AVVISO AI NOSTRI LETTORI

di Rai Vaticano | 18 Aprile, 2013

 

Il blog di Rai Vaticano sospende la sua attività.

Grazie per la vostra partecipazione, a presto!

 

 

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C’è ancora tempo per il premio Giuseppe De Carli

di Rai Vaticano | 13 Aprile, 2013

 

Due le sezioni riservate a giornalisti e laureati-dottori di ricerca
PROROGATO AL PROSSIMO 30 APRILE IL TERMINE PER LA PRESENTAZIONE DEI LAVORI AL PREMIO “GIUSEPPE DE CARLI”

Il Regolamento sul sito dell’Associazione:
www.associazionedecarli.it

È stato prorogato al prossimo 30 aprile il termine ultimo per l’invio dei lavori al Premio “Giuseppe De Carli”, promosso dall’omonima Associazione con l’obiettivo di mantenere vivo l’insegnamento umano e professionale del compianto collega vaticanista. La decisione di posticipare i termini è stata adottata tenendo conto degli impegnativi eventi che si sono susseguiti negli ultimi mesi nella Chiesa: dalla rinuncia al pontificato di Benedetto XVI all’elezione di papa Francesco.

Il Premio “Giuseppe De Carli”, alla prima edizione, è riservato ai giornalisti che operano nell’ambito dell’informazione religiosa nella carta stampata, nell’emittenza radiofonica, televisiva e dei nuovi media oltre che a laureati e dottori di ricerca che hanno discusso una tesi di laurea magistrale o specialistica, licenza o dottorato presso le Università pubbliche, private, pontificie o presso gli Istituti Superiori di Scienze Religiose. L’obiettivo del Premio è, attraverso il ricordo di Giuseppe De Carli responsabile della struttura Rai Vaticano scomparso nel 2010, di sensibilizzare, promuovere e premiare un giornalismo e una ricerca universitaria improntati alla professionalità, serietà, rispetto della deontologia e alla passione per questo particolare tipo di informazione.

L’iniziativa è promossa in collaborazione con il Dipartimento di Comunicazione e Ricerca Sociale della Sapienza Università di Roma, con la Pontificia Università della Santa Croce e con la Pontificia Facoltà Teologica “San Bonaventura”. Gode inoltre del patrocinio di Rai Vaticano, dell’Ordine nazionale dei giornalisti, della Federazione nazionale stampa italiana, dell’Unione cattolica stampa italiana, del Parco nazionale della Pace di Sant’Anna di Stazzema, del Consiglio regionale del Lazio e della Provincia di Roma. A breve saranno resi noti i nomi dei componenti la giuria scelti tra personalità del mondo accademico e del giornalismo.

Queste le categorie e le modalità di partecipazione:

Sezione A – Giornalisti (professionisti, pubblicisti, praticanti o corrispondenti esteri): il Premio sarà attribuito a insindacabile giudizio della Giuria a uno o più operatori dell’informazione che si siano distinti per qualità e professionalità dei loro articoli o servizi apparsi su testate nazionali, internazionali o locali della carta stampata, on-line, di radio e televisione, che abbiano come tema centrale l’informazione religiosa nei suoi diversi aspetti e declinazioni, prodotti dall’1 gennaio 2012 al 30 marzo 2013. La data ultima per la consegna del materiale è il 30 aprile 2013.

Sezione B – Laureati e dottori di ricerca: la Giuria prenderà in esame le tesi inviate dai candidati, discusse negli Anni accademici 2010/2011 e 2011/2012, che abbiano come tema centrale l’informazione religiosa nei suoi diversi aspetti e declinazioni. Anche in questo caso, la data ultima per la consegna degli elaborati è il 30 aprile 2013.

Il Regolamento completo è disponibile sul sito dell’Associazione (www.associazionedecarli.it).
È inoltre possibile seguire le novità attraverso l’account Facebook (http://www.facebook.com/assodecarli) e Twitter (https://twitter.com/assodecarli).

 

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La nuova Civiltà Cattolica, Dio in tutte le cose

