGERE QUANTO SEGUE.

    22 FEBBRAIO 2010.
    UN’IMPORTANTE ED ORIGINALE SCOPERTA SCIENTIFICO-LETTERARIO-ARTISTICA DEL MIO AMICO PROF. DR. ING. WILHELM FUCKS (AACHEN – BERLIN – JÜLICH – KÖLN), APPLICABILE ANCHE A DANTE E CHE PIACEVOLMENTE RICORDO NELLA SEGUENTE MIA LETTERA DI RISPOSTA AD UNA ASSAI CURIOSA OSSERVAZIONE FATTAMI DA UNA GIORNALISTA DI CUI OMETTO IL NOME.
    Un inciso. Apparirà interessante anche notare che la Battaglia d’Inghilterra (1939-1940) fu vinta dagli inglesi soprattutto per la scarsa autonomia degli aerei della LUFTWAFFE (ad iniezione diretta) MESSERSCHMITT BF 109E (Cfr. JOHN BATCHELOR E MALCOLM V. LOWE, Enciclopedia del Volo dal 1939 al 1945, Ed. White Star, Vercelli, 2007, p.65). Willy mi raccontò che i BF 109E avevano però un problema di turbolenza che riduceva di circa il 10 per cento lo sfruttamento della potenza del motore. Il Prof. FUCKS, a soli 36 anni docente di Fisica Teorica ad Aachen e poi a Berlino, per quello che io sono da lui riuscito a sapere, “fortunatamente” poté risolvere solo teoricamente il problema della turbolenza, cioè dei rapporti fra le varie componenti dell’aereo: ed è questo il motivo principale della vittoria degli inglesi. Con la permanenza in più in cielo, in fase di combattimento, di circa dieci minuti dei BF 109E il numero degli aerei inglesi abbattuti sarebbe notevolmente aumentato. Sarebbe successo insomma come in Polonia e come era nel programma di Hitler. L’evento non sarebbe stato per nulla auspicabile. È questo un momento assai significativo del nostro passato, dell’umanità che ci ha preceduto, vogliamo obliarlo perché è troppo delicato, compromettente? Io ho chiesto paradossalmente fin dal 1994 il PREMIO NOBEL PER LA PACE per Willy, o qualcosa di simile, ormai (cfr. Il Segreto astrologico nella Divina Commedia, a cura di Silvia Pierucci, ed. Jupiter, 56026 S. Benedetto-Pisa, 1994, p. 11). Sono cose amare, nebulose, che sarebbe più piacevole dimenticare che ricordare, da perdonare senz’altro: e questa è la tendenza generale assai comprensibile e diffusa. Tuttavia la storia ha dei doveri e se fosse quella da me ipotizzata perché, ancor oggi, obliarlo? Bisognerebbe in qualche modo considerare bene i fatti, dopo avere ben visto, indagato, oculatamente, specialmente adesso che si conosce la direzione. Lo dico perché dentro di me questo è diventato un problema ontologico e psichico, intimo ed esistenzialistico, alla maniera di ALBERT CAMUS, o anche un problema di ricerca della diversità della specie umana, se mai esistesse.

    RISPOSTA ALLA GENTILE SIGNORA ………….
    OMISSIS

  9. Giovangualberto Ceri scrive:
    Febbraio 22nd, 2010 alle 15:20

    Gentilissima Signora DORIANA GORACCI,
    sono così stanco per il troppo lavoro e tormento su Dante e sul suo Medioevo che non posso che prendere sul serio il suo intervento, datato 11 febbraio 2010, in cui Lei mi consiglia, così mi è sembrato, di imparare ad amare. Fosse facile! Intanto beata Lei che c’è riuscita.
    Per l’esattezza così leggo nel BLOG del ‘Corriere della Sera’ – “2 GIUGNO FESTA DELLA REPUBBLICA – MESSAGGIO DEL CAPO DELLO STATO GIORGIO NAPOLETANO”, mentre lei così a me si rivolge:
    “Doriana Goracci 11 febbraio 2010 alle 01:22
    “Io spero che qualcuno lassù o quaggiù, le risolva questi tormenti e le dedico una bella canzone Il Paradiso, la cantava Patti Pravo quando ero ragazza. Lei lo è mai stato giovane, innamorato anche di certe stelline, lucciole che si trovano quaggiù sulla terra? ….”
    Bellino, bellino!!! Innamorevole. Mi tormento, sì, è vero!, poiché ho scoperto cose su cui nessuno mi dà ragione e nemmeno mi ascolta. Più precisamente, riguardo a quello che lei conosce di me: che DANTE PERSONAGGIO è nato il martedì 2 Giugno 1265 (Par., XXII, 110-118), e per me si tratta della nascita di un amante; e che la “gentile donna giovane e bella molto” che insegna, guarda caso, proprio come DORIANA GORACCI ad amare, fu vista dal Poeta stesso il sabato 15 Agosto 1293 (Vita Nuova, XXXV, 2; Convivio, II, II, 1; II, XV, 12). Anche lei sarà dell’opinione che non vale la pena impazzire, o tormentarsi per due date: e invece io ritengo che, afferatane l’articolazione medievale, possano contribuire a cambiare in meglio la nostra cultura. Lei lo fa con quello che è, io con quello che vorrei essere: ma l’intento è il medesimo.
    La invidio del fatto che da ragazza abbia potuto in qualche modo conoscere PATTI PRAVO potendo così imparare meglio a vivere veramente. Nel mio dolore e tormento io mi sono invece spesso passivamente rifugiato in DMITRY SHOSTAKOVICH quasi rendendomi sterile. Quand’io mi volto indietro mi dico che, probabilmente, non ho mai vissuto: pienamente di sicuro! Dunque la invidio!
    Lei sembra aver subito intuito anche che quand’ero giovane io non avrei potuto che volermi fare prete: ed è vero! Questo avvalora la sua intuizione che io, forse, non sarei stato mai innamorato in vita mia di una stellina, se pur piccola, o di una lucciola, e nemmeno da mettere sotto il bicchiere. Non so però se a un uomo che si trovasse in questa mia miserabile condizione fosse giusto che qualcuno semplicemente glielo rinfacciasse, senza cioè, almeno sommariamente, dirgli come fare ad uscirne. Perché lei l’ha fatto! Perché finalmente mi dessi una scrollata. Ma io sono nato il 26 febbraio 1937 ed ho perfino portato la divisa fascista di “Figlio della lupa”. Ma, è vero, non è mai troppo tardi.
    L’ho capito anch’io, se pur non per mia diretta esperienza personale (glielo concedo!): gli amori spesso sono brevi, se pur utili e piacevoli, e io ho dedicato anzi buona parte della mia Tesi di laura in Filosofia, sul trattato di Fenomenologia genetica del mio maestro ed amico, il Filosofo e romanziere RAYMOND ABELLIO, a spiegare come anche tutti i rapporti amorosi vadano soggetti al SECONDO PRINCIPIO DELLA TERMODINAMICA, o di CARNOT-CLAUSIUS, e cioè all’aumento dell’entropia in seguito alla ripetizione dello stesso rapporto. Si parte con l’entropia verso il minimo, i primi giorni dell’incontro, e poi più o meno lentamente si procede verso il massimo di entropia, in cui la nostra coscienza, per continuare a lavorare con entusiasmo verso la vita e profitto suo proprio di ampliamento, richiederebbe una rottura, un cambiamento del rapporto, cioè la fine del vecchio. Sono Cristiano ma a me che esista la libertà di divorziare mi rende assai più felice, non chiuso in una gabbia, per quanto non trovi mai la chiave per uscirne. Essa comunque c’è, basta migliorare il fiuto. Potrebbe essere sotto il tappeto. Scrissi nella mia tesi, anche teorizzandolo, che se ROMEO E GIULIETTA di SHAKESPEARE avessero potuto vivere insieme tutta la loro vita, ebbene nonostante che fossero loro, alla fine sarebbe stato sempre ipotizzabile che l’entropia potesse notevolmente aumentata fino a portare il loro rapporto verso una crisi, o poco lavoro da fare insieme, e questo sicuramente almeno sotto il profilo del magnetismo sessuale, che è poi la base dell’opera.
    Quando portai a leggere una copia di questa mia tesi di laurea a Padre ERNESTO BALDUCCI del Centro Studi Badia Fiesolana, egli, dopo essersi disdetto amaramente di non aver scoperto lui per primo un Autore così profondo, come per indole ara sua abitudine, e si tratta di RAYMOND ABELLIO, rimase entusiasta proprio della spiegazione dell’aumento dell’entropia nel rapporto amoroso. Con la sua lunga lettera, datata 2 Novembre 1985 e da me già da tempo pubblicata, così mi rispondeva: “Caro Ceri, … In particolare mi ha interessato la categoria dell’entropia usata per spiegare il deterioramento dei rapporti intersoggettivi. Uno spiraglio che mi sarà di sicuro utilissimo per mettere ordine in tante mie esperienze…” F.to Ernesto Balducci”. Ma prima che un rapporto intersoggettivo si deteriori andrà, a monte, prima iniziato. Ed è quello che lei a me sembra rimproverare. Forse a ragione.
    Per notizia, siccome il metro dell’aumento dell’entropia in un rapporto amoroso sembra interessarle, le rammento che era stato un altro mio amico, il Prof. Dr. Ing. WILHELM FUCKS, ad originalmente spiegare la possibile estensione alle scienze umane del secondo principio della Termodinamica, compresa l’esperienza amorosa moderna di cui si occupa anche la poesia contemporanea. WILHELM FUCKS, che dopo la guerra e dopo essere riuscito a “fregare” ADOLF HITLER nella battaglia aerea d’Inghilterra (1939-1940), per essere riuscito a risolvere, nell’Hangar di Aachen (?), solo teoricamente la turbolenza degli aerei MESSERSCHMITT Bf 109E che andavano a bombardare l’Inghilterra (turbolenza che ne riduceva drasticamente l’autonomia facendo perdere ai Tedeschi la battaglia e fors’anche la guerra), si era poi impegnato ad applicare il secondo principio della termodinamica di Carnot-Clausius alle Scienze Umane, riuscendovi con grande interesse internazionale. Certamente perché anche lui stufo, per l’aumento dell’entropia, di insegnare fisica teorica (Cfr. lettera inviatami da Fucks il 21 luglio 1985 – D5000 Köln 41, Klosterstrasse 63, Repubblica Federale di Germania – e già da me pubblicata). Parlando più volte a Firenze, al “Caffè Gilli”, con FUCKS, o con Willy come lui amava da me essere chiamato, era anche lui della convinzione che una stellina, o una lucciola, nel senso da lei attribuitole, forse potesse valere tutta la sua scienza, tutti i suoi più di novanta brevetti scientifici. Certamente, così mi disse, non la perdita della Battaglia d’Inghilterra, poiché se l’avessimo vinta noi, con molte probabilità non saremmo oggi qui da Gilli a discutere sull’incidenza dell’esperienza amorosa nell’entusiasmo per la vita. E perché quella tale stellina, o lucciola, da lei ricordata come erostrata, non dovrebbe valere anche tutta la mia scienza dantesca? Ma se le dicessi di sì, come potrei dopo avere la lucciola? Comunque io paragono l’importanza per l’umanità delle mie scoperte nel loro complesso, pari alla vittoria degli Inglesi nella Battaglia d’Inghilterra. Bella botta!!!
    Alla stessa età in cui lei ragazza viveva, cresceva e felicemente amava all’ombra di PATTI PRAVO, io, purtroppo, dopo aver rinunciato ad entrare nel Seminario Arcivescovile, mi feci fascinare da JEAN PAUL SARTRE fondando con entusiasmo insieme a lui e ai direttori Claudio Popovich e Piero Favini, che erano reduci da Parigi, la rivista “IL MALINTESO” – periodico di discussione – Estate 1962 – (Registrazione al Tribunale di Firenze, decreto n. 1471 del 16 Maggio 1962 – Tipografia G. Cencetti, s.a.s. Firenze, Via L. da Vinci, 7). Lo confesso, non lo feci per amore di un ideale, o per imbroccare una stellina, o una lucciola, tant’ero disperato per non riuscirci. Lo feci invece per calcolo, per ambizione politica, per avere, col tempo che ci veniva favorevolmente incontro, una qualche carica politica nella Pubblica Amministrazione. Attaccai poi, quando arrivò il sessantotto e per quanto mi fu possibile, ai sessantottini stessi e fin’anche a quelli del settantasei, questa mia egoistica ambizione personale inconfessabilmente aperta anche alle tangenti e al carrierismo universitario: cioè l’attaccai ai dirigenti, a vario livello, dei movimenti extraparlamentari, questa mia nascosta intenzione e, in questo intento credo, riuscendoci almeno un pochettino.
    Ma torniamo a noi. Sartre apriva la rivista “IL MALINTESO” (Estate 1962) con l’articolo intitolato “La violenza”. Riassumendo egli diceva che fra noi e la borghesia il malinteso deve essere abolito. La contraddizione degli interessi fra capitale e lavoro non deve essere resa sopportabile con la scusante di un temporaneo malinteso fra le parti: anche perché questo atteggiamento temporeggiante era già risultato storicamente perdente, infruttuoso, poco furbo. La contraddizione era strutturale e andava combattuta con una qualche forma di lotta di classe. Ed è così che contribuimmo a far nascere, almeno dal mio punto di vista, il sessantotto. Per la infinitesimale parte a cui anch’io ho contribuito non me ne pento. Certo alcuni ex-compagni poi mi dissero, negli anni ottanta, che io ero stato lì con loro a “soffiargli il naso”. Ma non credo affatto di essermi trovato nella condizione di averglielo potuto soffiare a lei, tanto lei mi insegna… Sartre infine così concludeva l’articolo: “Gli Algerini combattono in condizioni disastrose, vengono loro uccisi mogli e bambini, se sono presi torturati a morte, e il milione di morti, su nove milioni di abitanti, li ha talmente disgustati della vita che non hanno più voglia di vivere, ma solamente di vincere, e considerano sfortuna di non essere uccisi (forse anche il senatore GIULIO ANDREOTTI, che certamente non le rimarrà simpatico, oggi ne capirebbe la ragione.) I mussulmani sono gelosissimi delle loro donne, le velano, e quando qualcuno le ha toccate le ripudiano, anche se esse non ne hanno nessuna colpa. Oggi, nei villaggi, i francesi violano molte donne: accade spesso però che un combattente mussulmano consideri doveroso sposare una donna violata dai francesi. La violenza non è bella in sé, ma è necessaria come reazione ad una violenza di oppressione. L’oppressione non è solamente sfruttamento, ma distruzione. Allora, la violenza di reazione, è di conseguenza umana, è nel senso della salvezza umana” F.to JEAN PAUL SARTRE.
    Così noi demmo il via al sessantotto, e forse non so se c’è oggi qualcosa di cui pentirsi. Io intervenivo nella rivista da cristiano, a pp. 28-29, con l’articolo “Valore del rischio” scrivendo che è dunque l’ora di finirla con la TEOLOGIA razionalista scritta. Bisognava che i CRISTIANI iniziassero a combattere la DEMAGOGIA presente nella DEMOCRAZIA e, al fine di eliminare la demagogia stessa, finissero per accettare il rischio quand’esso fosse servito a realizzare maggiormente l’uomo, la sua completezza. Se Sartre aveva dato la colpa dalla situazione alla coltivazione di un perenne malinteso, io la davo a quella di una costante demagogia, risultando del resto la coltivazione di un perenne malinteso al fine di sfruttare meglio il proletariato, una forma concreta di demagogia. Quindi io e lui ci capivamo. Infine concludevo scrivendo: “la pace presuppone la verità la quale non può attuarsi che col rischio” F.to GIOVANGUALBERTO CERI.
    Le confesso, gentilissima DORIANA GORACCI, che ora che ho più di settantanni, la mia vita mi sembra quasi sprecata. Anche se non mi spingo fino a dire di invidiare, o ammirare, il suo ordine di esperienze, sono tuttavia convinto che se i suoi consigli mi fossero giunti per tempo, nel ’68, allora sì avrei potuto almeno tentare di approfittarne. Oggi quasi mi pare di essere un matto a credere di poter arrivare a porre le basi per una rivoluzione culturale esistenziale, ontologico-vissuta, partendo da un approfondimento del pensiero e del vissuto di Dante. Dovrei essere il VELTRO (Inf., I, 49 – 111). Avrebbe di nuovo ragione lei: non mi resta che sperare che di lassù qualcuno mi faccia la grazia di risolvere questi miei ventennali tormenti intellettuali. Non vorrei però infine deluderla nell’ammaestramento che ha tentato di darmi. Io insisto: quelli laggiù per me sono uomini a cavallo, son veri cavalieri, e non affatto mulini a vento. Faccio perciò voto alla Madonna che sopporterò di essere tormentato finché non li avrò vinti. Salutando,
    Giovangualberto Ceri

  10. Giovangualberto Ceri scrive:
    Febbraio 5th, 2010 alle 12:18

    – Alla Gentile Attenzione dell’ACCADEMIA NAZIONALE DEI LINCEI –
    – ROMA -
    Mi scriveva CORRADO GIZZI, Direttore della CASA DI DANTE in ABRUZZO, in data 10 ottobre 2000:
    ” … Si può non condividere la tesi del 1301, come data della visione dantesca, ma non si può non rimanere ammirati e direi stupiti davanti alla sua eccezionale preparazione, alla sua profonda cultura e alla sua conoscenza del mondo dantesco che ha pochi riscontri tra i dantisti….” F.to Corrado Gizzi.
    Ciò premesso, perché l’ACCADEMIA NAZIONALE DEI LINCEI di Roma non mi dice dov’è che io sbaglio quando dimostro che DANTE personaggio è nato il MARTEDI’ 2 GIUGNO 1265 in base alla congiunzione del Sole con le “stelle gloriose e piene di gran virtù” (alfa Ursae Minoris, alfa Orionis, e beta Aurigae) seguendo il canto XXII, vv. 110-117, del Paradiso?
    Eppure presso l’Accademia dei Lincei esistono degli ASTRONOMI ben all’altezza di fare questi calcoli, e io non sono talmente impreparato da dovermi snobbare.
    Credo che il Signor Presidente della Repubblica Italiana, On.le Giorgio Napolitano, insieme a molti cittadini italiani, siano curiosi di ricevere una risposta.
    Salutando,
    Firenze,2/2/2010
    F.to. GIOVANGUALBERTO CERI

  11. Giovangualberto Ceri scrive:
    Febbraio 5th, 2010 alle 01:53

    E-mail: giovangualberto@tiscali.it
    Firenze, Festa della Natività, A.D. 2009.
    LETTERA AUTOBIOGRAFICA APERTA .
    Cfr. BLOG di “Nuova Agenzia Radicale su Monsignor E. BARTOLETTI.”
    “Il tema del DIVORZIO fra: GIULIO ANDREOTTI, Mons. E. BARTOLETTI, G. LA PIRA e DANTE utilizzando i consigli assolutamente inediti della “GENTILE DONNA” vista da Dante il 15 Agosto 1293 festa di Santa Maria Assunta in Cielo (DANTE,Vita Nuova, XXXV, 2; Convivio, II, II, 1; II, XV, 12)”.
    ( omissis )
    Da GIORGIO BÁRBERI SQUAROTTI ricevo il seguente commento, datato 24 gennaio 2010.
    Torino, 24 gennaio 2010
    Caro Ceri,
    i suoi interventi danteschi sono sempre preziosissimi per tanta dottrina: chiariscono aspetti di cui spesso non si parla o che (peggio) sono interpretati in modo erroneo.
    Grazie, di cuore. Paticolarmente significativo è il discorso su Catone e Marzia e il divorzio. Con i più vivi saluti.
    F.to Giorgio Bárberi Squarotti.