di Rai Vaticano | 5 Aprile, 2013

Da Pio IX a Francesco, dal papa che volle “La Civiltà Cattolica” al primo pontefice gesuita. La storia della rivista della Compagnia di Gesù inizia il 6 aprile 1850 e prosegue oggi con nuovo slancio, attraverso un restyling della sua veste grafica e un notevole sviluppo nel mondo sconfinato del digitale. Tante novità che intendono potenziare quello che è l’obiettivo principale, ovvero “cercare e trovare Dio in tutte le cose” come scriveva sant’Ignazio di Loyola. Una mission che il collegio degli scrittori, come si chiama il corpo redazionale, persegue ogni quindici giorni con slancio, puntando a mantenere l’alto ma al contempo accessibile livello culturale della rivista, la più antica d’Italia uscita senza interruzioni e con la particolarità di sottoporre le proprie bozze al vaglio preventivo della Segreteria di Stato della Santa Sede. “La Civiltà Cattolica non è una rivista specializzata – ha spiegato in conferenza stampa monsignor Antoine Camilleri, sotto segretario per i rapporti con gli Stati della Segreteria di Stato – ma è una rivista di cultura. Il suo taglio è specificamente cattolico, nel senso che intende aiutare il lettore a pensare cristianamente la realtà odierna”. Il che significa innanzitutto cimentarsi sui grandi temi e problemi dell’oggi, in campo sociale, politico, economico, morale, scientifico, artistico e religioso. Ma anche cogliere “una delle grandi sfide per la Chiesa che è il ricorso a un linguaggio comprensibile a tutti” ha sottolineato monsignor Claudio Maria Celli, presidente del Pontificio consiglio delle comunicazioni sociali. In altre parole, saper parlare anche il linguaggio della tecnologia: “il problema non è tecnologico ma culturale – ha aggiunto monsignor Celli, il web 2.0 imporrà sempre più interattività e condivisione”.

Civiltà cattolicaDue veri e propri vettori della Civiltà Cattolica che, innanzitutto, “non vuole condividere le proprie riflessioni solamente all’interno del mondo cattolico – ha spiegato il direttore padre Antonio Spadaro – ma con chiunque intenda avere fonti di formazione affidabili, capaci di far pensare e di far maturare il giudizio personale”. Quanto all’interattività, la direzione di p. Spadaro ha segnato senz’altro una marcata attenzione e un intelligente utilizzo delle nuove tecnologie. La consapevolezza, da studioso e attivo frequentatore della rete, sulle potenzialità del web ha orientato le scelte della “nuova” rivista definita dallo stesso Spadaro “una tradizione che si proietta nel futuro”. L’appuntamento fisso, da 163 anni ogni quindici giorni, con fascicoli da oltre cento pagine si arricchisce così di una linea coordinata che include il restyling della testata, la creazione di un marchio, la nuova copertina, le gabbie interne e la possibilità di finire sui tablet. Il ritorno del colore bordeaux in copertina e le mutazioni grafiche dei caratteri per una lettura più riposante si sposano a modifiche inerenti le rubriche, con l’introduzione di un “Focus”, le riflessioni sulla Chiesa al centro della rivista, le rubriche mobili come il “Profilo” e l’”Intervista”. E naturalmente l’apertura alle nuove tecnologie che, oggi, consente con strumenti assolutamente impensabili nel passato, di dare seguito alla richiesta di Pio IX di massima diffusione in tutti i Paesi. “Oggi per noi questo – ha spiegato il direttore Spadaro – ha significato l’approdo sui supporti digitali per rendere la rivista più fruibile da parte di un numero maggiore di persone”.

Il che, tradotto in pratica, significa la disponibilità su tutti i tablet con applicazioni su iPad, iPhone, Android, Kindle Fire e Windows 8. Oltre a questo, La Civiltà Cattolica è già presente sui principali social network,  Twitter e Facebook, con la consapevolezza che oggi la comunicazione si declina sotto forma di testimonianza e condivisione tanto da poter leggere, commentare, condividere gli abstract. Una rilevante novità sta nella collaborazione avviata con Google che consentirà, a breve, di rendere fruibili e scaricabili gratuitamente tutti i fascicoli pubblicati dal 1850 al 2008. Dunque un percorso in perfetta linea con l’incoraggiamento che dette Benedetto XVI nel corso dell’udienza nel 2006 con gli scrittori della rivista: “La Civiltà Cattolica, per essere fedele alla sua natura e al suo compito, non mancherà di rinnovarsi continuamente”. Come fa oggi, non solo per informare e commentare gli eventi ma per cercare di “anticipare tendenze e fenomeni, prevederne l’impatto”, sempre in quella costruttiva tensione tra la propria storia e il futuro, attraverso la lettura dei fatti da parte del collegio degli scrittori composto interamente – come da statuto – da gesuiti. E proprio questa condizione potrebbe far sì che, per la prima volta nella storia della rivista, un papa possa pubblicare un suo intervento: papa Francesco, il primo papa gesuita.

Elisabetta Lo Iacono

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La povertà della Chiesa

di Rai Vaticano | 3 Aprile, 2013

Giorni fa, durante una delle numerose trasmissioni sul nuovo pontificato di Bergoglio, mi ha colpito una frase, tra le tante, una sorta di vox populi nella quale si affermava che finalmente con questo papa argentino: “la Chiesa riconosceva i diritti della modernità”. Un’affermazione forse apparentemente innocua, anzi logica per il mondo in cui viviamo, ma apriva una serie di dubbi. All’inizio del secolo scorso la Chiesa, con papa san Pio X, si trovò ad affrontare l’ideologia del cosidetto “Modernismo”, considerato allora un pericolo per la Chiesa. Secondo i suoi interpreti bisognava rifondare il cattolicesimo dalle radici, sia nella struttura secolare sia nella dottrina, insomma, creare qualcosa più inerente al mutare dei tempi.

Questo ideale di cambiamento trovò il suo trionfo, cinquant’anni dopo, nel Concilio Vaticano II e da allora parole come adeguamento, progresso, aggiornamento, dialogo, accoglienza sono state il cardine di questa nuova concezione di Chiesa, con l’illusione che bisognasse perseguire forme sempre più sciatte dalla liturgia alla dottrina, per non citare l’arte, ricreando un mondo dove la bellezza, sinonimo di ricchezza, fosse bandita in nome della semplicità; non elevando dunque i fedeli verso il bello, ma abbassandolo alla bruttezza.

Oggi, il nuovo papa, il 266° successore di Pietro, sembra aver sposato in pieno questo tipo di atteggiamento per riconoscere i diritti della modernità, abbandonando le secolari tradizioni che hanno forgiato per secoli la Chiesa; ma questo ha un prezzo molto caro. Scriveva Dante che verranno “coloro che questi tempi chiamerà antichi”. Ecco la modernità, l’adesione allo spirito dei tempi, al gusto dei contemporanei, alle mode che passano senza lasciare nulla se non la miseria intellettuale, guardando sempre a un non meglio identificato progresso, fuori da ogni schema predefinito, sottoposto a una corsa dove si corre senza sapere chi guida, verso un traguardo che non si sa dove sia e, come tale, si sposta nel tempo con la medesima velocità. Mentre la Chiesa nella sua dottrina tradizionale nasce, si manifesta e termina nell’eternità.

La differenza non è da poco! Era il mondo per il quale Cristo aveva proibito di pregare. Mi diceva un sant’uomo che bisogna intendersi quando si parla di progresso, almeno com’è inteso oggi. “Prenda ad esempio il tumore – mi diceva – è l’esatto simbolo dell’odierno progresso, dove una cellula senza alcun controllo prolifica, dimostrando così la sua vitalità, ma che ben presto sarà fagocitata da questa enorme disordinata produzione cellulare”. Nel mare del caos del divenire, la Chiesa è il punto fermo, la stabilità dovuta al suo Fondatore e al suo essere nell’immortalità, fuori da ogni disordine del mondo. È il faro per i naviganti nella tempesta della vita che vedono in esso la loro salvezza, nonostante gli scandali e le miserie di alcuni uomini che la governano. Se questo faro, però, non rimane saldo nella roccia di Dio ma tende a venire incontro alle navi che si dibattono nella furia dei mari ecco che nessuno si potrà salvare, tutti affogheranno e la Chiesa avrà perso la sua missione.

Ora questo nuovo papa ha dato certamente una ventata di novità, da quando è apparso alla loggia di san Pietro con l’ormai celebre saluto “buonasera”, fino a rifiutare gli abiti pontificali, l’appartamento, la mozzetta e le scarpe rosse, la croce d’oro, ha tenuto quella di ferro che aveva da cardinale, fino a “tagliare” la liturgia della sua consacrazione e quella del Sabato Santo. Tra le novità liturgiche che hanno colpito di più, troviamo la “benedizione silenziosa” ai giornalisti venuti a Roma per il Conclave, ricevuti il 16 marzo. Per rispetto dei non cattolici e dei non credenti che erano tra loro, non ha dato la benedizione con la formula liturgica, ma li ha benedetti “in silenzio”. Una formula assai curiosa e così anche la recente lavanda dei piedi per il Giovedì Santo, commovente certo. Secondo le norme liturgiche vanno però ammessi unicamente “uomini scelti”, i quali non rappresentano l’umanità in genere, ma gli Apostoli; per questo non sono previste le donne, tanto meno se musulmane.

Un importante giornale americano, il National Post, ha qualificato non senza un pizzico d’ironia, l’elezione di Francesco come “l’ennesima aggiunta al mucchio delle recenti novità e mediocrità cattoliche”, in linea con il mezzo secolo seguìto al Concilio Vaticano II. Anche un importante vaticanista come Sandro Magister, non certo contrario a Bergoglio, ha garbatamente sollevato dubbi già il 19 marzo. “Alcuni gesti di papa Francesco hanno acceso nell’opinione pubblica dentro e fuori il cattolicesimo cattive tentazioni: dalla liquidazione del governo centrale della Chiesa alla scomparsa del titolo di Papa, dall’avvento di una ‘nuova Chiesa’ spirituale all’umiliazione della bellezza che celebra Dio, cioè della simbolica di riti, abiti, arredi, edifici sacri”.