  12. Giovangualberto Ceri scrive:
    Febbraio 2nd, 2010 alle 10:05

    CONTINUAZIONE ARTICOLO PRECEDENTE SU DAVID MARIA TUROLDO.

    Essendo il trapassamento di Beatrice avvenuto dopo il tramonto del Sole e nella prima ora notturna, in base al nostro Tempo civile esso si dette alle
    19h.50’ circa del giorno giovedì 8 giugno 1290.
    Potrà essere scientificamente controllato che l’elongazione di Venere era, in quel momento, pari a
    14°.13’ occidentali al Sole,
    ed è questo il dato fondamentale.
    L’ampiezza dell’ora liturgica, o ineguale, o planetaria, o temporale, in quel giorno 8 giugno 1290 era di 0h.44’, e perciò la prima ora notturna indicata dal Poeta andava, dalle 19h.37’ alle 20h.21’ dello stesso giovedì 8 giugno 1290, essendo il Sole tramontato a Firenze alle 19h.37’ circa: 19h.37’ + 0h.44’ = 20h.21’. Le ricordate 19h.50’ da me stimate si collocano infatti legittimamente proprio in questo campo di 0h.44’.
    Il trapassamento, da un punto di vista liturgico, cioè per come perentoriamente Dante vuole che sia considerato, dobbiamo IMMAGINARE che sia avvenuto nella prima ora notturna del venerdì 9 giugno 1290 che andava, liturgicamente, appunto, dalle 0h.00’ alle 0h.44’. Nei due computi l’istante è comunque sempre il medesimo, e perciò l’elongazione di Venere sempre la stessa, di 14°.13’ occidentali. Siamo qui di fronte a due differenti ‘linguaggi’.
    Il linguaggio liturgico è in analogia alla Bibbia che dice che quando Dio mosse il cielo, “prima fu sera e poi fu mattina” (Genesi, I, 5). E questa è la ragione per cui il tempo religioso inizia a decorrere dal tramonto del Sole, ed anche “secondo l’usanza d’Arabia” (Vita Nuova, XXIX, 1), e non quindi dal medioevale sorgere del Sole. Si tratta di un fenomeno di bidatazione a cui Dante ricorrerà in diverse occasioni e, in modo eclatante, per datare la Commedia fin dalla notte della selva selvaggia ed aspra e forte del peccato che lui passò con tanta pièta poiché, pur corrispondendo questo momento, civilmente, al venerdì 24 marzo 1301 del nostro computo storico, liturgicamente già corrispondeva alla festa dell’Annunciazione a Maria del sabato 25 marzo 1301, inizio dell’anno a Firenze. Deve essere ricordato anche che, in base all’Antico Calendario Fiorentino non ricordato nemmeno dai MANUALI ma adottato da Dante (cfr. chiusura della Quaestio de aqua et de terra,) e anche da IACOPO DELLA LANA (1290 -1365) nel suo commento in volgare alla Divina Commedia, questo sabato 25 marzo 1301 corrispondeva anche al fiorentino sabato 25 marzo 1300, anno che a Firenze apriva il XIV secolo.
    Fatti i calcoli per il momento cronologico della morte di Beatrice, che per comodità di calcolo abbiamo detto corrispondere alle 19h.50’ circa del giovedì 8 giugno 1290 del nostro tempo civile legale in cui VENERE aveva 14°.13’ di elongazione occidentale al Sole, continuando nei calcoli richiesti da Dante possiamo a ragion veduta affermare che Venere arrivò nuovamente ad avere per la seconda volta, come richiesto da Dante, 14°.13’ di elongazione occidentale al Sole, subito dopo calato il Sole sul
    Sabato 15 Agosto 1293.
    E fu questo il momento in cui Dante vide la “gentile donna giovane e bella molto” simboleggiante la Filosofia pitagorica e la Morale Filosofia comparabili al nono Cielo cristallino e di Maria (Vita Nuova, XXXV, 2; Convivio, II, II, 1; II, XV, 12). Ma il 15 Agosto, non per caso sarà anche proprio l’importante e qualificantissima festa medievale di
    SANTA MARIA ASSUNTA IN CIELO,
    che è poi anche quel simbolo liturgico della Beata Vergine, seguendo le mie scoperte, a cui il Poeta fa rivolgere la famosa Orazione a san Bernardo (Par., XXXIII, 1 – 39).
    Calato il Sole sul sabato 15 agosto 1293 siamo però, anche in questo caso dall’ “apparizione della gentile donna”, analogamente al caso della “morte di Beatrice”, liturgicamente già per la festa del giorno dopo, di san Giacinto. Io ritengo comunque che le due feste, di santa Maria Assunta e di san Giacinto, vadano però per senso considerate insieme.
    Riferisco adesso, riepilogando e ad ulteriore chiarimento, degli accertamenti matematici a cui ho dovuto procedere in pratica per arrivare a fare queste mie asserzioni. Mi si perdoneranno le ripetizioni anche pensando che si tratta di una questione secolare mai risolta prima.

    A) MORTE DI BEATRICE.

    Beatrice morì a Firenze il giorno giovedì 8 giugno 1290 alle 19h.50’ circa (Vita Nuova, XXIX, 1). Siccome il Sole era tramontato alle 19h.37’, “questa angiola” morì dopo il tramonto del Sole e perciò, liturgicamente, il venerdì 9 giugno 1290. In quel momento Venere, che Dante prenderà come punto di riferimento per strutturare il suo enigma (Convivio, II, II, 1), si trovava a 10°.21’ nel segno dei Gemelli, col Sole a 24°.34’ nel segno dei Gemelli e il Discendente (orizzonte occidentale) a 27°.27’ sempre nel segno dei Gemelli. Dunque elongazione occidentale di Venere (distanza occidentale di Venere dal Sole) pari a
    14°.13’, poiché 24°.34’ – 10°.21’ = 14°.13’. Essendo il Sole a 24°.34’ in Gemelli e l’orizzonte occidentale (Discendente) a 27°.27’, il Sole era già sotto l’orizzonte di circa tre gradi. Dopo varie considerazioni ho ritenuto di apprezzare il fenomeno per questo esatto momento. Sono comunque questi 14°.13’ di elongazione occidentale di Venere che Dante vuole che l’esegeta riesca a mettere a fuoco.

    B) APPARIZIONE DELLA “GENTILE DONNA GIOVANE E BELLA MOLTO” (VITA NUOVA, XXXV, 2; CONVIVIO, II, II, 1).

    Provando e riprovando alla fine si potrà constatare oggettivamente, cioè scientificamente, che Venere ritornò ad avere, come pretende perentoriamente Dante, la medesima elongazione occidentale di quando Beatrice morì, e cioè i ricordati 14°.13’ occidentali, il giorno sabato 15 agosto 1293 alle 19h.00’ circa. In questo momento Venere si trovava a 15°.42’ nel segno del Leone, col Sole a 29°.55’ nel segno del Leone e con il Discendente (orizzonte occidentale) a 05°.32’ nel segno della Vergine. Dunque elongazione occidentale di Venere (distanza di Venere dal Sole) di nuovo pari a

    14°.13’ occidentali circa,

    come Dante esige nel Convivio (II, II, 1) che l’esegeta sia in grado di ritrovare. Il corretto procedimento è infatti: 29°.55’ del Sole in Leone – (meno) 15°.42’ di Venere in Leone = 14°.13’ occidentali di Venere rispetto al Sole.
    Siccome la “gentile donna” per venire identificata da questi 14°.13’ occidentali deve essere necessariamente apparsa alle 19h.00’ circa del 15 agosto 1293, e siccome il Sole era tramontato alle 18h.47’, ebbene, come ho già precedentemente ricordato commentando il fenomeno, possiamo scientificamente adesso affermare che anche la “gentile donna” stessa apparve a Dante, liturgicamente, appunto la DOMENICA 16 AGOSTO 1293, FESTA DI SAN GIACINTO poiché apparsa dopo il tramonto del Sole sul 15 agosto 1293.
    Nel giorno della morte di Beatrice (Tempo civile dell’ 8/6/1290 alle 19h.50’ col Sole già tramontato) e in quello dell’apparizione della gentile donna (Tempo civile del 15/08/1293 alle 19h.00’ col Sole già tramontato) Venere era in fase montante e nobile, umida e calda, feconda e attiva iuxta sententiam Ptholemaei (Tetrabiblos, I, V, 1), e anche assai prossima alla sua Congiunzione superiore col Sole. Per tale ragione camminava, in elongazione occidentale in diminuzione, molto rapidamente e quindi percorrendo circa 16’ al giorno in diminuzione. È questa alta velocità del pianeta che permette di essere certi nell’indicare l’ora di questi due giorni, se non fossero sufficienti altri elementi, e Dante lo sa bene.
    Per la festa di SAN GIACINTO DEL 16 AGOSTO 1293, a chiarimento di quello che sta accadendo ontologicamente al Poeta, nonché a conforto della nostra tesi sul bisogno della libertà di fronte alla tentazione così recita, lo ripeto, la liturgia.
    “Beatus vir qui suffert tentationem, quoniam cum probatus fuerit, accipiet coronam vitae” (Die xvi Augusti, IN FESTO S. HYACINTHI).
    Recita Virgilio, analogamente alla liturgia di san Giacinto, mentre si rivolge a Dante che sta per incoronare in cima alla montagna del Purgatorio, dopo che lo stesso Poeta ha attraversato, appunto, tutte le tentazioni dell’Inferno e le prove del Purgatorio:
    “Non aspettar mio dir più né mio cenno: / libero, dritto e sano è tuo arbitrio, / e fallo fora non fare a suo senno: / per ch’io te sovra te corono e mitrio” (Pur., XXVII, 139-145). Sarà per caso?
    Per notizia e controllo riferisco qui di seguito quello che costantemente riportano gli esegeti riguardo alle commentate due rivoluzioni di Venere di cui al Convivio, II, II, 1, “Cominciando dunque, dico che la stella di Venere due fiate rivolta era …”.
    Si legge per esempio.
    A) “Il pianeta sembra oscillare , a oriente, o ad occidente del Sole, impiegando a rivenire allo stesso punto in media 584 giorni … e le “”due fiate””, o giri, importano dunque il doppio tempo, cioè 584 x 2 = 1168 giorni”. (DANTE ALIGHIERI, Il Convivio, commentato da G. BUSNELLI E G. VANDELLI, volume I, Firenze, Le Monnier, 1953, p. 103), per cui gli esegeti arrivano al 21 agosto 1293.
    B) “Il movimento di Venere nel proprio epiciclo dura in media, 584 giorni … Pertanto le due rivoluzioni che si sono svolte tra la morte di Beatrice, l’8 giugno 1290, e l’apparire della ”donna gentile” corrisponderebbero a 1168 giorni. Beatrice morì la sera dell’8 giugno 1290 e poiché erano trascorsi 1168 giorni, l’apparizione della ““donna gentile”” avrebbe avuto luogo solo dopo il 21 agosto 1293, come ritengono generalmente i commentatori (e cioè): M. BARBI, F. ANGELITTI, F. TORRACA, B. NARDI, E. POULLE, FOSTER-BOYDE” (DANTE ALIGHIERI, Opere Minori, Tomo I, Parte II, a cura di CESARE VASOLI e DOMENICO DE ROBERTIS: Convivio, Riccardo Ricciardi Editore, Milano-Napoli, 1988, p. 120).
    C) La stessa spiegazione fornita da tutti questi citati commentatori è presente anche nel volume La Vita Nuova di Dante Alighieri con il commento di TOMMASO CASINI (G.C. Sansoni, Firenze, 1951, p.121) e ribadita anche nella seconda edizione di Felice Le Monnier a cura di ANTONIO ENZO QUAGLIO (Firenze, Le Monnier, 1964, p.104).
    Deve essere messo in evidenza che tutti i commentatori indicano come “media”, e quindi per approssimazione, i 584 giorni che impiegherebbe Venere a compiere una Rivoluzione sinodica e perciò diventerebbero poi 1168 i giorni per loro da dovere aggiungere al giorno di morte di Beatrice, 8-9 giugno 1290. Ma, appunto, come “media”. Ma Dante ha autorizzato a fare una media? Si risparmia fatica, è vero, però l’autorizzazione io non l’ho trovata.
    Anche il caro e preparatissimo professore CESARE VASOLI parla di “corrisponderebbero a 1168 giorni” e non che effettivamente corrispondono. Dunque i Dantisti il sospetto che il calcolo non vada bene già ce l’hanno avuto da molto tempo, però non sono andati oltre anche perché non hanno intuito la portata esegetica della differenza. A mio giudizio creerebbe invece meno danni essere approssimati sui fatti storici dell’epoca, o insistere meno sulle diverse parole trovate nei vari manoscritti della Commedia, piuttosto che buttarsi dietro le spalle i dati scientifici inerenti le scienze medievali più grandi ed ultime, poiché in questo caso si andrebbe incontro ad un fraintendimento sostanziale del pensiero, della vita, e della cultura del Poeta e presente nel suo medioevo. Infatti mai, seguendo la spiegazione tradizionale dell’aggiunta dei 1168 giorni al giorno 8-9 giugno 1290, saremmo arrivati alla liturgia della festa di SANTA MARIA ASSUNTA IN CIELO del 15 agosto 1293 e di quella di SAN GIACINTO del giorno dopo. Ne è valsa la pena sotto il profilo di FILOLOGIA E CRITICA DANTESCA? Giudichi il lettore. Io aggiungo solo due osservazioni.
    È nella liturgia della ricorrenza di san Giacinto che leggiamo l’insegnamento del “Beatus vir, qui suffert tentationem, quoniam cum probatus fuerit, accipiet coronam vitae” (Die xvi Augusti, IN FESTO S. HYACINTHI): liturgia che è, per motivi ontologico-spirituali, o “fenomenologico-trsacendentali e genetici”, apertamente inneggiante alla LIBERTA’ soggettiva di decisione. La tentazione infatti si può pensare di poterla fare evitare ricorrendo alla forza coercitiva delle leggi dopo essersi appellati ad una idonea e particolare cultura. In altre parole, attraverso l’emanazione di idonee leggi, se si riesce ad emanarle, si potrà teologicamente e politicamente pensare, togliendo un po’ di libertà alla persona, di poter tenere lontano le tentazioni e i reati dalla vita quotidiana. In questo caso però verrebbe tolta alla persona stessa, seguendo la liturgia cristiana, anche una fetta di meritata beatitudine riguardante l’ampliamento della propria coscienza, poiché le verrebbe tolta a monte, o assai ridotta, la funzione che ha la tentazione, di umanizzazione dell’essere e di libero ed autentico superamento di se stesso. Infatti il libero gioco ontologico-spirituale che l’essere umano intrattiene con la Divinità corrisponde ad un dialogo in cui la tentazione, non solo può rendere l’essere umano stesso più umano poiché gli farà capire meglio cosa sia la vita, le passioni dell’anima che sono un dato molto significativo della personalità e del percorso umano ( e adesso mi viene qui in mente DOSTOEVSKIJ), ma tale esperienza alla fine potrebbe anche renderlo beato per esserne uscito vittorioso, almeno seguendo la sapienza liturgica. Pare comunque che solo a queste condizioni l’essere umano divenga compassionevole verso l’umanità, come Dante, e re della propria anima: e si tratta di un quadro strettamente evangelico. E qui c’è tutto monsignor ENRICO BARTOLETTI quale mente stimolante, non solo papa GIOVANNI MONTINI, ma anche monsignor ALBINO LUCIANI, ANTONIO POMA ed altri, almeno per quanto a me personalmente risulta. Non ho tuttavia prove scritte. Mi si dovrà credere sulla parola e per le mie argomentazioni, se risulteranno sensate e saranno convincenti.
    Se una cosa non la puoi avere perché la legge lo vieta, non averla avuta per tale pressione, con tale motivazione, potrà essere da un lato giuridicamente opportuno, però dall’altro non rafforza spiritualmente l’essere umano, non gli dà ontologicamente forza, quanto invece lo reprime spingendo la passione che lui non ha potuto né soddisfare, né vincere, nel suo inconscio. E qui ha un peso. L’inconscio si riprometterà infatti di esaudire la passione repressa in qualche altra maniera dopo averla portata fuori dal palcoscenico. E una società, o una civiltà, si caratterizza anche per quante cose nasconde sotto il tappeto al fine di sembrare moralmente pulita. In questo contesto l’autentica vita religiosa non potrà chiudere gli occhi poiché il suo compito non è reprimere, ma sapere. Il lavoro del vero intellettuale è dunque analogo a quello del religioso. Nel caso prospettato l’essere umano verrebbe inclinato ad elaborare risposte sostitutive alla tentazione, divenuta praticamente impossibile a causa della presenza delle leggi e tali risposte sostitutive, difficilmente identificabili dal legislatore e dalle leggi, per mancanza di luce intellettuale, probabilmente potranno essere ancor più pericolose e subdole della caduta nella tentazione primaria stessa. La libertà, quando può essere sopportata dalla cittadinanza, dallo Stato, a ben valutare è sempre un bene ontologico-spirituale da tutelare poiché rende fertile una civiltà, specialmente quand’essa fosse guidata da un adeguato télos illuminante, fascinante e sottostante. Con la festa di Santa Maria Assunta del 15 Agosto si arriverà comunque ad indicare un percorso comportamentale libertario ed aperto, analogo a quello che è emerso dalla festa di san Giacinto.
    L’emergere di questi dati e poi di questa relazione fra simboli, non solo contribuisce a rafforzare l’emozione poetica, ma mostra anche come si articolava culturalmente l’autentica mentalità medievale. Allora non si procedeva, come fanno i poeti moderni, seguendo intuitivamente l’emozione prodotta dall’evento, o dal simbolo, che a sua volta stimolava la fantasia poetico-letteraria. Nel medioevo di Dante e precedente, essendo gli autori impegnati, per cultura, ad inserire le esperienze intime dentro un contesto oggettivo più vasto di ordine matematico-astrologico-simbolico-liturgico, si era conseguentemente impegnati a far giustificare le esperienze intime avute, dall’architettura dell’universo di allora. Tale procedimento finiva per fare assumere all’esperienza intima avuta, o immaginata e descritta, una particolare valenza emozionale per venire essa stessa inserita anche in una universalità composta di verità scientifico-oggettive esse stesse artistico letterarie. Obliando questa integrazione si dipinge il medioevo a nostra immagine e quindi non per quello che autenticamente esso fu. Inoltre, così procedendo, non potremmo approfittare degli utili stimoli esistenziali che da quella mentalità artistica e sensibilità potrebbero venirci. Si è studiato Dante a fondo, questo è innegabile. Però avendolo fatto con la mentalità moderna che è iniziata, per quanto mi riguarda, col primo Umanesimo e con Francesco Petrarca, ci è sfuggito Dante per quella parte in cui la sua mentalità era assorta e immersa nelle più alte scienze di allora.