La Chiesa ha certo bisogno di un bagno purificatorio, dopo tante traversie ma attenzione – come recita un celebre adagio – a non gettare, insieme all’acqua sporca, anche il bambino. La funzione del papa, secondo la dottrina, è quella di facitore di ponti (da qui pontefice) tra il cielo e la terra; grazie alla sua funzione unica al mondo di Vicario di Cristo, nella Chiesa ha un potere quasi assoluto ed è importante proprio quel “quasi”. Infatti, è lui che deve proteggere e tramandare fedelmente a chi verrà dopo la dottrina, fino alla fine dei secoli. Cambiare, alterare o peggio deformare è qualcosa che il papa non può e non deve fare, altrimenti viene meno la sua funzione.

Cercare il nuovo, l’anticonformismo per essere applauditi dal mondo, non è certo il compito di un papa, anche perché si potrebbe credere che gli altri 265 papi che l’hanno preceduto, hanno sbagliato tutto e all’allora ciò che da molti è considerato un atto di umiltà si trasforma in un atto di superbia gravissima. Nelle discipline di ogni ordine religioso la virtù più importante era e rimane l’obbedienza da cui poi derivano tutte le altre e non viceversa. Aprire le porte ai poveri è giusto e sacrosanto e la Chiesa l’ha fatto fin dalle sue origini, senza aspettare di certo il Concilio Vaticano II, ma attenzione a un facile pauperismo. Nell’officiare la messa, ad esempio, cosa che sembra del tutto dimenticata, il prete o il vescovo veste paramenti preziosi perché davanti all’altare di Dio non è più un semplice uomo, egli è il Sacerdos, cioè letteralmente colui al quale è affidato l’ufficio del Sacro e, in quanto tale, si stacca dal mondo profano si riveste del sacerdozio regale; non è più lui ma l’Alter Christus, e Cristo stesso. Lo stesso è per gli oggetti liturgici, definiti sacri, proprio perché lontani dalle impurità del mondo.

Abele era gradito a Dio perché offriva le primizie del suo lavoro e non gli avanzi. Le ricchezze di tante chiese, criminalizzate dalla mentalità laicista, non sono il frutto di predazione, ma di offerta che nei secoli il popolo, per amore di Dio, offriva: dal semplice ex voto alle cattedrali gotiche, per mettersi al servizio della chiesa per rendere omaggio a Dio. Tutta la bellezza dell’Occidente è stata costruita con il gusto per la creazione. La Chiesa insieme ai suoi fedeli più devoti, principi, borghesi o contadini: tutti partecipavano all’impresa, tutti volevano fare del loro meglio, chi donando qualcosa chi offrendo il suo lavoro e la sua specializzazione o il suo senso estetico. Tutto Ad maiorem Dei gloriam. A Dio non bisogna dare gli scarti, cose scadenti e brutte da utilizzare nel culto, quando per noi stessi scegliamo sempre il meglio delle nostre possibilità. La Chiesa deve essere semplice, povera in ogni suo gesto, ma mancando di vera cultura diventa solo bruttezza. S’inizia con la “semplicità” – dicevano gli antichi – e si finisce nel silenzio. Così nasce, cresce e muore la teoria della semplicità in nome della sensibilità.

Concludo con un passo del Vangelo, quello che vide Maria Maddalena che non esitò ad ungere la testa del Signore e i piedi con profumi costosissimi. La cosa scandalizzò uno dei discepoli che si rivolse a Cristo: “Perché quest’olio profumato non si è venduto per trecento denari per poi darli ai poveri?”. Gesù allora disse: “Lasciala fare, perché lo conservi per il giorno della mia sepoltura. I poveri, infatti, li avete sempre con voi, ma non sempre avete me”. Quell’apostolo si chiamava Giuda Iscariota.

Antonello Cannarozzo

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Le sfide di Francesco

di Rai Vaticano | 2 Aprile, 2013

Papa Francesco sta lanciando una sfida impegnativa e addirittura potenzialmente insidiosa, una sfida che si gioca oggi sulla sua persona e che potrebbe avere ripercussioni sulla Chiesa di domani. Il suo stile pastorale, l’approccio naturale e amichevole con le folle, i suoi messaggi semplici ma dirompenti, le tante e diversificate aspettative della gente ne stanno facendo un punto di riferimento per credenti e non, caricando il suo pontificato di enormi attese.   

Questi primi venti giorni si sono svolti alla luce di un crescente affetto da parte del popolo che ha visto nel papa argentino un volto della Chiesa umano, umile e attento agli ultimi. La perfetta incarnazione, insomma, dello stile evangelico dove il richiamo ai poveri, il sollecito a guardare alle periferie geografiche e spirituali, l’attenzione al creato, la costruzione della pace, non rappresentano solo degli insegnamenti teorici ma trovano la prima e diretta attuazione proprio da parte del pontefice.