    Da notare che nel momento in cui Dante, il 15-16 agosto 1293, fu visto dalla “gentile donna giovane e bella molto” (Vita Nuova, XXXV, 2; Convivio, II, II, 1) Venere si trovava, non solo ad avere i ricordati 14°.13’ di elongazione occidentale, ma era ancora nella sua fase crescente, cioè umida e calda, montante e nobile e quindi feconda e attiva che Dante chiama “primo aspetto”. Tale aspetto di Venere è simile alla fase della Luna crescente (TOLOMEO, Tetrabiblos, I, V, 1; I, VIII, 1-2) e perciò Venere è qui ancora in quella della dea Citerea, (Pur., I, 19 – 21; Pur., XXVII, 94-96) ) o di Lucifero (cfr. In nocte Nativitatis Domini) non essendo il pianeta ancora arrivato all’apogeo. Questo preciso aspetto di Venere viene meravigliosamente ricordato da Dante al vertice del Paradiso (XXVII) quando recita: “Così si fa la pelle bianca nera / nel primo aspetto (dalla Congiunzione inferiore col Sole a quella superiore ed è paragonabile alla Luna crescente. Il secondo aspetto va invece dalla Congiunzione superiore a quella inferiore ed è paragonabile alla Luna calante) de la bella figlia (Venere-Maria) / di quel ch’apporta mane e lascia sera (Il Sole-Gesù: cfr. Convivio, III, XII, 7). Venere infatti diventa “bruciata dal Sole”, cioè nera, invisibile, all’apogeo che nel caso in esame, cioè nel 1293, veniva da lei raggiunto il giorno 08 ottobre 1293, cioè dopo 54 giorni.

    La REGOLA GENERALE tolemaica dell’alternarsi dei quattro umori (UMIDO, CALDO, SECCO e FREDDO), tanto cara ed apprezzata da Dante (Convivio, IV, XXIII, 7 – 15), che lo stesso Tolomeo (II secolo d.C.) ha ripreso dall’antica tradizione, dagli antichi Egizi, o dal Caldei (Tetrabiblos, I, II, 15; I, III, 18; I, XXI, 1; I, XXI, 8: I, XXI, 20; II, XI, 3), che con il primo Umanesimo e Francesco Petrarca era stata dimenticata, e che io adesso ho riportato alla luce per la prima volta, è la seguente.

    Tutti i pianeti, Mercurio, Venere, Marte, Giove e Saturno si ricaricano di umore UMIDO al loro passaggio dal PERIGEO.

    Dopo di che seguono in stretta successione, l’umore caldo, secco e freddo. Fanno eccezione i pianeti Sole e Luna che, inaspettatamente, meravigliosamente e curiosamente, anche per Tolomeo non ubbidiscono alla ricordata Regola Generale, quasi che nell’antichità già si sapesse, in qualche modo, che il Sole era al centro del sistema e che la Luna era un satellite della Terra. Per Sole e Luna vengono infatti dettate regole a parte (Tetrabiblos, I, X, 1-2; I, VIII, 1) perfettamente aderenti al nostro sistema eliocentrico, come aderente ad esso stesso risulta anche la ricordata Regola Generale. Probabilmente qualcosa di basilare è sfuggito alla nostre conoscenze sull’Antichità e sul Medioevo ma che sembra non debba essere nemmeno ventilato.
    Due considerazioni finali sull’importanza che la tentazione possa condurre anche al peccato proprio perché vissuta entro una inalienabile libertà spirituale e, conseguentemente, comportamentale. È questa verità evangelica che rende problematico il rapporto trono-altare, Cesare-Cristo.
    Prima. Proprio perché Dante è stato tentato, si è perduto (Inf., I, 1-3). Proprio perché si è perduto, si è smarrito, ha poi potuto fuggire dalla selva selvaggia ed aspra e forte del peccato: anche per l’intervento dal cielo, con questa mia scoperta meglio specificato, della Santa Vergine Maria Assunta in cielo, simbolicamente assunta nel cielo Cristallino in cui lo “segnore de la giustizia chiamoe” anche Beatrice a “gloriare” (Vita Nuova, XXVIII, 1) insieme a Lucia. Infatti se la dimora simbolica della Beata Vergine è il Cielo cristallino, e se in esso vi è a gloriare anche Beatrice, essendo stata Beatrice stessa avvertita da Lucia (Inf., II, 94 – 120) dei pericoli a cui le tentazioni avevano esposto Dante, Lucia stessa si troverà necessariamente anch’essa nel Cielo cristallino, acqueo e di Maria.
    Se per Dante è l’umore umido a dare inizio alla vita (Convivio, IV, XXIII, 6-14), e se è il nono Cielo cristallino a dare inizio, a spiegare il moto, di tutti i cieli sottostanti giustificandone la vita, il Cristallino stesso non potrà essere, anche per Dante, che umido, che acqueo. Da qui un altro stimolo a far prendere in considerazione i quattro umori così bene esposti e considerati da Claudio Tolomeo (Tetrabiblos, I, V 1; I, VIII, 1.2).
    2) Proprio perché Dante ebbe questi suoi trascorsi peccaminosi assai reprensibili (Pur., XXXI, 1 – 63), avrà poi potuto essere da Virgilio incoronato al vertice del Purgatorio, re e gran sacerdote (Pur., XXVII, 142), come indica, appunto, anche la festa di san Giacinto del 16 Agosto 1293 ricavata dal moto di Venere (Convivio, II, II, 1).
    Ma essendo Dante seguace dell’ortodossia cattolica, dobbiamo porci la seguente domanda. È possibile che l’ortodossia cattolica possa convalidare la tentazione al fine di portare l’anima alla salvezza come indicato dalla Teologia liturgica della festa di san Giacinto? Esistevano forse nel medioevo, se pur non ancora sanate, delle contraddizioni fra la Teologia liturgica e la Teologia razionalista? E Dante collocando la Teologia liturgica nel decimo cielo Empireo ha inteso precedere il nostro CONCILIO VATICANO II e l’indirizzo di monsignor Bartoletti (cfr. Costituzione conciliare SACROSANCTUM CONCILIUM sulla sacra liturgia del 4 dicembre 1963).
    Scrive il teologo CHARLES JOURNET contribuendo a chiarire il problema: “La Terra è destinata alla vita, la vita all’uomo, l’uomo alla grazia del paradiso terrestre; e quando egli cade nel peccato, è Dio che, per rialzarlo, viene a morire su una Croce piantata sulla terra” (CHARLES JOURNET, L’Assunzione della Vergine, Firenze, Libreria Editrice Fiorentina, 1953, p. 1). Il citato opuscolo faceva parte di una nutrita serie intitolata “La sfera e la Croce” che MONSIGNOR BARTOLETTI regalava, o consigliava di acquistare, a molti seminaristi, o amici, me compreso, e nel mio caso arrivando a chiarirmi le idee. Nelle parole di Journet è di tutta evidenza come anche un Vescovo della Chiesa cattolica possa essere a favore di una legge dello Stato a tutela della libertà di divorziare. Se il divorzio è un peccato, la tentazione a cui induce sarebbe comunque, ontologicamente e spiritualmente, fertile. In Journet come nel Bartoletti e in Dante è più fertile e prioritario il “risollevarsi dal peccato” piuttosto che “non essere indotto in tentazione”. La questione è sottile poiché investe il problema della libertà. Cosa potrebbe pensarne invece Giulio Andreotti?
    Dunque Dante, dopo essersi innamorato di Beatrice e dopo che lei morì, non si innamorò affatto di un’altra donna, bensì di una scienza che lui simboleggia in una donna, la “gentile donna”, appunto. Ovviamente dopo aver passato, dopo la morte di Beatrice, alcuni anni di intervallo per aver ceduto alle tentazioni, non bisognerà dimenticarlo perché anche questo stesso intervallo fa parte della struttura simbolico-scientifica!, correndo dietro alle gonne di qualche “pargoletta”, a cui avrà certamente voluto bene (divorzio), ma “con breve uso” (Pur., XXXI, 58-60). Intenzionalmente saremmo di fronte ad una serie di divorzi all’ “americana”? Questo aspetto autobiografico di Dante sembra simile a quello del poeta e filosofo RAIMONDO LULLO (1234 – 1315) suo contemporaneo e presente a Parigi forse quando lo stesso nostro Poeta, se lui stesso ci andò (Cfr. di RAIMONDO LULLO, “Blanquerna” che si traduce con “Candore”: una specie di colore simile alla “chiarezza”, o allo “splendore”, su cui Dante insisterà molto e che sembrerebbe anch’esso la conseguenza dell’esercizio di una scienza. Quella nel nono cielo Cristallino chiamata Morale Filosofia e derivante, per intensificazione di senso, dalla Filosofia di Pittagora).
    Scrive il teologo CHARLES JOURNET, che io qui riporto un’altra volta al fine di chiarire l’incidenza che aveva avuto nel medioevo la festa di Sante Maria Assunta:
    “La festa dell’Addormentamento della Vergine (Assunzione di Maria al cielo) compare dapprima in Oriente, probabilmente a Gerusalemme intorno all’anno 530. Verso il 620, GIOVANNI DI TESSALONICA dice che qui è celebrata quasi ovunque. L’incoronazione della Vergine di Senlis (XII secolo) è la più antica che vi sia in Francia. L’Assunzione corporale della Vergine è ben viva nella Chiesa orientale e celebrata in testi seducenti. San Germano, patriarca di Costantinopoli ( † 733) canta: Il tuo corpo verginale, tutto santo, tutto casto, tutt’intero abitacolo di Dio, non conoscerà il disfacimento …” (CHARLES JOURNET L’Assunzione della Vergine, Libreria Editrice Fiorentina, Firenze, 1953, pp.35 – 39).
    Il senso ontologico-spirituale della festa di Santa Maria Assunta del 15 agosto (Tempo civile), come ricordano anche le Litanie Lauretane indirizzate alla Santa Vergine, già richiama e conferma le parole della liturgia del 16 agosto (Tempo liturgico) festa di san Giacinto, “Beatus vir qui suffert tentationem, quoniam cum probatus fuerit, accipiet coronam vitae” (Die xvi Augusti, IN FESTO S. HYACINTHI).
    Le Litanie Lauretane si aprono infatti con “Sancta Dei Genitrix”, ora pro nobis”, in cui, seguendo il Tetrabiblos (II, III, 3) è possibile notare anche una analogia fra Venere-Beatrice e Maria quale madre di Gesù Cristo. Scrive Tolomeo: “Ciò spiega il culto generalmente diffuso di Venere invocata come Madre degli Dei con svariati epiteti locali” (Tetrabiblos, II, III, 38). Di fronte a questa realtà non dobbiamo inalberarci, si tratta della nostra civiltà occidentale ben legata insieme e che Dante mira a salvare nel suo complesso anche quando “maledice” chi non si comporta in tale modo (Convivio, IV, V, 9). Le litanie della Madonna, che poggiano sulla festa di Santa Maria Assunta, recitano poi: “Mater divinae gratiae, Mater castissima, Mater boni consilii, Sedes sapiantiae, Causa nostre laetiziae, Janua coeli, Stella matutina, Refugium peccatorum …”: tutte peculiarità della ricerca spirituale di Dante e già riassunte, non per caso, dalla famosa preghiera di SAN BERNARDO alla Vergine (Par., XXXIII) e in parte incluse per senso, appunto, nella liturgia della festa di san Giacinto del 16 agosto 1293. La festa di Santa Maria Assunta in cielo, simbolicamente nel nono cielo Cristallino, quella di san Giacinto, e l’orazione di san Bernardo alla Vergine, sembrano avere perciò il compito di agevolare l’esegeta a capire i contenuti della Filosofia pitagorica e Morale Filosofia in cui è presente un inderogabile bisogno di libertà di comportamento.
    L’interpretazione del pensiero di Dante che emerge da questa analisi astrologico-scientifico-liturgica risulta intanto più vicina al Vangelo e alla linea indicata da Mons. ENRICO BARTOLETTI sulla scia del CONCILIO VATICANO II, che non alla Teologia razionalista (dogmatica e morale), di cui si avvalevano e si avvalsero i tribunali l’Inquisizione, ma di cui alcuni cristiani di oggi vorrebbero si avvalesse lo Stato moderno con le sue leggi.
    DATE DA ME SCOPERTE.

    1 – sabato 25/03/1301, giorno di inizio a Firenze del XIV secolo e inizio del viaggio della Commedia. Perché a Firenze il 25 marzo 1301 del nostro computo storico si apriva il XIV secolo? Per accertarlo basta prendere per buona l’informazione fornita da Dante in chiusura della QUAESTIO DE ACQUA ET DE TERRA secondo la quale Cristo, da un punto di vista culturale e calendariale, sarebbe nato di domenica come, sempre di domenica è poi anche risorto. In tal caso il giorno di Nascita corrisponderebbe alla domenica 25 dicembre del 1° anno dopo Cristo del nostro computo storico, quello dell’Incarnazione al venerdì 25 marzo del 1° dopo Cristo, e quello in base all’inizio dell’anno seguendo il Calendario comune, cioè il Calendario giuliano, al sabato 1° gennaio del 1° anno dopo Cristo. In questo caso Cristo il due gennaio avrebbe avuto solo un giorno di età e il 1° febbraio del 1° dopo Cristo solo un mese di età poiché, anche se il computo in base ai numeri romani con comprendeva lo zero, pur tuttavia essi conoscevano i sottomultipli dell’anno e non indicavano l’uno senza prima averli esauriti tutti: secondi, minuti, ore, giorni e mesi. Io credo che sia venuto il momento in cui il Manuale di ADRIANO CAPPELLI, Cronologia, Cronografia e Calendario perpetuo, arrivi ad indicare anche questo Calendario stile antico fiorentino di cui riferisce Dante e che porrebbe fine a tante questioni filologiche e di datazioni storiche in cui esiste una differenza di un intero anno. Anzi bisognerebbe prendere per norma, che nei secoli fino alla metà del XIV secolo, quando i dati non tornano e la differenza è di un solo anno, non si tratta di un errore, come fino ad oggi si è supposto, ma che siamo di fronte ad un computo calendariale a noi sconosciuto. Ammessa questa verità si potrà calcolare e capire perché il XIV secolo a Firenze iniziava nel 1301 e più precisamente il sabato 25 marzo 1301, perché per loro corrispondeva al sabato 25 marzo 1300. Ed è in questo giorno liturgico, dopo calato il Sole sul venerdì 24 marzo 1301, che può iniziare il viaggio della Commedia.
    2 – venerdì santo 31/03/1301 fine del viaggio della Commedia;
    3 – martedì 2/6/1265, giorno di nascita di Dante personaggio (Par., XXII, 110 – 117);
    4 – venerdì 2/10/1265, giorno nascita di Beatrice personaggio (Vita Nuova, II, 1-2);
    5 – venerdì 2/02/1274, Beatrice appare a Dante per la prima (Vita Nuova, II, 1-2);
    6 – venerdì 26/12/1264, giorno di concepimento di Beatrice (Vita Nuova, XXIX, 2);
    7 – venerdì 9/06/1290, giorno liturgico di morte di Beatrice (Vita Nuova, XXIX, 1);
    8 – martedì 2/02/1283, Dante fu salutato per la prima volta da Beatrice (Vita Nuova, III, 1-2);
    9 -martedì 14/09/1322 (1321, e va bene, però stile antico fiorentino!), giorno per me esclusivamente simbolico-liturgico, di morte di Dante personaggio, e quindi non reale (GIOVANNI BOCCACCIO, Vite di Dante, Prima redazione, 86; oscar Mondadori, Milano, 2002, p. 24 e nota n. 379 a p. 134);
    10 – sabato-domenica 15-16/08/1293, giorno in cui Dante vide, e fu visto, appunto e come ho già abbondantemente riferito, dalla “gentile donna giovane e bella molto” (Vita Nuova, XXXV, 2) “figlia de lo Imperadore de lo universo”, Gesù Cristo (Convivio, II, XV, 12; II, II, 1).

    Tutte le feste liturgiche celebrate in questi giorni sono inoltre in relazione, tanto alla Commedia, che alla Vita Nuova, che al Convivio, come, appunto, la data del 15-16 agosto 1293. Da notare che i giorni che riguardano Beatrice cadono tutti di VENERDÌ e quelli di Dante di MARTEDÌ per l’analogia simbolica fra Venere (Lei) e Marte (Lui).

    Se seguire le mie ricerche e scoperte può essere apparso difficile e faticoso, si pensi però a quanta fatica ha dovuto durare e quali difficoltà ha dovuto superare chi le ha dovute fare. Spero perciò in un intervento critico, nel merito, da parte di un qualche membro della gentile DANTE SOCIETY OF AMERICA, della DEUTSCHE DANTE-GESELLSCHAFT, della SOCIETA’ DANTESCA ITALIANA, dell’ ACCADEMIA DEI LINCEI di Roma, della BIBLIOTECA CLASSENSE di Ravenna, della CASA DI DANTE IN ABRUZZO, del CENTRO NAZIONALE DELLE RICERCHE, C.R.N., di Roma, o di THE NOBEL FOUNDATION, LITERATURE of Stockholm, o anche di PATRICK BOYDE Serena Professor of Italin Language and Literature in the UNIVERSITY OF CAMBRIDGE di cui conservo ancor oggi la sua lunga lettera datata 13 luglio 1994, e di GRAZIELLA FEDERICI VESCOVINI che più volte mi ha citato nel suo articolo intitolato Dante e l’astronomia del suo tempo, apparso sulla rivista internazionale ‘LETTERATURA ITALIANA ANTICA’ diretta da ANTONIO LANZA (Moxedano Editrice, Roma, anno III, 2002, pp. 292 e 300).
    Riallacciandomi alla citata lettera inviatami dal senatore Giulio Andreotti in data 11 luglio 1996, se poi egli stesso, sentito il Professor Aldo Vallone, mi avesse invitato a parlare alla CASA DI DANTE IN ROMA per commentare il 15-16 Agosto 1293 (Convivio, II, II, 1), avrei potuto ricollegarmi alla felice presa di posizione di mons. Bartoletti a favore del mantenimento della legge 1/12/1970 n. 898 sul divorzio partendo, più in generale, dalla fertilità spirituale del mantenimento della libertà di scelta tanto difesa da Dante.
    TUTTI I PREMI LETTERARI NAZIONALI ED INTERNAZIONALI CHE VERRANNO A CONOSCENZA DI QUESTO MIO LAVORO SONO AUTORIZZATI A PREMIARLO.
    Cordialmente salutando,
    Firenze, Venerdì 25 dicembre 2009, festa simbolica della Natività di Gesù Cristo.
    F.to Giovangualberto Ceri
    GIOVANGUALBERTO CERI
    Via F. Turati, 30 – 50136 – Firenze – Italia.
    Tel. 055 – 650.55.37 – Cell. 333.396.1191
    Da Giorgio Bárberi Squarotti
    ricevo il seguente commento, datato 24 gennaio 2010, al mio lavoro:
    “Il tema del DIVORZIO fra: GIULIO ANDREOTTI, Mons. E. BARTOLETTI, G. LA PIRA e DANTE utilizzando i consigli assolutamente inediti della “GENTILE DONNA” vista da Dante il 15 Agosto 1293 festa di Santa Maria Assunta in Cielo (DANTE,Vita Nuova, XXXV, 2; Convivio, II, II, 1; II, XV, 12)”.
    L’invio era avvenuto il 25 dicembre 2009, festa della Natività di N.S.G.
    Torino, 24 gennaio 2010
    Caro Ceri,
    i suoi interventi danteschi sono sempre preziosissimi per tanta dottrina: chiariscono aspetti di cui spesso non si parla o che (peggio) sono interpretati in modo erroneo.
    Grazie, di cuore. Paticolarmente significativo è il discorso su Catone e Marzia e il divorzio. Con i più vivi saluti.
    F.to Giorgio Bárberi Squarotti.

  13. Giovangualberto Ceri scrive:
    Febbraio 2nd, 2010 alle 09:59

    Padre DAVID MARIA TUROLDO, molto amico di Mons. Enrico Bartoletti, così mi fece capire in diverse occasioni lo stesso Bartoletti quand’era ancora al ” Seminario Minore”, credo avrebbe approvato con entusiasmo le mie scoperte sul valore della TENTAZIONE in Dante. Secondo il Bartoletti, padre David Maria Turoldo era inclinato ad abbatersi troppo e perfino a piangere. Una confidenza che avrei dovuto tenere per me? Non lo so, poiché nel seguente articolo è proprio MARIA a salvare Dante piangente. Padre DAVID MARIA TUROLDO, essendo dell’o.s.m., e chiamandosi, “MARIA”, lo sopporterà.

    Giovangualberto Ceri
    E-mail: giovangualberto@tiscali.it

    Firenze, Festa della Natività, A.D. 2009.
    LETTERA AUTOBIOGRAFICA APERTA .
    Cfr. BLOG di “Nuova Agenzia Radicale su Monsignor E. BARTOLETTI”.

    TITOLO
    Il tema del DIVORZIO fra: GIULIO ANDREOTTI, Mons. E. BARTOLETTI, G. LA PIRA e DANTE utilizzando i consigli assolutamente inediti della “GENTILE DONNA” vista da Dante il 15 Agosto 1293 festa di Santa Maria Assunta in Cielo (DANTE,Vita Nuova, XXXV, 2; Convivio, II, II, 1; II, XV, 12).

    Gentili Signore e Signori,
    siccome in questo mio lavoro sarà la “gentile donna giovane e bella molto” (Vita Nuova, XXXV, 2; Convivio, II,II,1) a dover portare, nel mondo cristiano-cattolico, delle nuove e buone idee sul divorzio coniugale, dirò subito quello che risulta che essa pensi, almeno per me. La dimostrazione matematica l’affronterò successivamente. La mia scoperta astronomico-astrologico-esoterico-liturgico/cristiana del giorno sabato 15 Agosto 1293 in cui Dante fu visto, accorgendosene, dalla “gentile donna giovane e bella molto” somigliante al nono Cielo cristallino e di Maria (DANTE,Vita Nuova, XXXV, 2; Convivio, II, II, 1) costituirà dunque l’epicentro di questa mia dimostrazione tramite lettera autobiografico-dantesca. Tale scoperta porterà anche ad avvallare la moderna nostra legge 1° dicembre 1970 n. 898 sul divorzio, non foss’altro che per l’utilità spirituale che paradossalmente assume per essa stessa la tentazione. Per un cristiano cattolico infatti il divorzio coniugale potrebbe costituire una vera tentazione dal momento che è stato reso giuridicamente possibile, ma per la liturgia cristiana questa sarebbe un’occasione in più per accedere alla beatitudine, come accerteremo nel corso della dimostrazione.
    La n. 898 non è una legge che semplicemente vieta, quanto invece limita i precedenti e più grossi divieti assoluti, e quindi, pur essendo una legge, riguarda sempre un guadagno di libertà a livello ontologico.
    Questa lettera si compone di tre parti. La prima esporrà il nuovo senso, da me scoperto, del nono Cielo acqueo, cristallino e di Maria, o Primo Mobile, evidenziandone quei punti salienti rimasti fino ad oggi nell’ombra mentre, questa stessa esposizione, farà anche da introduzione alla successiva trattazione, questa volta rigorosamente scientifico-astrologico-liturgica, dello stesso Cielo cristallino che avverrà nella terza parte. Nella seconda parte della lettera cercherò invece di giustificare la mia spinta personale ad affrontare questo tema che affonda le sue radici nella mia biografia. La terza parte dimostrerà infine, come ho già accennato, attraverso quale ragionamento scientifico-medievale, cioè matematico, astrologico e liturgico, sono arrivato ad indicare il giorno sabato 15 Agosto 1293, in cui Dante fu visto, e vide a sua volta, la “gentile donna” (Vita Nuova, XXXV,2; Convivio, II,II, 1). Essa risulterà lì a rammentare la funzione misericordiosa che deve avere il Cielo cristallino di Maria e perciò aperta, come ho già detto, a considerare positivamente anche la tentazione e, tale fenomeno, rivoluzionario per la comune e ordinaria mentalità catechistica del cristiano, sarà rilevato, sia dal calcolo sul Tempo civile che dal calcolo sul Tempo liturgico, del ricordato giorno 15 agosto 1293. Sorprendente? Ma così è Dante. Lui, per esempio, cedendo alla tentazione, dopo morta Beatrice andò dietro a delle giovani fanciulle, o “pargolette” (Pur., XXXI, 58-60), smarrendo la “diritta via” (Inf., I, 1-3), come anche Marzia divorziando da Catone l’Uticense per seguire Ortensio (Pur., I, 70-87). Però seguirono loro stessi in piena libertà e sarà proprio per il ricorso a questa piena libertà, nonostante la partesi negativa della loro caduta, che poterono conoscersi e spiritualizzarsi.
    Gli argomenti sono tanti, difficili e diversi fra loro, per cui volendo io procedere ugualmente considerandoli tutti, dovrò fare di questo mio lavoro una specie di “collage”. Non tutti i collage riescono bene, specialmente la prima volta. Io mi accontenterei che il mio risultasse, quanto meno, molto utile.