Gli strappi alla consuetudine sono stati numerosi: il rifiuto di quei paramenti ritenuti troppo sfarzosi o eccentrici – dalla mantellina bordata in ermellino alle scarpe rosse -, la scelta di rimanere a Santa Marta piuttosto che trasferirsi nell’ampio appartamento apostolico, la decisione di mantenere la croce pettorale che portava da vescovo, la scelta dell’anello del pescatore in argento e non in oro, la volontà di muoversi con una semplice auto dei gendarmi piuttosto che con quella di rappresentanza.

E poi i numerosi fuori programma tutti mirati a instaurare un rapporto diretto con la gente: niente di inventato, solo il trasferimento del suo stile pastorale da Buenos Aires a Città del Vaticano. E così lo abbiamo visto uscire dalla parrocchia di Sant’Anna e attendere all’esterno i fedeli per salutarli uno ad uno, fare continui bagni di folla con santa pace del servizio di sicurezza, compiere ripetuti giri della piazza sulla jeep soffermandosi con la gente, in un vero e proprio scambio di sguardi, di saluti, di affetto.

Così il popolo di Dio e non solo si è incendiato di una nuova passione, tanto più forte quanto più maturata in un contesto sociale che sta vedendo il progressivo svilimento di figure che sappiano incarnare e testimoniare credibilità e aspettative alte per il futuro. Dinanzi alla crisi generale che stiamo vivendo – economica, politica, valoriale – papa Francesco ha restituito un’immagine di credibilità e di speranza. E non è poco, anzi è proprio tanto. Ma basta? Come può evolversi questo rapporto? I detrattori e gli agnostici utilizzano spesso l’espressione “luna di miele”, al termine della quale potrebbe dissolversi la bolla di questa sinergia affettiva.

Non credo, personalmente, in queste valutazioni a orologeria ma penso piuttosto a una sfida molto impegnativa di cui papa Francesco si è caricato e che potrà avere forti ripercussioni, in positivo o negativo, non solo sulla sua persona ma anche sulla Chiesa di domani. In questi venti giorni abbiamo sentito le numerose testimonianze raccolte tra la gente che ci parlano di questa rinnovata attenzione alla Chiesa, di non praticanti e persino di non credenti richiamati lì dal messaggio di Francesco. Un fatto assolutamente positivo ma, con Piazza San Pietro e via della Conciliazione sempre pienissime, la posta in gioco si alza notevolmente per far sì che il rapporto tra la folla e papa Francesco non rimanga fine alle emozioni del momento, alla commozione dinanzi al suo spontaneo amore per gli ultimi, a quella tenerezza che arriva anche ai cuori più aridi, persino a quella simpatia manifestata a ogni saluto e augurio di buon pranzo o di buona giornata.

Questa empatia dovrà essere il trampolino di lancio di un rapporto più profondo che dovrà vedere i nuovi estimatori di Francesco impegnati in un serio percorso di conoscenza e di avvicinamento alla Chiesa, attraverso il quale entrare a diretto contatto con l’essenza di quanto proclama il papa argentino. Rimanere alla superficie delle sue parole e dei suoi gesti porterà rovinosamente fuori strada, come accaduto con i giudizi o meglio i pregiudizi su papa Ratzinger. Ricordate, un esempio su tutti, la campagna contro le scarpe rosse di Prada che poi, in realtà, erano realizzate da un artigiano del nord Italia? Gli habitué dell’immagine rappresentano una delle maggiori insidie, anche per un pontefice, per quelle chiavi di lettura distorte che riescono sempre a trovare grande eco, soprattutto nelle reti dei creduloni. Fermarsi alle apparenze significa mettersi nelle mani della superficialità e di svarioni che risulteranno nuocere non solo al destinatario ma anche a chi vi riporrà qualche attenzione e credito.

Papa Francesco ha sulle spalle le attese di un mondo in gran parte deluso che vede in quest’uomo spontaneo, dall’andatura un po’ ondeggiante e dal sorriso sincero, un vero e proprio superman capace di riscattarlo dalle ingiustizie e dalle difficoltà. Una sfida che lo attende starà proprio nel prendere consapevolezza delle alte e diffuse aspettative che potrebbero infrangersi in qualche incapacità a realizzare quanto atteso, anche se non per limiti personali o mancanza di volontà. Allora la vera empatia potrà realizzarsi lasciandosi accompagnare su pascoli più lontani, oltre le eco del momento. Solo in questo modo potrà avvenire la reale saldatura tra il messaggio di papa Francesco e le attese di un gregge spesso disordinato ma che sia disposto a incamminarsi sui pascoli della Chiesa.