    Parte prima

    Inizio il mio lungo discorso affermando che la “gentile donna”, epicentro della mia dimostrazione, essendo simbolo indiscusso della Filosofia pitagorica e della Morale Filosofia (Convivio, II, XV, 12) ed avendo comparazione dichiarata col Cielo cristallino, acqueo e di Maria, o Primo Mobile (Convivio, II, XIV, 14), finirà anche per rendere conto, quando sapremo chi essa veramente è, delle intenzioni, nei secoli assai ricercate, che animano questo stesso nono cielo Cristallino, o Primo Mobile. Prima delle mie scoperte, sul nono Cielo cristallino tutti hanno infatti mostrato di saperne ben poco e, da qui, lo stimolo al il mio piano strategico: invertire la situazione quale conseguenza dell’aver potuto cambiare la rotta delle indagini.
    Orbene, siccome la gentilissima Beatrice, dopo il suo trapassamento, sappiamo intanto che fu chiamata dal Signore della giustizia, Gesù Cristo, “a gloriare sotto l’insegna della nostra REGINA BENEDETTA VIRGO MARIA” (Vita Nuova, XXVIII, 1), se questa stessa insegna di Maria sventolasse, per ipotesi, nel Cielo acqueo, cristallino, o Cielo primo mobile, bisognerebbe concludere, di necessità, che il luogo simbolico in cui Beatrice stessa è andata a gloriare sia il Cielo cristallino. In altre parole, se Beatrice fosse andata a gloriare sotto Maria, e il Cielo cristallino fosse di Maria, potremmo concludere che Beatrice stessa è andata a gloriare nel Cielo cristallino. Si tratta di un sillogismo costruito con simboli a cui Dante ricorre spesso nei momenti gloriosi. La parte più difficile che l’esegeta deve affrontare non è però legata solo all’esercizio della logica (aristotelico-medievale), quanto invece al potere afferrare intuitivamente la presenza di quei simboli su cui essa si articola e il loro pieno significato. Nel complesso si tratta di un potere della mente oggi poco utilizzato e apprezzato, diversamente che nel medioevo. Se tuttavia questo mio sillogismo reggesse, in questo caso saremmo già in vista di una possibile quanto eclatante novità: Beatrice sta a Maria, come Maria al Cristallino, come il Cristallino alla “gentile donna”, come la “gentile donna” alla Filosofia pitagorica e alla Morale Filosofia, come la Filosofia pitagorica e Morale Filosofia alla scienza dell’Amore, dell’imparare ad amare. Ma chi è tentato, che ceda, o resista, può essere l’oggetto da amare? Sì. Questa è l’umanità che si immagina di avere di fronte il Cristianesimo, considerata dunque molto umanamente!, ma per arrivare a tanto sarebbe necessaria a monte, seguendo Dante, una scienza che insegni ad amare tutti e comparabile al Cristallino in cui si celebra la Natività, la nascita, per l’umile sottomissione di Maria alla Divina Provvidenza, di Nostro Signore Salvatore Gesù Cristo.
    Il problema fondamentale, la cui soluzione derime tutta la questione, è perciò il seguente. Il Cielo cristallino, con la sua scienza peculiare, può risultare veramente, anche per Dante, il cielo del moneto in cui la Beata Vergine dette alla luce il Salvatore del mondo? Aggiunge comunque Dante a chiarimento del nostro problema:
    “Era venuta ne la mente mia / la gentil donna che per suo valore / fu posta da l’altissimo signore / nel ciel de l’umiltate, ov’è Maria”. (Vita Nuova, XXXIV, Primo cominciamento).
    Dopo aver preso atto che il Poeta rende qui la gentil donna omogenea a Maria è possibile comporre il seguente sillogismo.
    Siccome noi già sappiamo che la stessa gentil donna è omogenea alla Filosofia di Pittagora (e quindi della Morale Filosofia), poiché Dante scrive che “la donna (la gentil donna) di cu’io innamorai appresso lo primo amore (Beatrice, Vita Nuova, XXXV, 2) fu la bellissima e onestissima figlia de lo Imperatore de lo universo (Gesù Cristo), a la quale Pittagora pose nome Filosofia” (Convivio, II, XV, 12);
    dichiarando il Poeta che la stessa Filosofia pitagorica e Morale Filosofia è omogenea al Cielo cristallino, poiché egli scrive che “Lo Cielo cristallino ha comparazione assai manifesta a la Morale Filosofia” (Convivio, II, XIV, 14);
    necessariamente porta a concludere che il ciel de l’umiltate, ov’è Maria”. (Vita Nuova, XXXIV, Primo cominciamento), è il Cielo cristallino.
    Il Cielo cristallino è dunque il cielo della Madonna anche per Dante. Per noi è necessario rimanerne convinti poiché l’analisi di questo stesso cielo condurrà ad evidenziare due feste all’insegna della Madonna, quella del sabato 15 agosto 1293 dell’Assunzione di Maria al Cielo e quella della domenica 25 dicembre del 1° anno dopo Cristo in cui, per Dante e per l’Antico Calendario Fiorentino, la Beata Vergine dava alla luce Colui che sarà la luce del mondo, Gesù Cristo.
    È intanto di tutta evidenza, che se esiste un luogo specifico dove si gloria sotto l’insegna della Madonna, e per Dante non vi possono essere dubbi (Vita Nuova, XXVIII, 1; Vita Nuova, XXXIV, Primo cominciamento), ne potrà esistere un altro, con relativa insegna, in cui la SANTISSIMA TRINITA’ ha eletto la sua dimora simbolica e destinato alla perfetta adorazione di Essa stessa. Questo luogo, ovviamente, non potrà essere che l’Empireo, o decimo ed ultimo cielo. Del resto in tutti i cieli, a cominciare dal primo della Luna, si gloria Dio con particolari specificità ontologico-spirituali, per cui non desterà sorpresa che a Beatrice il Poeta possa aver riservato simbolicamente il nono Cielo cristallino e che esso sia dedicato alla Beata Vergine. Le premesse esistono.
    Quando allora Dante ricorda che “questo numero (il NOVE) fue amico di lei (di Beatrice) per dare ad intendere che ne la sua generazione (concepimento di Beatrice) tutti e nove li mobili cieli perfettissimamente s’aveano insieme” (Vita Nuova, XXIX, 2), potrebbe avere ricordato lo stesso numero NOVE anche per far capire meglio e controllare che Beatrice è andata a gloriare nel nono cielo Cristallino. Se il NOVE “fue amico di lei”, come pensare che per Dante Beatrice sia andata a gloriare in un cielo diverso dalla nona sfera? Ma se questo, come abbiamo già dimostrato, è il cielo di Maria, sarà congruo che Beatrice si trovi anch’essa qui?
    Commenta opportunamente GRAZIELLA FEDERICI VESCOVINI, storica molto competente di questo periodo medievale, in certo senso fornendo però elementi per arrivare a smentire che Dante possa aver indicato il Cristallino come dimora simbolica della Madonna ma, al tempo stesso, confermando anche l’importanza della discussione su questo tema durante tutto il XIII secolo.
    “Come sappiamo, nel 1241 e, poi, ufficialmente nel 1244 il Vescovo di Parigi condannò, come quarto errore (Cfr. H. Denifle – E. Chatelain), la tesi che le anime glorificate e la Beata Vergine non sono nel cielo Empireo con gli angeli, ma nel sottostante cielo acqueo o cristallino” posto sopra l’ottavo cielo delle Stelle Fisse (GRAZIELLA FEDERICI VESCOVINI, Il ‘Lucidator dibitabilium astronomiae (astrologiae)’ di Pietro d’Abano, Programma e 1+1, Padova, 1988, p.200).
    Il Cielo cristallino costituendo però per Dante, in base all’ipotesi da me avanzata e che verrà infine confermata, esclusivamente la dimora simbolica della Beata Vergine, utile cioè solo per quanto attiene all’identificazione del compito assegnato a Maria dalla Divina Provvidenza, e non affatto il suo reale luogo di beatitudine che, insieme a tutti i santi, alla Madonna stessa e a Dio (Dio Padre, Gesù Cristo e lo Spiritossanto), si trova invece nell’Empireo, concederebbe che esso stesso possa essere di Maria senza incorrere nel quarto errore evidenziato dal Vescovo di Parigi. L’indicazione risultando qui, appunto, solo simbolica e non attinente alla realtà spirituale.
    L’ortodossia cattolica del resto non permette verso la Madonna il culto di perfetta adorazione come per la Santissima Trinità, ma solo quello di iperdulia: e non permettendo verso di Lei l’adorazione già pone le premesse che, per Dante, l’insegna della Madonna sventoli in un cielo diverso dall’Empireo ed inferiore ad esso stesso senza che tale disegno contrasti con l’ortodossia. Per le anime sante sappiamo inoltre che il culto dovrà essere di semplice dulia e quindi di livello ancora inferiore a quello dovuto alla Madonna. Per esse già sappiamo che la dimora è, simbolicamente, nei cieli sottostanti al Cielo cristallino e, a più forte ragione, sottostanti all’Empireo, gerarchicamente costituiti in funzione delle specificità delle stesse anime sante qui presenti a gloriare.
    Ciò posto, siccome Dante riferisce di una insegna della Madonna sotto cui è andata a gloriare Beatrice (Vita Nuova, XXVIII, 1), conseguentemente mi viene in mente questa domanda. Tale insegna, visto che lui ne parla, potrà essere identificata?
    In base ai miei accertamenti, risultando che nel Cielo cristallino gli angeli gloriano sotto una particolarissima insegna, sotto una specifica angolatura liturgica non apertamente dichiarata dal Poeta e coinvolgente anche Maria, quella della Natività, se Beatrice fosse veramente andata a gloriare nel Cristallino, conseguentemente sarebbe andata a gloriare sotto quell’insegna della Madonna costituita dalla Natività. Quando però Dante insieme a Beatrice arrivano nel Cristallino, Beatrice non gli indica il luogo ove lei sarebbe a gloriare. Qui esistono solo i nove cori angelici sbernati “Osanna” (Par., XXVIII, 94-139). Avendo però io già da tempo dimostrato che Beatrice potrebbe essere l’incarnazione dell’angelo custode di Dante, cioè della “dea” da lui venerata (Par., XXVIII, 121), il luogo ove questa stessa dea, o angelo, o intelligenza, o idea platonica, (Convivio, II, IV, 1-6), finita la sua missione, dovrebbe ritornare a gloriare sarebbe fra questi cori angelici e, probabilmente, nel coro dei Principati che poi sappiamo essere quelle Intelligenze che muovono anche il pianeta Venere (Convivio, trattato II – Canzone prima). Nel loro insieme queste notizie sarebbero tanto emozionanti quanto eclatanti. Un punto ci sarebbe però ancora da chiarire. La supposta insegna della Natività presente nel Cristallino può essere all’altezza di celebrare anche la Beata Vergine, sia pure in quanto madre di Gesù, cioè in quanto genitrice di Dio? Chi genera può essere festeggiato insieme al generato? Risultando che il momento della Natività è quello in cui Maria si mostrò madre, bisogna ritenere che tale momento sia all’insegna, almeno per Dante e per senso comune, anche della Madonna. Ma se così già avremmo imboccato la giusta strada per arrivare alla soluzione del problema poiché, tutto sommato, noi siamo alla ricerca di quella MISERICORDIA a noi necessaria per aver ceduto alla TENTAZIONE, mentre è Maria che, col suo intervento a nostro favore, ce la promette. Questo indirizzo di senso a partire dal momento in cui Essa ha accettato di dare alla luce il Redentore. Orbene la “gentile donna” di cui noi qui stiamo mettendo a fuoco il senso, avrà anch’essa a che fare con la Madonna, con alcune sue peculiarità esortative e misericordiose, essendo stata vista da Dante per un’altra festa della Madonna: quella di Santa Maria Assunta in cielo del 15 agosto 1293 e, da qui, il rafforzamento della nostra traiettoria mariologica che è ad esplicazione dell’ontologia dantesca.
    Nella Commedia la Beata Vergine è la protagonista prima e silenziosa della salvezza di Dante (Inf., II, 94 – 96). E come potrebbe essere diversamente, nonostante fra gli esegeti siano esistiti alcuni dubbi circa l’interpretazione da dare al secondo canto dell’Inferno (vv. 94-126)? Per tal motivo il Poeta dedica alla Beata Vergine, costruendola, la preghiera di san Bernardo di Chiaravalle (Par., XXXIII, 1-39). Sull’intervento della MADONNA nella salvezza del Poeta e sulla Sua importanza nel pensiero dantesco in concreto si sapevano ben poche cose concrete prima delle date da me scoperte. Da aggiungere quindi alla Natività, quale festa anche di Maria, a computare dalla domenica 25 dicembre del 1° anno dopo Cristo, e a quella di Santa Maria Assunta del sabato 15 agosto 1293, anche il giorno liturgico di apertura della Commedia in base alle mie ricerche e corrispondente alla festa dell’Annunciazione a Maria del sabato 25 marzo 1301.
    A questo punto mi sembra utile rilevare che il dovuto culto di iperdulia verso la Nostra Regina Benedetta Virgo Maria sia in Dante mirabilmente rappresentato, e adesso emerge meglio il perché!, proprio dalla già ricordata Preghiera di san Bernando alla Beata Vergine (Par., XXXIII, 1-39).
    Ma qual è il motivo scientifico che permette di asserire che il Cristallino sia il cielo della Natività, e perciò il cielo della Madonna in base alle mie ultime considerazioni?
    Il problema di riuscire ad attribuire al Cristallino la Natività appare, meditando, di non troppo difficile soluzione. Dante riferisce infatti che nel Cielo cristallino sono presenti i nove cori angelici che sbernano “Osanna”, o “osannano”, “di coro in coro”, (Par. XXVIII, 94; XXVI,II, 118), intorno ad un punto fisso luminoso (il simbolo di Gesù Bambino appena nato?), cioè raggiante “lume / acuto sì, che ‘l viso ch’elli affoca / chiuder conviensi per lo forte acume (Cristo quale “Lumen ad revelationem Gentium”, o “Jesu Christe, lux vera” della festa della Candelora, dei ceri, cadente il 2 Febbraio e giorno in cui Beatrice, in base alle mio scoperte [Par., XXVIII, 16-18], apparve a Dante]) ”. Tale indicazione lascia intanto ragionevolmente concludere che questo osannare si riferisca proprio al
    “GLORIA IN EXCELSIS DEO ET IN TERRA PAX HOMINIBUS”

    della notte della NATIVITA’. Ma se così già avremo fatto un notevole passo in avanti a conferma della tesi. Se così, avremmo identificato anche quale insegna possa sventolare nel cielo di Maria in cui Beatrice è andata a gloriare ( Vita Nuova, XXVIII, 1): la Natività, il Presepe, la Capannuccia. Ma questo simbolo può essere intanto e pienamente anche di Maria?
    Si legge nella liturgia della santa notte di Natale, “… in splendoribus sanctorum ex utero ante Luciferum genui te”. Dunque viene ribadito anche dalla liturgia cristiana che la Madonna, per la Natività, risulti anche Lei in primo piano poiché:

    “ex utero ante Luciferum genui te.”

    Esiste forse nella liturgia cristiana in generale, rispetto al “gloriare”, un momento maggiormente qualificante e poetico di quello di quando gli angeli cantarono, nella notte santa della Natività, “Gloria in excelsis deo …”? No. Di conseguenza quando Dante in questo cielo fa riferimento al gloriare dei nove cori angelici, la nostra mente non potrà che ricondursi alla notte del 25 Dicembre, e questo il Poeta lo sa bene mentre si impegna a fornire anche altri elementi identificativi, e rafforzativi di senso, al fine che il commentatore non divaghi, non perda di mira questo simbolo.
    Ricorda Dante nel Cristallino quanto segue al fine di rafforzare l’idea della presenza della Natività.
    Oltre alla già ricordata luce di Gesù bambino appena nato, penso (Par., XXVIII, 13-21), ricorda anche il Sole sul primo grado del segno del Capricorno (Par., XXVII, 67-72), che può voler dire proprio 25 dicembre.
    Quando Dante sale al Cristallino afferma infatti che qui è come quando il Sole fa ingresso, o entra, in Capricorno, e perciò toccandolo. Egli scrive: “Sì come di vapor gelati fiocca / in giuso l’aere nostro, quando ‘l corno / de la capra del ciel col sol si tocca …” (Par., XXVII, 67-69). Sapendo noi che ai tempi di Giulio Cesare e di Cristo, quando il Sole entrava in Capricorno era il primo giorno dell’inverno e quindi il 25 DICEMBRE, è logico che, ricordando Dante nel Cristallino che qui è come quando il Sole tocca il Capricorno o, ugualmente, in esso fa ingresso, voglia additarci proprio questo stesso 25 Dicembre. Non certo si tratterà dei trenta giorni, o gradi, in cui si estende il Capricorno come spesso si legge nei commenti per mancanza, credo, di sufficienti nozioni astrologico-tolemaiche (Tetrabiblos, I, X, 2; I, XXIV, 3; I, VIII, 2).
    Il Poeta ricorda anche Una eterna nevicata (Par., XXVII, 67-72; 100-102) al fine che si capisca che, per le Regole astrologiche, siamo sempre come nel primo giorno dell’inverno e perciò al Natalis Solis invicti e quindi sempre sul 25 dicembre. Perché? La giustificazione scientifico-medievale è la seguente.
    Per Dante l’inverno è di umore “freddo e umido” (Convivio, IV, XIII, 12- 14), diversamente da come lo indica Tolomeo per il quale è soprattutto “freddo” (Tetrabiblos, I, X, 1). La neve essendo anch’essa fredda e umida è logico che per l’astrologia di Dante essenzializzi tutta la stagione invernale. Ma per le regole astrologiche, ed è questo il punto, il primo momento del darsi di un fatto, di un fenomeno, come anche dell’inverno, è quello che lo essenzializza tutto, che lo caratterizza per tutta la sua durata, analogamente che nel caso della nascita dell’essere umano. Questo dato astrologico-scientifico fa sì che Dante, volendo simbolicamente e poeticamente rafforzare l’idea che qui siamo al 25 dicembre, lo possa fare ricordando la presenza di una eterna nevicata sul suo primo giorno (Par., XXVII, 67-72).
    Da rilevare inoltre che la “primavera sempiterna” presente in Paradiso e ricordata da Dante proprio qui nel Cristallino è sempre a chiarimento di questo problema. La primavera sempiterna, afferma Dante mettendoci in guardia!, state bene attenti poiché “notturno Ariete non dispoglia” affatto (Par., XXVIII, 117), come sareste comunemente inclinati a credere. Una precisazione su cui si è tanto discusso, penso non capendone a fondo l’importanza, e in cui “notturno Ariete” non è affatto, come comunemente si legge, il Sole in Bilancia, né il Sole simbolicamente ed eternamente a Primavera e perciò in Ariete. Queste indicazioni possono essere state date solo da chi non padroneggia Tolomeo e perciò non è in grado di sciogliere i nodi astrologici. In base a considerazioni astrologico-tolemaiche questo “notturno Ariete” risulta essere infatti il Sole in Capricorno e, se così, in grado di giustificare logicamente e perfettamente la terzina per le seguenti ragioni.
    Il segno dell’Ariete, in cui viene collocata la Pasqua di Resurrezione, è il domicilio di Marte iuxta sententiam Ptholomaei (Tetrabiblos, I, XVIII, 6). Il Capricorno, in cui viene collocata la Pasqua della Natività, è invece l’esaltazione di Marte (Tetrabiblos, I, XX, 5). L’omogeneità Ariete-Capricorno, se la valutiamo riferendoci a MARTE, appare evidente poiché DOMICILIO ed ESALTAZIONE sono OMOGENEI. Di conseguenza l’Ariete può stare in Dante per Marte diurno (Tetrabiblos, II, IX, 3) e il Capricorno può stare per Marte notturno. Se sostituiamo, seguendo l’astrologia e per omogeneità, il termine Marte con Ariete, abbiamo che l’Ariete-Marte diurno si dà all’equinozio di Primavera (Pasqua), mentre l’Ariete-Marte notturno, il nostro “notturno Ariete” di Par., XXVIII, 117, si dà invece al solstizio d’Inverno (Natività). Tenendo presente quello che abbiamo puntualizzato sugli umori FREDDO ed UMIDO inerenti l’inverno e puntando l’attenzione soprattutto all’UMIDO, si capisce adesso meglio il motivo per cui Dante specifica che notturno Ariete “non dispoglia” (Par., XXVIII, 117). È questo “non dispogliare” che giustifica la spiegazione umorale da me fornita. Se l’inverno per Dante, diversamente che per Tolomeo, è freddo e umido, sarà l’umidità contenuta simbolicamente in quella neve che lo essenzializza a far sì che l’inverno “non sia dispogliante”. L’umore umido è infatti, iuxta sententiam Ptholemaei, FECONDO E ATTIVO (Tetraboblos, I, V, 1) mentre, iuxta sententiam Dantis, è esso stesso che dà inizio al movimento e alla vita, e dunque anche nell’essere umano (Convivio, IV, XXIII, 7-9). La neve, essendo anche umida, non potrà essere perciò dispogliante. Si tratta di una verità cruciale per la mentalità medievale e di Dante qui riproposta da lui stesso alla nostra attenzione, e non solo per memoria.
    Orbene, come avremo modo di controllare, il ricordato “Gloria in excelsis deo et in terra pax hominibus”, ovviamente con l’eliminazione del tradizionale “BONAE VOLUNTATIS” tanto caro all’Inquisizione medievale, ma anche romana e spagnola, sarà perfettamente aderente al messaggio che noi andiamo cercando e che, più avanti, sarà confermato proprio dalla “gentile donna” (Convivio, II, II, 1). È tale ‘messaggio’ che risulta aperto anche alla possibilità del divorzio coniugale. Infatti con l’eliminazione del “bonae voluntatis” dal “Gloria”, ‘eliminazione’ adesso ammessa anche dalla Chiesa, già viene abolita ogni discriminazione fra buoni e cattivi, rispetto agli effetti su tutta l’Umanità della venuta di Gesù Cristo Salvatore del Mondo. Di conseguenza anche fra chi divorzia e chi no, in nome di una più ampia libertà nell’intima speranza di fare così ampliare spontaneamente le coscienze e di far rafforzare nell’umanità stessa, conseguentemente, le prospettive di amore, e la capacità di amare.
    Entrando subito un po’ più nel merito della scienza comparabile, o somigliante, al nono cielo Cristallino e di Maria, la Filosofia pitagorica e Morale filosofia, e simboleggiata dalla “gentile donna”, si deve evidenziare che essa indica un itinerario aperto ad affrontare le passioni dell’anima nella piena libertà, senza cioè alcun freno inibitore esterno a salvaguardia preventiva di eventuali errori, se non quello, ovviamente, che potrà mettere in atto soggettivamente la coscienza della persona, la sua intenzione soggettiva in quanto retta, magari approfittando, questo sì!, dei buoni consigli di un Buon demone (Virgilio), o della Chiesa, o del proprio Angelo custode (Beatrice?). In quest’ultimo caso potremmo infatti già cominciare a pensare, rispetto a Dante, che Beatrice simboleggi proprio l’Angelo custode di Dante, anche perché essa farà tutto quello che la liturgia, nel giorno di nascita di Beatrice, Venerdì 2 ottobre 1265, e in quello della sua prima apparizione a Dante, Venerdì 2 febbraio 1274, dice che facciano gli Angeli custodi (Pur., XXX, 121 – 135).
    La qualificante spinta di Dante verso la libertà, che si fonda anche sulla necessità del tutto ortodossa, che l’anima sperimenti le tentazioni, anche se non il peccato, la potremo però scientificamente accertare solo dopo aver saputo risolvere, appunto, l’enigma astronomico-astrologico-esoterico-liturgico/cristiano costituito dal giorno in cui il Poeta stesso fu visto, e vide a sua volta, la “gentile donna giovane e bella molto” (DANTE,Vita Nuova, XXXV, 2; Convivio, II, II, 1).
    Se mi sono anticipatamente soffermato a ricordare il senso che emerge dalla risoluzione dell’enigma posto dalla “gentile donna” ancor prima di averlo matematicamente risolto, è stato anche perché mi piace agganciare subito le mie ricerche alle seguenti motivazioni autobiografiche.