Elisabetta Lo Iacono

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Dentro la Sindone

di Rai Vaticano | 30 Marzo, 2013

La Pasqua 2013 porta con sé una novità che stiamo vivendo con grande gioia, l’avvio del ministero petrino di Papa Francesco. Le sue prime parole, i suoi primi gesti sono stati per tutti come un raggio di luce che squarcia le tenebre ed  hanno aperto i cuori di tanti fedeli, giovani ed anziani .Possiamo ben dire che Papa Francesco, come afferma l’Arcivescovo di Torino Cesare Nosiglia nel suo messaggio Pasquale, “è un segno  di risurrezione che il Signore Vivente nella sua Chiesa ha suscitato per ridare forza e coraggio di speranza al suo popolo ed all’umanità intera”.

Questa Pasqua  ha portato anche un’altra grande novità: l’ostensione televisiva della Sindone nella Cattedrale di Torino, evento di grande impatto mediatico a livello mondiale che Rai Uno ha magistralmente presentato sullo schermo venerdì nello “Speciale Venerdì Santo – Sindone mistero svelato?”, e sabato in “Sindone, i segni della Passione”. Milioni di persone hanno potuto vedere in tv la Sindone che ci rivela la sofferenza del Cristo ma anche la sua fede nel potente amore del Padre che lo fa risorgere dalla  morte.

Nel 1878 fu ritrovata nel villaggio palestinese di an-Nastra, l’antica Nazareth di Galilea, una lapide frammentaria risalente alla  prima metà del I secolo. L’epigrafe conteneva l’estratto di un documento molto più lungo inviato dall’imperatore Claudio (44-51 d.C.) a un funzionario locale. Era scritto in greco, la lingua universale dell’impero di Roma. In esso l’imperatore ordinava che contro i colpevoli di violazione dei sepolcri venisse istituito un processo a titolo di offesa religiosa. Si trattava di un fatto nuovo ed inaudito, in quanto secondo il diritto romano la violazione di un sepolcro rientrava nella sfera del diritto privato, ed i colpevoli erano passibili di una semplice multa, mentre la decisione imperiale lo rendeva colpa gravissima, punibile con la morte. Sembra che proprio la sparizione di una salma da un sepolcro di Nazareth presso Gerusalemme, trovato misteriosamente vuoto, e i disordini popolari che ne seguirono, avessero determinato un simile editto.

I tre vangeli di Matteo, Marco e Luca composti tra il 60 e l’80 circa ricordano che il Cristo era stato sepolto “dentro una sindone di lino, un telo abbastanza capiente da poterci avvolgere la salma”. Il vangelo di Giovanni dedica ai lini funebri di Gesù una attenzione maggiore degli altri e narra che: ”…più tardi alcune donne andate alla tomba per farvi il lamento consueto la trovarono vuota. La pesantissima pietra messa all’ingresso era stata rotolata via. Così erano corse ad avvisare gli altri discepoli… Arrivò anche Simon Pietro ed entrò nel sepolcro; vide le bende che giacevano distese ed il sudario che era sopra il capo, esso non stava assieme alle bende ma a parte ripiegato in un angolo. Allora entrò anche l’altro discepolo che era arrivato per primo al sepolcro vide e  credette. Non avevano infatti ancora capito la Scrittura: che egli doveva resuscitare dai morti”.

L’uomo di cui resta da duemila anni l’immagine sulla Sindone di Torino era indubbiamente giovane e forte, senz’altro meno che quarantenne. In questi ultimi anni si è scoperto che l’immagine che si è formata dopo le colate di sangue, ed il sangue già presente sul telo, l’ha come schermata, cosicché sotto le macchie ematiche il lino non ne reca traccia. La ricerca più avanzata presuppone l’effetto di una radiazione molto potente capace di impressionare il tessuto ed ossidare le sue fibre senza però  bruciarle e spiega il  fatto che l’intensità dell’immagine deriva dalla distanza rispetto al corpo che vi fu accolto.

Sul lino della Sindone sono state trovate tracce di terriccio presso i talloni tipiche di un soggetto che abbia camminato scalzo, e presso il ginocchio destro, dove compare una vistosa tumefazione come se l’individuo fosse caduto battendolo violentemente a terra. Lo stesso terriccio si trova sopra la punta del naso, dal che si è dedotto che il suppliziato dovette cadere a terra senza potersi riparare la faccia con le mani. Sin dal medio evo nella Settimana Santa veniva ricordato che Gesù cadde a terra sotto il peso della croce per ben tre volte.

Nel Medioevo si capì che quell’individuo era rimasto dentro la sindone solo per un tempo preciso, non più di tre-quattro giorni, infatti l’impronta si era creata prima che si sciogliesse il rigor mortis, prima che cominciasse la naturale dissoluzione delle carni. Resta il fatto che sino ad oggi nessuno scienziato  è riuscito a riprodurre un oggetto con le stesse caratteristiche proprie della Sindone.