    Parte Seconda

    Ricordo che fu nel dicembre del 1970 che il gentile senatore GIULIO ANDREOTTI, unendosi a monsignor Giovanni Benelli, a Fusacchia e a Gedda, si schierò a favore del Referendum abrogativo della legge n. 898 del 1/12/1970 che introduceva in Italia il divorzio. Egli prevedeva che esso non sarebbe comunque stato possibile per i matrimoni concordatari. La sua previsione si basava su considerazioni logico-giuridiche di un certo spessore, anche se poi non si verificò.
    I pensieri sul divorzio di noi ex-democristiani seguaci di EMMANUEL MOUNIER (cfr. L’avventura Cristiana e La paura del XX secolo) andavano invece in tutt’altra direzione. Erano affini a quelli di DANTE, mi immagino e dimostrerò utilizzando la liturgica del giorno in cui Dante vide, il 15 Agosto 1293 la, “GENTILE DONNA” (Convivio, II, II, 1; Vita Nuova, XXXV, 2), e incontrarono sulla loro strada anche il modo di sentire e di pensare, evangelicamente fondato e disposto a farsi valere, di monsignor ENRICO BARTOLETTI amico del professor GIORGIO LA PIRA Sindaco di Firenze, non senza conseguenze per quest’ultimo.
    Tracciato il campo in cui considererò insieme il pensiero di Andreotti, del Bartoletti di La Pira e di Dante, sarà bene che chiarisca subito perché un tempo fui iscritto anch’io alla Democrazia Cristiana, come ho fatto rimarcare, avendo così per fratello, o amico, l’insigne Senatore alla cui apertura mentale, con la presente, intendo cortesemente rivolgermi. Mi dilungherò nell’inciso anche perché servirà ad apprezzare i positivi contorni entro cui tratterò del divorzio: quelli della libertà di scelta al fine di agevolare la crescita ontologico-spirituale. Se per il cristiano il divorzio può essere infatti considerato contro la morale e non solo, da un’altra angolazione, sempre cristiana, potrebbe invece risultare utile alla crescita spirituale, e qui avremmo dalla nostra, insieme a Dante, anche Emmanuel Mounier, il Bartoletti e La Pira, penso. In tale fertile modo si deduce che potesse valutare il divorzio anche Dante: e non solo attraverso la festa liturgica in cui gli apparve la la “gentile donna” (Convivio, II, II, 1) ma anche, per esempio, quando riferisce del desiderio di Marzia di divorziare da Catone l’Uticense per seguire Ortensio (Pur., I, 76 – 87): e l’episodio simbolico avrà valore, sia sul piano storico-letterale che su quello anagogico-spirituale, cioè riguardante la via che l’anima può liberamente percorrere per spiritualizzarsi, per liberarsi, attraverso libere scelte, dalla schiavitù del peccato. Possibile che una lezione di libertà possa venirci dal medioevo di Dante ritenuto, per lo più, oscurantista? Io ritengo di sì.
    L’episodio della mia iscrizione alla D.C. coincise cronologicamente con quello dell’inizio della mia amicizia col Bartoletti. Fui iscritto al partito dal 1954 al 1966. Il culmine dell’intensità del rapporto fu raggiunto ai tempi di quando (1957-1960) era DELEGATO NAZIONALE del MOVIMENTO GIOVANILE CELSO DE STEFANIS con, vicino a lui insieme a tutto l’esecutivo nazionale, CARLO FUSCAGNI a cui davo allora amichevolmente del tu e questo, perciò, anche l’ultima volta che lo vidi: e fu poco prima che vincesse LUCIANO BENADUSI, e quindi devo concludere, tanto, tanto, tanto, tempo fa. Per comodità di espressione potrei dire che in quegli anni il Movimento Giovanile della Democrazia Cristiana possa essere diviso in due correnti di pensiero: una più vicina a E. Mounier e l’altra a Jacques Maritain.
    Nel 1954 io avevo fondato nel Comune di CAMPI BISENZIO (FI) il MOVIMENTO GIOVANILE della Democrazia Cristiana con assidue letture, appunto, di E. MOUNIER. Ben poca cosa quando si pensi che GIULIO ANDREOTTI aveva invece fondato nel 1944 quello a livello nazionale non so se leggendo in lingua, di JACQUES MARITAIN, Umanesimo integrale. Andreotti aveva comunque preceduto, quale DELEGATO NAZIONALE del Movimento Giovanile D.C., il nostro Celso De Stefanis di ben più di dieci anni e perciò la distanza, anche in termini di mentalità, avrebbe potuto farsi sentire. Andreotti un neo-tomista filo integralista, e noi cattolici-esistenzialisti alla ricerca dell’integrità, della completezza, del vivere umano all’insegna di una maggiore libertà. Sarà stato vero, o era stato esclusivamente un fenomeno generazionale?
    L’apertura al divorzio può apparire anche come un’inclinazione a non lasciarsi sfuggire le cose piacevoli della vita, e a cercare di evitare quelle rattristanti anche sul piano ontologico-spirituale, e quindi tale stessa apertura sarebbe anche al fine di riuscire a rendere l’esperienza del mondo, valutata dall’angolo in cui contingentemente ci troviamo, più ampia e completa. Resta da valutare quanto questa esperienza orizzontale, cioè per ampiezza, per quantità, possa essere lentamente integrata, o elevarsi, o, ugualmente, possa crocifiggersi, sulla spinta verso l’esperienza verticale, cioè per intensità, per qualità. Il passaggio di Dante, dai brevi innamoramenti per qualche “pargoletta” (Pur., XXXI, 58 – 60), a quello assoluto per la “gentile donna” (Convivio, II, II, 1), ossia per la scienza dell’amore, indica la possibilità di un percorso ascensionale di portata ontologico-spirituale.
    Se dunque il Bartoletti, con il nulla osta di PAOLO VI, volle che non ci si opponesse alla legge che legalizzava il divorzio, lo volle perché pensava che, attraverso la quantità, l’ampiezza, che il divorzio metteva in atto, emergesse lentamente anche una più alta nobiltà d’animo, facendo migliorare, nella libertà, la qualità ontologico-spirituale del rapporto coniugale.
    Io però non rinnovai più la tessera della D.C. diventando così un ex-democristiano, come ho già riferito, dall’anno dopo in cui il Sindaco di Firenze Giorgio La Pira venne irrimediabilmente defenestrato (1965). Mi ero malinconicamente defilato dal gruppo. Conservo ancora l’originale del RICORSO d’urgenza di La Pira inviato a Roma il 16 Gennaio 1965 a difesa della deliberazione consiliare n. 5555/710/C del 5 ottobre 1964 contro gli APPALTI delle Imposte di Consumo (Dazio) anche perché si sospettava che dietro corressero delle tangenti, o si alimentasse la corruzione. E fu questo ricorso, che allora fece tremare una buona fetta di Firenze e dei Comuni limitrofi che, per me, condusse La Pira ad una inappellabile defenestrazione. Non mi si crederà ma questa, per me, è una delle più importanti verità sulla vita vissuta del nostro illustre Sindaco. Dunque defenestrazione di La Pira per aver perseguito culturalmente mète che, sul finire del XV secolo, possiamo dire essere state care anche ad uno dei personaggi da La Pira stesso più amati, l’intransigente fra GIROLAMO SAVONAROLA. Verrebbe voglia di dire: “Defenestrazione di La Pira? Ma era scontata. Era stato lui ad andare a cercarsela toccando interessi nazionali ben più grandi di lui”. Ma forse potrebbe essersi trattato anche di una buccia di banana coperta dalla sinistra con un manifesto inneggiante a Cristo re di Firenze anche perché lui, ingenuamente, non la notasse, con ciò aprendogli la strada per rientrare nei futuri santi.
    Il nostro Sindaco di Firenze non fu però solo savonarolianamente contro la corruzione, cosa, comunque, fino alle mie rivelazioni non sufficientemente messa a fuoco e documentata, ma fu anche a favore del mantenimento della Legge n. 898 che il 1° dicembre 1970 che introduceva in Italia il divorzio, poiché fu verso la fine di dicembre del 1970 che lui finalmente si decise ad andare a ritirare la firma a favore del Referendum abrogativo di detta legge stessa che aveva apposto pochi giorni prima. Si vadano a leggere i giornali dell’epoca, prego. Quanto, su tale ripensamento, abbia inciso il pensiero di monsignor Bartoletti, decisamente orientato a far mantenere la legge n. 898, resta da valutare, però la questione esiste e a me pare sia stata fino ad oggi sottopesata. Perché?
    A testimonianza della forte amicizia fra il Bartoletti e la Pira che avrebbe poi inciso sul ripensamento di La Pira stesso portandolo a valutare positivamente la legge 898 sul divorzio, io posso ricordare la fotografia di La Pira e il Bartoletti insieme mentre, sorridenti, camminavano velocemente (“speranza”) sul viale del seminario attorniati da un gruppo di giovani seminaristi: ‘fotografia’, ed è questo il punto, che lo stesso Bartoletti tenne, sulla sua scrivania, a Montughi, per diversi anni quand’era Rettore del Seminario Minore. Ad indicare cosa? Tale fotografia io l’ho pubblicata sulla rivista “Sotto il velame” di Torino dell’Associazione Studi Danteschi e Tradizionali diretta da Renzo Guerci insieme al citato ricorso di La Pira datato 16/01/1965 (n. VI, Il leone verde edizioni, Torino, settembre 2005, pp. 156 – 161). Tuttavia anche quella volta che lo stesso Bartoletti mi disse, a Lucca: “te hai in comune con La Pira di arrivare sempre senza prima preavvertire”, aggiungendo poi che andava bene così, potrebbe ugualmente testimoniare di quanto i due si frequentassero e se la intendessero. Ovviamente c’era un limite, e io lo scoprii in un’altra occasione, quando il Bartoletti mi confessò, ovviamente esagerando, ma comunque così dicendo: “Fra la Pira è te, preferisco te”. Poi forse perché mi vide negli occhi scoppiare dalla contentezza, aggiunse: “Fra te e Dossetti preferisco invece Dossetti.” Notandomi sul volto che cercavo di nascondere un po’ di amarezza aggiunse: “Ma questo è quello che penso io personalmente e, non è detto, che valga in generale.” Dunque l’intesa fra La Pira e il Bartoletti appare dimostrata, se io ho detto il vero, anche se pur imperfetta.
    Non sono però bene al corrente di cosa pensasse concretamente Don GIUSEPPE DOSSETTI circa le sorti da augurare alle legge n. 898 sul divorzio e poi a quella sull’aborto. Certo non avrebbe condiviso che la cristianità corresse ai divieti giustificandoli con luoghi comuni, con idee di retroguardia e imparaticcie, e inoltre basandosi solo sulla Teologia dogmatica e morale, come ai tempi di Dante ci si avvaleva dei “Decretali” del Vaticano per nascondere la sostanza del Vangelo (Par., IX, 133 – 135), poiché egli ambiva di vedere sorgere “nuove motivazioni e di idee creative” a maggior comprensione di tutta la materia che si basassero sul Vangelo. Ma allora le mie scoperte su Dante avrebbero potuto accontentare Dossetti mentre risultavano certamente in linea con la sensibilità del Bartoletti?
    Se il divorzio, da un punto di vista ideale, era stato per Dante una necessità ontologico-vissuta, figuriamoci per noi. Ontologicamente e spiritualmente Dante “divorziò” infatti da Gemma Donati per sentirsi vicino a Beatrice, e poi da Beatrice stessa, dopo la sua morte, per buttarsi dietro alle gonnelle delle giovani fanciulle da lui identificate più chiaramente in qualche “pargoletta” (Pur., XXXI, 58 – 60), finché non arrivò infine ad innamorarsi per sempre di quella “donna gentile” di cui io in questo lavoro intendo riferire. Essa già sappiamo corrispondere ad una scienza, a quella della Filosofia pitagorica e Morale Filosofia simigliante al nono cielo Cristallino, acqueo e di Maria, e sarà atta a fare innamorare in generale e quindi a far muove tutto l’universo poiché, per Dante, è “l’amor che move il sole e l’altre stelle” (Par., XXXIII, 145). È congruo dunque che, per Dante, sia proprio il cielo Cristallino e di Maria ad imprimere il moto al cielo sottostante delle Stelle Fisse, e poi di Saturno, di Giove, di Marte del Sole eccetera, proprio perché il Cristallino è il cielo della scienza dell’Amore. E qui emergerebbe un principio metafisico, a mio giudizio tanto caro a Dante: l’umido e l’acqua simboleggianti l’amore. Il battesimo della Chiesa non sarebbe quindi, da un punto di vista simbolico, tanto per purificare quanto per fare innamorare. Ma se il cielo Cristallino, acqueo e di Maria presiede alla scienza dell’amore, sarà perfettamente congruo che in esso, attraverso la festa di quando apparve a Dante per la prima volta la “gentile donna” (Convivio, II, II, 1), sia lasciata aperta la possibilità anche di divorziare in piena libertà. Può l’amore esistere senza la libertà, ovvero esistere per decreto legislativo? Dunque psicologicamente la vita di Dante risulta tutt’altro che ingessata a Gemma Donati.
    Potremmo dunque riassumere che gli influssi del Cielo cristallino sono contrari alla mediocrità umana e spirituale, e come potrebbe essere diversamente visto che siamo quasi nell’Empireo!, mentre essi tentano con la specifica scienza di questo cielo di vincerla. Per monsignor Bartoletti i difetti e i mali dell’ideologia comunista, nazista, fascista e capitalista, penso che pensasse che non fossero legati solo ai relativi impianti filosofici, quanto alla mediocrità umana e spirituale di cui essi stessi si alimentano nel momento in cui storicamente si incarnano. Nel mondo capitalista, per esempio, quando i PRIVILEGI E LE RACCOMANDAZIONI arrivano a togliere DIGNITA’ e LIBERTA’ a che non può, o non vuole, approfittarne, possono creare situazioni analoghe a quelle del Cominismo e del Nazifascismo. Per questo lui fece un convegno su i “MALI DI ROMA”.
    Orbene, dal momento che La Pira lo vogliono fare santo il citato suo RICORSO contro gli appalti e la sua presa di posizione in favore del mantenimento della legge sul divorzio, con fotografia insieme al Bartoletti, io ho sentito il bisogno psichico di mandarlo anche in giro. Perfino al Cardinale JOSÈ SARAIVA MARTINS che, non sapendone nulla, piacevolmente e sorprendentemente mi rispondeva con la sua devotissima del 24 novembre 2007. E tutto ciò l’ho fatto per mettere a fuoco anche il vero ed autentico motivo per cui il nostro Sindaco fu fatto deambulare fuori di Palazzo Vecchio con martirizzazione ontologico-psichica. Volere la “pace fra i popoli”, darsi daffare per “togliere la fame nel mondo” e insistere per “un’occupazione stabile per tutti i lavoratori disoccupati”, impegnandosi con
    lettere, viaggi, discorsi e consigli, alcune volte anche con risultati concreti positivi, è una cosa encomiabilissima ma rientrante, per Dante, nel quarto cielo del Sole, della luce della coscienza. Diverso il caso di chi si decidesse a por fine direttamente a degli appalti “criticabili” perché minano la dignità dell’attività imprenditoriale e la democrazia, e potesse farlo in prima persona perché ne ha il potere decisionale amministrativo. Questo intervento che La Pira fece, data la sua pericolosità rientrerebbe, per Dante, nel quinto cielo di Marte dove viene versato il sangue per amore della verità. Per un cristiano impegnato come La Pira, anche schierarsi “a favore della legge sul divorzio” con un intervento concreto e orientativo per la cristianità, forse potrebbe rientrare ugualmente che la “lotta agli appalti e alla corruzione” nel cielo di Marte, a condizione però che l’iniziativa non sia stata compresa subito e sufficientemente dai Fedeli e dalle Autorità ecclesiastiche, e perciò con la stessa facilità con cui comunemente si comprende la bontà della “pace nel mondo”, della “lotta alla fame” e del “diritto al lavoro”. Questi cinque temi dovrebbero però sempre risultare sussumibili sotto gli insegnamenti del Vangelo.
    Con il Vangelo anche i “MALI DI ROMA”, cioè le omissioni tendenti ad ottenere dei vantaggi e gli arricchimenti criticabili, avrebbero dovuto trovare un limite invalicabile: ma si trattava per il Bartoletti di dare anche dei consigli concreti, di prendere delle decisioni. Con la morte di Papa ALBINO LUCIANI, che alla C.E.I. era stato il braccio destro del Bartoletti almeno per quello che allora a me direttamente risultava, ritengo che a sostegno dell’importanza dei Sacramenti sia ritornata la Teologia razionalista facendo cadere le parole de “l’Evangelio” al secondo posto, con ciò giustificando meglio, o facilitando, un impegno più o meno indiretto della Chiesa nell’attività legislativa.
    Quale Delegato Giovanile della D.C. io avevo invitato a parlare nel 1955, nel mio COMUNE DI CAMPI BISENZIO, nel teatrino parrocchiale della Pieve di Santo Stefano, MONS. GIULIANO AGRESTI che stimavo, sul tema “IL SIGNIFICATO RELIGIOSO DELL’ATESISMO CONTEMPORANEO”. Era tutto un programma. Facemmo il pieno di compagni Comunisti, in un Comune dove loro avevano la maggioranza assoluta. Ero andato io, con la mia automobile 1100, Fiat 103, a prendere nel 1955 don Giuliano Agresti a Firenze in Via De’ Pucci che, in macchina al ritorno, notai però che mi stava parlando del Bartoletti con minore fascino di quanto avrebbe potuto manifestare lo stesso Bartoletti per lui, se ne avesse dovuto parlare. Dell’accaduto feci subito la spia. Dopo che l’Agresti fu nominarono Arcivescovo di Lucca al posto del Bartoletti, e perciò quasi vent’anni dopo, andando io a trovare a Roma lo stesso Bartoletti, egli mi domandò cosa pensassi di tale nomina. Rimasi piacevolmente sorpreso della stima, ma la mia risposta fu tiepida proprio per il diverso orientamento culturale esistente nei due e lui, mi sembra di ricordare, subito annuì dicendomi, “loro hanno voluto così!”, ma cambiando però immediatamente discorso. Non so se Lucca, dal 1973 in poi, si divise in due: una parte bartolettiana pro legge sul divorzio, e un’altra invece, legata all’Agresti, contro.
    Forse queste sono cose riservate, che non avrebbero dovuto essere rivelate. Ma dopo che le due lettere di Don LORENZO MILANI inviate a MONS. BARTOLETTI, in data 10 settembre 1958 e 1° ottobre 1958, sono state pubblicate senza il consenso dell’amico Don ALESSANDRO CAMPANI, e senza preavvertire me per la citazione in una di esse di mio fratello DON SERAFINO CERI, nel volume di MASSIMO TOSCHI, Don Lorenzo Milani e la sua Chiesa, (ed. Polistampa, Firenze, 1994, pp. 158 – 168), ho sentito di dovermi anch’io fare avanti dicendo la mia, autobiograficamente. Si è trattato comunque di cose dette e fatte dal Bartoletti, che ciascuno potrà prendere liberamente come vuole, o con le pinze: però lui non parlava mai a caso, o per divertimento, ma sempre pensando ad un fine, ad una utilità per il nostro domani, essendo, ne sono convinto, un PROFETA, simile a quelli tanto amati e stimati nelle Comunità seguaci della DIDACHÉ, cioè della Dottrina degli Apostoli (70 – 150 d.C.), assolutamente fedeli allo spirito del Vangelo.
    In questo mio intervento ho teso ad opporre il pensiero di GIULIO ANDREOTTI sul divorzio al nostro di ex-democristiani di ispirazione esistenzialistico-cristiano-francese. Ma è stato solo per comodità e per alcune circostanze casuali e marginali, e non perché il gentile Senatore, da molto tempo più laico di tanti altri democristiani e pur sempre memore dell’esperienza di Alcide De Gasperi, ritenesse, ai tempi del CONCILIO VATICANO II, di opporsi allo spirito cristiano-rinnovatore del nostro E. MOUNIER. Del resto i recenti e saggi consigli dello stesso Andreotti al Governo Berlusconi, di non intervenire sul caso “ELUANA”, pur non rifacendosi a CATONE L’UTICENSE che per una questione di dignità esistenziale preferì il suicidio (Pur., I, 71-72), ben mostrano l’alta qualità della stoffa con cui il Senatore si riveste, improntata al laicismo pur non lasciandosi andare giù senza freni, come invece faccio io volentieri, non so se a dispetto, o a compensazione, per come sono andate le cose nei secoli passati.
    Orbene, essendo Giulio Andreotti PRESIDENTE DELLA CASA DI DANTE IN ROMA ed essendosi direttamente interessato, quale uomo politico, del tema divorzio e quindi facendolo rientrare nel più vasto campo della dialettica libertà-reato, se Dante si fosse effettivamente occupato anche lui dell’eventualità dello scioglimento del vincolo matrimoniale, pur facendo rientrare nella dialettica libertà-peccato, lo stesso Giulio Andreotti si troverebbe nell’ottica di potere parlare del divorzio con competenza e legittimità per due ragioni. Perché è dovuto entrare nel merito della legge per motivi di lavoro; e perché dello stesso divorzio se ne sarebbe interessato Dante con il rapporto Catone-Marzia-Ortensio (Pur., I, 76 – 87) e, ancor più, con la scienza legata alla “donna gentile” (Convivio, II, II, 1). In altre parole, essendosi occupato del divorzio la persona, Dante, presa a simbolo di quell’ente culturale, la “CASA DI DANTE” in Roma, di cui il Senatore Andreotti è Presidente, lo stesso Presidente di tale benemerita associazione, la “CASA DI DANTE” in Roma, avrebbe piena legittimazione ad intervenire sull’argomento prendendo posizione, specialmente dopo che le mie dimostrazioni l’avranno convinto, se lo convinceranno.