Giancarlo Cocco

           

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Vivere con Passione

di Rai Vaticano | 28 Marzo, 2013

VIVERE CON PASSIONE
29 MARZO 2013 – RAI UNO, ALLE ORE 22,40

di DANIELA SODANO, FILIPPO DI GIACOMO, MARCO SIMEON
MONTAGGIO MASSIMILIANO D’OTTAVI

Il Venerdì Santo, dal quarto secolo fino ad oggi, da quasi due millenni,  l’intera Italia parla una sola lingua, quella dei simboli. Dopo la veglia davanti ai “Sepolcri”, durante la notte del Giovedì Santo, allestiti in ogni chiesa della Penisola, sin dall’alba del giorno dopo, diecimila processioni del Cristo Morto (la Repubblica Italiana conta 8.092 comuni) iniziano a per-correre, quasi in simultanea, le strade di tutte le nostre comunità locali. Milioni di italiani vestono, quel giorno, gli abiti antichi di confraternite e associazioni che continuano, dopo secoli e secoli, a tessere le trame di quel welfare di base che nel nostro Paese supplisce ancora, ed egregiamente, a tutte le debolezze del nostro sistema sociale pubblico. Nello speciale – realizzato in collaborazione tra Tg Uno, Rai Vaticano e Tgr – che sarà trasmesso da Rai Uno venerdì 29 marzo, dopo la Via Crucis al Colosseo, saranno presentate alcune parti, scelte tra quelle più significative, di questa speciale grammatica della nostra identità italiana.

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Francesco e Benedetto: siamo fratelli

di Rai Vaticano | 23 Marzo, 2013

I due papi, il vescovo emerito di Roma e quello regnante, Joseph Ratzinger e Jorge Mario Bergoglio, fianco a fianco inginocchiati in preghiera nella cappella del Palazzo apostolico di Castel Gandolfo. Sarà questa una delle immagini che passerà alla storia dello straordinario incontro tra due papi. Un avvenimento che non ha precedenti: il vescovo di Roma emerito che riceve in visita il papa regnante in quella che, tradizionalmente, è la residenza estiva dei pontefici, utilizzata da Ratzinger in attesa del completamento dei lavori nella sua nuova dimora in Vaticano.

Entrambi con la talare bianca anche se Ratzinger senza fascia e mantelletta, entrambi con lo zucchetto bianco, entrambi con scarpe scure dopo che Benedetto ha dismesso quelle rosse simbolo del sacrificio dei martiri e che Francesco non le ha calzate in linea con il suo stile di massima sobrietà. Papa Bergoglio è arrivato all’eliporto di Castel Gandolfo poco dopo mezzogiorno, ad attenderlo c’era Benedetto XVI con un giubbetto trapuntato e il bastone che sembra ormai accompagnare ogni suo incerto passo. Un intenso abbraccio ha segnato il primo momento di questo storico incontro. Poi il trasferimento nel Palazzo apostolico a bordo della stessa auto e la preghiera nella cappella, prima dell’incontro privato – presumibilmente anche sui temi e problemi della curia – e quindi il pranzo.

Il primo a entrare nella cappella Francesco e subito dietro Joseph Ratzinger che ha insistito non poco perché il papa prendesse posto all’inginocchiatoio riservatogli ma papa Bergoglio ha risposto “siamo fratelli” ed ha delicatamente accompagnato il suo predecessore nel banco dove si sono inginocchiati assieme, fianco a fianco. Un’immagine diffusa attraverso le telecamere del Centro televisivo vaticano, con riprese di grandissima suggestione: due vicari di Cristo assieme, inginocchiati in preghiera. Rimarrà forse questa l’immagine che darà concretezza e risposta definitiva ai tanti commenti sul rivoluzionario gesto di papa Ratzinger di rinuncia al pontificato, a quell’atto di grande amore per la sua Chiesa, alla volontà di lasciare il soglio di Pietro a un pontefice con maggior vigore umano e spirituale.

Dopo i momenti di generale sorpresa e sgomento ma anche di incomprensione e disaccordo da parte di molti, questa immagine scioglie all’improvviso ogni eventuale nodo interpretativo e rende assolutamente chiaro un percorso che sembra disegnato in ogni minimo dettaglio da una mano sapiente. “In tutto quanto è accaduto – aveva detto papa Francesco sabato scorso, durante l’incontro con gli operatori dei media – il protagonista è, in ultima analisi, lo Spirito Santo. Egli ha ispirato la decisione di Benedetto XVI per il bene della Chiesa; Egli ha indirizzato nella preghiera e nell’elezione i cardinali. É importante, cari amici, tenere in debito conto questo orizzonte interpretativo, questa ermeneutica, per mettere a fuoco il cuore degli eventi di questi giorni”.