    Così mi scriveva il Presidente.
    Roma, 11 luglio 1996
    Caro dott. Ceri,
    ricevo l’estratto della pubblicazione trimestrale del Centro Italiano di Astrologia con il testo da Lei redatto su “Dante, Cartesio e io astrologo” e La ringrazio. Il programma delle letture del prossimo anno accademico è già stato chiuso. Vedremo con il prof. Vallone per l’altro. Con viva cordialità e rallegramenti per il Suo interessante lavoro.
    F.to Giulio Andreotti.
    Non bisogna pensare che, perché Dante si immagina condannati all’Inferno Paolo e Francesca da Rimini per l’episodio amoroso, cruento e peccaminoso di cui furono protagonisti (Inf., V, 73-142), lo stesso Poeta fosse contrario al divorzio. Non potrebbe esserlo: anche perché gli farebbe subito da contraltare quello di Cunizza da Romano, propedeutico all’infedeltà coniugale, ma in cui la stessa Cunizza viene messa dal Poeta nel cielo di Venere, in Paradiso (Par., IX, 13 – 36). Dunque le cose in Dante si intuisce che si presentino in maniera assai più complessa di come ordinariamente può sembrare. E così risulterà.
    In base alle mie ricerche la messa a punto del vivere più profondo di Dante, e perciò inerente sopratutto il ruolo che in lui stesso hanno avuto gli innamoramenti e la vita religiosa, per poter venire raggiunta avrebbe bisogno che gli esegeti arrivassero a padroneggiare a monte le scienze medievali di più alto rango, poiché è in quelle che viene più profondamente affrontato il problema dell’amore, e poi perché è stato proprio utilizzando queste stesse scienze più alte che lui è riuscito, prima a strutturare scientificamente questo suo sentire, e poi a sapientemente nasconderlo. Ma si tratta di un padroneggiamento di cui gli esegeti non hanno quasi mai supposta la necessità, e dunque si potrà immaginare quali possano essere state le conseguenze negative sotto il profilo di FILOLOGIA DANTESCA, o della ERMENEUTICA DANTESCA, ovviamente se io avessi ragione. Di questa affermazione me ne assumo la piena responsabilità e sono perciò in attesa che qualcuno, dopo avermi letto, si impegni a darmi torto: gliene sarei grato in anticipo, anzi chiedendogli di affrettarsi a farlo.

    Parte terza

    Dante, attraverso il ricorso alla nona scienza medievale, cioè alla “Filosofia pitagorica e Morale Filosofia” (Convivio, II, II, 1), arrivando a giustificare una più ampia libertà di comportamento, non esclude di potere andare incontro ad divorzio e all’approvazione dell’aborto, prima di venire incoronato re della propria anima (Pur., XXVII, 139-142).

    Ed è a questo percorso dantesco che volevo giungere per affrontarlo, questa volta, sotto il profilo rigorosamente scientifico-medievale. Tale percorso metterà in risalto il rapporto DANTE-TENTAZIONE-LIBERTA’-PECCATO e, da qui, sarà agevole anche mettere meglio a fuoco gli attuali problemi ontologico-culturali del DIVORZIO CONIUGALE e, volendo, dell’ABORTO. Sarà il passaggio dalla tentazione al peccato ad esigere la libertà. In Dante il valore assoluto non sembra essere, come per i cattolici contemporanei, la vita, ma la libertà e l’amore. Infatti per salvare la libertà e far trionfare l’amore lui sembra disposto, al limite, a spendere a far spendere la vita.
    L’avvallo di mons. Bartoletti alla discussione su questo tema e il suo personale orientamento nella direzione già da me indicata, si potrà riscontrare anche nel suo impegno personale a mandare in scena, alla IX FESTA DEL TEATRO A SAN MINIATO (Istituto del Dramma Popolare), la prima assoluta in Italia dell’opera di GRAHAM GREENE, Il potere e la gloria, con regia di LUIGI SQUARZINA. Andammo insieme a vederla il sabato 20 Agosto del 1955. La tentazione, il peccato e la libertà di scegliere, in quest’opera non mancano, mentre è presente anche un certo eroismo: quasi un po’ come in Dante, se pensiamo che il suo solitario esilio possa esserselo ‘meritato’ (Convivio, I, III, 4 – 11) per fedeltà a se stesso e alla verità, similmente che in Graham Greene.
    Per arrivare a risolvere scientificamente il problema enunciato, non potremo fare a meno di premettere subito che, nel medioevo di Dante, LE SCIENZE ERANO DIECI (Convivio, II, XIII, 1 – 2) gerarchicamente costituite, e quindi quanti erano i cieli per il Poeta stesso e per la cristianità del suo tempo, oltre che per gli astrologi ebraici in aderenza ai Dieci comandamenti. Dante riconosce poi che ciascuna scienza assomiglia, o è comparabile, ad uno cielo specifico anch’esso gerarchicamente costituito. Le scienze venivano quindi apprezzate in base al senso del cielo che finiva per giustificarne, intelligibilmente, o teologicamente, il grado. Conseguentemente, se in Dante si vorrà sapere di una determinata scienza, e per le più alte non solo per senso ma anche nel merito, si dovrà indagare sul cielo che la comprende, che le “simiglia”, fra i dieci cieli che il Poeta descrive nella Commedia. Comunque minore importanza ontologico-spirituale alle scienze dei cieli più bassi, maggiore importanza a quelle dei cieli più alti.

    Scrive infatti Dante nel Convivio ( II, XIII, 2 – 8):

    “Dico che per cielo io intendo la scienza e per cieli le scienze. … Sì come dunque di sopra narrato, li sette cieli primi a noi sono quelli de li pianeti (Luna per la Gramatica; Mercurio per la Dialettica; Venere per la Rettorica; Sole per l’Arismetrica; Marte per la Musica; Giove per la Geometria; Saturno per l’Astrologia); poi sono due cieli sopra questi, (anch’essi) mobili (l’ottavo cielo delle Stelle Fisse per la Fisica e Metafisica; e il nono cielo Cristallino per la Filosofia pitagorica e Morale Filosofia che è poi anche il cielo su cui intendo io qui cimentarmi poiché sono proprio queste due scienze, analoghe fra loro e al tempo stesso fra loro stesse gerarchizzate, che vengono simboleggiate dalla nostra “donna gentile”di Convivio, II, II, 1. Per esempio la scienza della Filosofia pitagorica sembra in Dante venire emblematicamente incarnata dall’impegno di ricerca del suo maestro VIRGILIO, mentre la Morale Filosofia dall’impegno dell’altro suo maestro che, gerarchicamente, è più elevato, SAN BERNARDO DI CHIARAVALLE) e uno sopra tutti, quieto (il decimo più grande ed ultimo cielo, l’ Empireo, per la sacra Teologia, o Divina Scienza, che per diverse ragioni corrisponde alla sacra Teologia liturgica)”.

    Fatta questa premessa, per sciogliere l’enigma posto dalla “gentile donna” dobbiamo cimentarci nel risolvere il ricordato problema del Convivio ( II, II, 1). Scrive dunque Dante quanto segue.
    “Cominciando dunque, dico che la stella di Venere due fiate rivolta era in quello suo cerchio (moto del pianeta sull’epiciclo, o rivoluzione sinodica: cfr. Paradiso, VIII, 1-3; VIII, 12) che la fa parere serotina e mattutina, secondo diversi tempi (Può intendersi anche che il periodo esatto in cui si alternano le fasi di Venere in rapporto col Sole, per esempio 46°.00’.00’’ di elongazione occidentale, su di nuovo 46°.00’.00’’ di elongazione occidentale, difficilmente potrà avvenire allo scoccare di 584 giorni esatti, cioè quanto è la media del verificarsi di tale fenomeno. Per non aver preso in seria considerazione questo fenomeno i Dantisti hanno commesso il clamoroso errore al riguardo dell’identificazione del senso da attribuire alla “gentile donna”) appresso lo trapassamento (avvenuto nella prima ora notturna liturgica del venerdì 9 giugno 1290) di quella Beatrice beata che vive in cielo con li angeli e in terra con la mia anima, quando quella gentile donna, cui feci menzione ne la fine de la Vita Nuova (XXXV, 1-2), parve primamente, accompagnata d’Amore, a li occhi miei e prese luogo alcuno ne la mia mente”.
    Scrive ancora Dante a chiarimento dell’importantissimo, determinante, ruolo della “gentile donna”:
    “… la donna di cu’io innamorai appresso lo primo amore (Beatrice) fu la bellissima e onestissima figlia de lo Imperadore de lo universo (Gesù Cristo, e perciò corrispondente, appunto, alla “gentile donna giovane e bella molto” della Vita Nuova, XXXV, 2), a la quale (il pagano) Pittagora pose nome Filosofia (Convivio, II, XV, 12), ma che nel medioevo cristiano si era affinata e rinnovata prendendo il nome di Morale Filosofia. Si capirà adesso meglio il motivo per cui Dante ritiene “Maledetti” quanti, per presunzione, non vedono nella spiritualità del mondo classico la via propedeutica alla piena comprensione del messaggio evangelico e al permanere nel tempo della sua ortodossia (Convivio, IV, V, 9).
    Anche in base alle ricordate e semplici parole del Poeta la funzione della “gentile donna” già si presenta subito di estrema importanza per Filologia e critica dantesca. Per questo sarebbe stato logico e naturale che l’appassionato ricercatore, venuto a conoscenza di tale ricordato episodio scientifico, subito si ripromettesse intimamente di analizzarlo a fondo quando avesse avuto del tempo a disposizione. Fenomeno di “ripromessa intima di analisi” che pare non ci sia però mai stato, giustificando il mio sopravvenuto scetticismo circa l’esistenza, in giro, di certe passioni.
    Dunque dobbiamo allora intanto farci la seguente domanda.
    QUANDO, da un punto di vista cronologico, quella gentile donna di cui Dante fece menzione nella fine della Vita Nuova (XXXV, 1-2) apparve primamente al Poeta accompagnata d’Amore?
    Se si tratta del simbolo di una scienza, e non ci possono essere dubbi (Convivio, II, XIII, 2; II, XV, 12; II, II, 1; II, XIV,14)!, saremmo allora in presenza di una “scienza universale dell’anima in generale”, come avrebbe potuto chiamarla EDMUND HUSSERL in La crisi delle scienze europee e la fenomenologia trascendentale, (§ 69 e 71), mentre nella traiettoria di ricerca medievale si trattava, più concretamente, di una scienza abilitante a fare innamorare più profondamente la nostra anima della verità: e saremmo di fronte ad una forma di Mistagogia, prima pagano-classica, e poi, a più alto livello, cristiana. CA Si tratta dell’orologio formato dal moto di VENERE, e non di quello formato dal moto del SOLE. Ma con la stessa precisione con cui noi comunemente sappiamo che si muove il Sole, e per cui da un grado angolare dal Sole stesso occupato sullo Zodiaco dei segni, con minuti e secondi, noi possiamo risalire sempre al giorno e all’ora in cui il fenomeno si dette, ebbene sua propria natura e modo anche Venere ci darà la possibilità, in base al proprio moto, di risalire al giorno e all’ora in cui il fenomeno in questione si dette. Per Venere sarà da considerare il moto in funzione del rilevamento dell’elongazione, cioè della distanza variabile che il pianeta intrattiene in continuazione col Sole. E siamo qui di fronte ad un dato matematico, e spiacevole dirlo, che nei secoli non è mai stato preso in seria considerazione dagli esegeti, forse per un ‘consaputo’ negativo inibente l’indirizzo di ricerca astrologica da loro inavvertitamente appreso nella fase giovanile della loro formazione a causa di una certa cultura. Tale ‘consaputo’, in base alle mie ricerche, risalirebbe al formarsi della mentalità antiscientifica, antinaturalista e antiastrologica del primo Umanesimo degnamente rappresentata da FRANCESCO PETRARCA (Cfr. Epistole: con GIOVANNI DONDI DALL’OROLOGIO) e che è poi il primo momento della “modernità”. Per quanto attiene alla mentalità antiastrologica del primo Umanesimo questa è rimasta nei secoli per una supposta, se pur non dimostrata, convenienza religiosa che la Chiesa post-medievale ha ritenuto di vedere nell’opporsi all’Astrologia.
    I letterati dantisti, anche moderni (Cfr., p.e., GIOVANNI BUTI e RENZO BERTAGNI, Commento astronomico alla DIVINA COMMEDIA, Sandron, Firenze, 1966, pp. 221-222; GRAZIELLA FEDERICI VESCOVINI, Dante e l’astronomia del suo tempo, nella rivista LETTERATURA ITALIANA ANTICA diretta da Antonio Lanza, Moxedano editrice, Roma, anno III, 2002, pp. 291-309), sono convinti che la scienza mai possa servire, con la sua esattezza e il suo specifico senso di oggettività, a tenere in piedi un mondo poetico, a comporre un’autentica poesia e tale atteggiamento si è rafforzato col Romanticismo ottocentesco. Tale atteggiamento sembra essere per loro tanto più vero in Dante, poiché gli avrebbe inibito la piena espressione della sua fertilissima fantasia, “il suo libero volo d’artista”. Ma le cose non stanno affatto così e, da qui, la mia rivoluzione copernicana, su base dimostrativa ed empirica, all’indirizzo del senso attribuito al medioevo nell’età moderna. I letterati dantisti, per pensarla come la pensano, forse non hanno ancora empiricamente ben controllato in cosa consistesse la sintesi teologica del sapere operata dalla mentalità medievale, cioè, in pratica, il Medioevo. Giudichi comunque il lettore dopo avermi letto.
    Orbene, siccome Venere compie teoricamente una Rivoluzione sinodica, che è poi quel moto in cui si rileva l’elongazione, in media ogni 584 giorni, gli esegeti hanno erroneamente pensato che compirà le due rivoluzioni sinodiche indicate dal Poeta in 1168 giorni: 584 + 584 = 1168. Questo numero di giorni noi lo troviamo infatti ripetuto, purtroppo, in tutti i commenti al Convivio (II, II, 1), forse proprio per la poca dimestichezza con l’Astrologia. È ipotizzabile dunque che i commentatori, nel loro commentare, non abbiano rimeditato originalmente la soluzione del problema che esponevano, tanto l’astronomia-astrologia-liturgia pareva loro distante dall’opera letteraria e, per tale ragione, forse si sono limitati a semplicemente ricopiare la sostanza della soluzione del problema da altri precedenti commentatori assai poco esperti. Risulta comunque a me che, in generale, essi hanno proceduto nella seguante maniera: aggiungendo questi 1168 giorni all’ 8- 9 giugno 1290 e così sono arrivati, erroneamente, al 21 agosto 1293 ( fosse stato il 20 agosto, festa di san Bernardo di Chiaravalle, avremmo dovuto meditare più a lungo per afferrare l’errore). Trattandosi del 21 agosto (o dei giorni successivi), di un giorno cioè che, liturgicamente e per altri motivi, ha ben poco significato, il possibile errore di calcolo, avendo presente il modo di procedere di Dante, è apparso, almeno a me, subito da dover essere messo in conto.
    Orbene, per arrivare a risolvere questo qualificantissimo enigma bisognerà invece procedere in tutt’altra maniera. Prima si dovrà controllare quale oggettiva elongazione (distanza angolare di un pianeta dal Sole) aveva Venere al momento della morte di Beatrice. Successivamente bisognerà andare a verificare quando, cioè in quale giorno, tale elongazione si ripeté esattamente per la seconda volta: e quello sarà il giorno e l’ora dell’apparizione della “gentile donna” (Convivio, II, II, 1).
    Essendo il trapassamento di Beatrice avvenuto dopo il tramonto del Sole e nella prima ora notturna, in base al nostro Tempo civile esso si dette alle
    19h.50’ circa del giorno giovedì 8 giugno 1290.

  14. Maria scrive:
    Gennaio 2nd, 2010 alle 18:15

    desiderei ricevere qualche articolo o poesia di Padre Giovanni Vannucci e di Padre Turoldo. Grazie Maria

  15. Giovangualberto Ceri scrive:
    Novembre 16th, 2009 alle 00:17

    Il Sindaco di Firenze professor GIORGIO LA PIRA
    contro gli appalti e a favore della legge sul divorzio.

    Fu da DELIBERA CONSILIARE del 5 ottobre 1964 n. 5555/710/C contro gli APPALTI del Dazio (Imposte di Consumo) a far psichicamente morire il Sindaco di Firenze professor Giorgio La Pira. Fu infatti soprattutto per questa delibera che egli fu costretto, per me, a dare le dimissioni da Sindaco il 14 febbraio 1965: la carica a lui congeniale e che amava più di ogni altra cosa. La morte psichica, cioè la perdita di entusiasmo esistenziale per non trovarsi più alla guida di Firenze, produsse poi lentamente quella materiale avvenuta i 5 novembre 1977 (cfr. DOCUMENTAZIONE di GIOVANGUALBERTO CERI pubblicata nella rivista “Sotto Il Velame” di Torino, dell’Associazione Studi Danteschi e Tradizionali, diretta da Renzo Guerci, n. VI Il Leone Verde Edizioni, Torino, Settembre 2005, pp. 147 -163). Questa è la mia opinione.
    Fino al momento della chiusura della Causa per la Sua beatificazione di questo episodio, purtroppo, non se ne è parlato.
    Io incontrai La Pira a “Note di Cultura” sul finire degli anni ’60 e mi parve assai contrariato, rattristato, del fatto che la sinistra avesse continuato ad insistere tanto su questa sua linea politica contro gli APPALTI del Dazio continuando a portare sempre per vessillo, ancora dopo qualche anno dalle sue dimissioni, proprio il suo nome. L’episodio contribuiva a renderlo inviso, come futuro Sindaco di Firenze, davanti a coloro che avrebbero dovuto caldeggiare, o promuovere di nuovo, la sua candidatura. Di questo “delitto” oggi mi sento anch’io corresponsabile. Vorrei potermi augurare che ne sia valsa la pena, visto che condusse poi all’attuale regime di imposta I.V.A. NON APPALTABILE. Comunque perché ancor oggi tacere se fu questa la situazione che lo fece tanto soffrire? Perché dimenticarsela?
    Doveroso ricordarsi anche che sul finire del dicembre 1970 il professor Giorgio La Pira finalmente si convinse anche ad essere a favore del mantenimento della Legge n. 898 del 1/12/1970 sul divorzio, conseguentemente andando a ritirare la sua precedente firma a favore del Referendum abrogativo.
    Firenze, 8/11/2009
    Giovangualberto Ceri

  16. Giovangualberto Ceri scrive:
    Ottobre 25th, 2009 alle 00:13

    Ho visto diverse volte in vita mia da ventenne padre Maria Turoldo. L’ultima volta Padre Giovanni Vannucci mi invitò a pranzo alle Stinche per potersi intrattanere a scambiare due parole insieme con Turoldo ma, purtroppo, io non accettai. Poco dopo erano morti tutti e due. Al funerale di padre Giovanni Maria Vannucci il Turoldo fece però in tempo a fare un gran bel discorso, autentico, riuscendo a fare un paragonare autentico fra padre Giovanni e lo Starec Zosima dei Fratelli Karamazof. Fu commovente.
    Siccome in questo BLOG si parla anche del Sindaco Giorgio La Pira, aggiungo volentieri quanto segue.
    La tesi di laurea a cui accennerò, in quanto segue, me l’aveva così intotolata il maestro di Turoldo: padre Giovanni, appunto.

    Ecco quanto segue.

    Caro Dottor Sandro Ruotolo,
    mi chiamo Giovangualberto Ceri, ero amico di monsignor ENRICO BARTOLETTI che era, fra le altre cose, anche contro i MALI DI ROMA. Vorrei adesso farle avere il RICORSO, del SINDACO DI FIRENZE PROFESSOR GIORGIO LA PIRA datato 16 Gennaio 1965, avverso l’ANNULLAMENTO del Prefetto della deliberazione consiliare 5 ottobre 1964, n. 5555/710/C, CONTRO GLI APPALTI delle Imposte di Consumo (Dazio) al fine di arrivare ad una classe politica in grado di gestire i servizi pubblici direttamente, e quindi con poco passivo, molta efficienza e contentezza della popolazione sulla scia culturale dell’ING. ENRICO MATTEI. Dalla lettura e meditazione di tale ricorso lei si potrebbe rendere meglio conto della problematicità di quanto lei stesso e il caro dottor Santoro vorreste vedere realizzato nel futuro, insieme a LA PIRA, a MONSIGNOR BARTOLETTI e a MONSIGNOR ALBINO LUCIANI suo braccio destro.
    Questo RICORSO di La Pira contro l’appalto del DAZIO alla Società Trezza, S.p.A. con sede in Verona (ricorso che, a quei tempi, investiva per simpatia anche il Comune di Palermo e tutte le altre società appaltatrici), è stato da me pubblicato sulla rivista ‘SOTTO IL VELAME’ di Torino diretta da Renzo Guerci (n. VI, Settembre 2005, pp. 147- 163 – tel. 011-2264721). Tale rivista l’ho poi inviata anche a Sua Eminenza il CARDINALE JOSÈ SARAIVA MARTINS del Vaticano che l’ha acquisita agli atti rispondendomi con la Sua devotissima del 24 novembre 2007. La Pira non era solo per la pace e a favore dei disoccupati ed emarginati ma anche, ed insieme al Bartoletti, contro quelle situazioni oggettive che possono agevolare le tangenti, la corruzione ed inibire nei politici la volontà di rimboccarsi le maniche per il bene di tutti.
    Le manifestazioni di solidarietà, a mio avviso, servono a ben poco, se addirittura non producono confusione. Chi sa, o ha subito delle pressioni, o magari ha ricevuto per posta una pallottola, parli. Questa è la vera e fruttuosa solidarietà, anche verso di lei. Voglio quindi anch’io un pochino parlare.
    Pensi un po’… Io sono stato laureato in Filosofia all’Università di Firenze con 66 su 110 (sessantasei su centodieci), con una media dei miei esami di 107 su 110 e due lodi e con il parere favorevole alla tesi del Relatore PROFESSOR AMEDEO MARINOTTI. Mi hanno dato il minimo assoluto e relativo mai verificatosi nei secoli a Lettere e Filosofia e perciò si tratta di una votazione del tutto inaccettabile, però il fenomeno è avvenuto nel silenzio generale. Mediti!!!, o meglio, Meditiamo!!!
    Tale umiliante e inammissibile votazione, fino a prova contraria, io ritengo l’abbia potuta “meritare” perché ho difeso fino all’estremo la ricordata delibera di La Pira contro gli appalti e il suo eloquente ed illuminante citato ricorso, datato 16 Gennaio 1965, che poi, col 1° gennaio 1973, con l’aiuto di monsignor Bartoletti e, credo, di Paolo VI, ha partorito l’imposta sulla cessione di beni, I.V.A., NON APPALTABILE, invece della istituenda imposta I.C.O. APPALTABILE. Si veda la riunione dell’ANCI a Viareggio del 1972.
    Concludo, per solidarietà con lei, dicendo che cambiare le cose in Italia è veramente difficile e pericoloso. Pericoloso anche nel senso che può venire lui iscritto, che vorrebbe cambiare in meglio le cose, nel registro delle persone pericolose. Fantastico!!! Per questa ragione io ho deciso da più di quindici anni di occuparmi solo di Dante ma, aimè, quello che ho scoperto su di lui e forse quasi parimenti pericoloso che avere agevolato il varo dell’I.V.A. e impedito quello dell’I.C.O. Anche qui, quando si tratta di modificare lo STATUS QUO, silenzio generale, se non pedate negli stinchi.
    Cordialmente salutando da Firenze il 21 Ottobre 2009,
    Giovangualberto Ceri (cell. 333.396.1191).

  17. Enza Pasquali scrive:
    Aprile 21st, 2009 alle 21:39

    Non è facile commentare questo articolo senza conoscere padre Turoldo. Quante volte ho sentito il suo nome e ringrazio il sig. Patrizio Ciotti per aver proposto questa riflessione.
    Grande insegnamento danno questi padri con la loro saggezza, intelligenza e bontà il quale non è altro che amore per il Signore e di conseguenza amore per i fratelli. Come si fa a non volere il bene dei fratelli se si ama Dio? Che l’amore sia cantato o recitato poco importa, quando l’amore di Dio tocca il cuore, quando vuole che noi ci avviciniamo a Lui, quando (come dice Padre Turoldo) ci graffia dentro, allora scatta quella sete e fame della Sua Parola che è Parola di vita e lì non si può più fare a meno di combattere il male, perché come dice San Paolo: non sono più io che vivo, ma è Cristo che vive in me e Padre Turoldo questo lo sapeva bene ed è riuscito a testimoniarlo continuamente amando la Vergine Maria. Camminando con Dio riusciamo, magari a fatica ad abbracciare la croce, unico mezzo per arrivare a capire le pene e i dolori dei fratelli, ma anche per non finire nella disperazione nel momento della prova, tutti sappiamo bene che la vita di prove ne da tante. La conoscenza della Bibbia, libro più studiato al mondo, il più completo, ci porta a capire come Dio ci ama e vuole farsi conoscere da noi, lì dentro c’è tutto, si capisce quando l’uomo sbaglia e va contro la morale. Ascoltando questi Padri e tutte le persone che si sono donate per soccorrere i più deboli e hanno lottato per il loro bene fisico e spirituale, ci rendiamo conto che è solo con l’umiltà, con il cuore libero da pregiudizi ma soprattutto l’essere liberi dal potere e dal guadagno, che si può mettere in atto quel progetto che Dio sogna per noi.
    Avevo un cugino missionario dell’ordine della Consolata, persona con la gioia nel cuore, vivace e molto intelligente. Fin da piccolo desiderava fare il missionario dopo aver ascoltato una testimonianza a scuola. Ricordo, ero una ragazzina ma gioivo quando lo vedevo e ne ero orgogliosa, lo vedevo con quella tunica nera e la fascia rossa in vita, suonava la chitarra e diceva sempre che l’arte, la musica e la visione del cielo stellato aiutano ad innalzare l’anima a Dio, infatti con la Bibbia sotto braccio col cappello da cow-boy e la chitarra, parti per il Mozambico dove la popolazione lo soprannominò: padre ye-ye. Purtroppo è morto troppo presto aveva solo trent’anni nel 1972. Il giorno del funerale la popolazione volle che si facessero due cerimonie, una musulmana e una cristiana. Ha amato fino a dare la vita come tanti altri missionari per portare soccorso a lebbrosi, affamati, per dare loro un ospedale, case e l’acqua, quella gente era la sua vita non avrebbe voluto fare altro. Mi rendo conto che pure qui si può essere missionari, si vedono tanti bisogni e il volontariato è ben attivo, la prova si ha nei paesi terremotati, come la gente si prodiga per dare soccorso ed è bello vedere tanti fratelli che in un modo o l’altro aiutano. Molti credono che seguire Dio si diventi integralisti, niente di più errato, anzi si è liberi, senza Dio invece rischiamo il libertinaggio. La testimonianza l’abbiamo proprio in Padre Turoldo e tutte le persone consacrate e non che hanno speso una vita per testimoniare che Dio c’è, è amore e solo l’amore crea un mondo migliore. Oggi viviamo in un mondo caotico, isterico, senza sorriso dove ogni tanto fa proprio bene ritirarsi nel deserto per ascoltare la Voce di Dio nel silenzio, per chiedere Sapienza e così capire che solo Lui è l’acqua viva che disseta la nostra arsura, solo Lui dà quella consolazione che tranquillizza e allieta il nostro animo. Ed è ancora Lui che ci spinge a dire: Signore mio Dio fa di me ciò che vuoi, perchè tu mi conosci e solo tu sai di cosa ho bisogno, senza di te sono perso e solo la tua presenza mi da serenità e sicurezza, poi viviamo pure la nostra vita e il nostro lavoro sapendo che Lui ci guida, riusciremo a donarci con amore e tutti sanno quanto bisogno c’è!!
    Per concludere aggiungo che tutti dovremmo leggere la vita dei santi, ma anche le testimonianze di persone che hanno portato al mondo tanto bene e che ora sono sicuramente Santi agli occhi di Dio.
    Padre Turoldo insegnaci a pregare con il Sacro Libro come facevi tu, possiamo imparare anche noi a cantare le lodi, e leggere la Parola con un amore profondo.
    Intercedi perchè i politici si avvicinino all’insegnamento di Gesù, possano così proporre leggi giuste senza discriminare nessuno e imparino a non sentirsi onnipotenti, a tutelare i lavoratori dando prova di sacrificio. Dio ha dato loro il potere, che almeno lo usino per il bene della gente. Mentre gli scienziati studino in favore della vita, per darle dignità e capiscano che oltre certi limiti non è saggio andare.
    Ti chiediamo preghiere per tutta la gente semplice che in questo momento soffre per malattie, per mancanza di lavoro e per la perdita dei propri cari.
    Grazie Padre Turoldo oggi ti conosco un po di più.
    Grazie anche alla redazione di questo blog.
    A tutti offro questa poesia di Padre Turoldo. Ciao Enza

    “Perché anima mia, sei così triste,
    perché sospiri e ti abbatti su me?
    Nel tuo Dio e Signore confida!
    Potrò ancora cantar le sue lodi,
    lui, del mio volto salvezza, mio Dio!”.
    (Padre Turoldo, dalla rielaborazione del Salmo 43

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