Oggi tutto appare ancora più chiaro, soprattutto a chi non si era affidato docilmente agli avvenimenti, e quell’incontro tra i due papi non può apparire come un’anomalia ma come una straordinaria ricchezza della e per la Chiesa. Una Chiesa che con la sua storia bi-millenaria appare estremamente vitale, capace di rinnovarsi e persino provocatoria verso ogni preconcetto e pregiudizio. Quelle immagini hanno dato anche dimostrazione del trait d’union tra i due pontificati, della volontà di papa Francesco di mettersi sul cammino spirituale del suo predecessore. Un messaggio che, è auspicabile, risuoni forte alle orecchie di quanti continuano a tracciare assurdi confronti tra i due pontefici, tra due profili caratteriali completamente differenti e sui quali non può certo essere basato il giudizio di un pontificato ma solo, eventualmente, una simpatia tutta personale.

Le parole di papa Francesco parlano chiaro e quei continui riferimenti al suo predecessore non possono essere scambiati per un atto dovuto ma per il sincero apprezzamento e la volontà di porsi sulla scia di quel pontificato così coraggioso, difficile, non ostentato ma assolutamente fondamentale per la chiesa intesa come istituzione ma soprattutto come comunità di credenti. Francesco aveva rivolto a papa Benedetto le prime parole dopo l’elezione, salutando i fedeli dalla loggia delle benedizioni: “prima di tutto, vorrei fare una preghiera per il nostro vescovo emerito, Benedetto XVI. Preghiamo tutti insieme per lui, perché il Signore lo benedica e la Madonna lo custodisca”.

Ed ancora nell’incontro con i cardinali, due giorni dopo l’elezione: “un pensiero colmo di grande affetto e di profonda gratitudine rivolgo al mio venerato predecessore Benedetto XVI, che in questi anni di pontificato ha arricchito e rinvigorito la Chiesa con il suo magistero, la sua bontà, la sua guida, la sua fede, la sua umiltà e la sua mitezza. Rimarranno un patrimonio spirituale per tutti! Il ministero petrino, vissuto con totale dedizione, ha avuto in lui un interprete sapiente e umile”.

L’umiltà, uno dei valori cui ha ripetutamente dimostrato di ispirarsi papa Bergoglio, adottando innanzitutto il nome di Francesco di Assisi, il santo della pace, del dialogo, dell’amore per il creato, della dignità per ogni persona e, appunto, dell’umiltà. Quell’umiltà che Francesco riconosce in papa Benedetto tanto da pensare a lui quando vede l’icona della Madonna dell’umiltà che gli dona in questo primo incontro, come gesto di riconoscenza sottolineando come “in questi anni ci ha dato tanti segni di umiltà e di tenerezza”.

Elisabetta Lo Iacono

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Jorge, sono Gonzalo!

di Rai Vaticano | 21 Marzo, 2013

“Jorge, sono Gonzalo!” e papa Francesco chiamò a sé quel giovane sacerdote uruguayano, dimostrando tutta la sua umanità e imprevedibilità. Padre Gonzalo Aemilius ama ripercorrere quegli istanti indimenticabili di domenica mattina, quasi cadenzandoli per condividere un’emozione forte, quando il papa lo ha riconosciuto tra la folla presente in via di Porta Angelica, lo ha chiamato ad assistere alla messa per poi presentarlo ai fedeli presenti nella piccola chiesa di Sant’Anna in Vaticano.

Un’emozione che lo ha ripagato del sacrificio di quel viaggio lungo e costoso, sostenuto dalla famiglia per dargli la possibilità di essere a Roma in occasione dell’inizio del pontificato di papa Bergoglio, amico e modello evangelico per questo giovane sacerdote di trincea. Un rapporto nato e tessuto sull’impegno comune a favore dei più poveri, in un territorio di frontiera sul quale l’ex arcivescovo di Buenos Aires era impegnato attivamente. Lo stesso questo giovane sacerdote che deve la sua maturazione vocazionale proprio all’attuale papa e al suo impegno per coloro che la società classifica come “ultimi”.

Anche padre Gonzalo condivide lo stesso amore e impegno per i meno fortunati, tanto da dirigere una scuola secondaria a Montevideo – il liceo Jubilar Juan Pablo II – dove confluiscono i ragazzi più poveri, strappati alla strada e a una vita senza speranza. Il cardinale Bergoglio viene a conoscenza di questa realtà e otto anni fa contatta direttamente Gonzalo che, nonostante la giovane età, si era fatto carico di questo gravoso impegno. Padre Gonzalo ricorda ancora sorridendo l’incredulità per quella prima telefonata del cardinale che non aveva mai conosciuto personalmente ma che seguiva con attenzione e stima, attratto da quelle omelie e da quel “cuore molto sensibile per la gente povera e in difficoltà”.

Padre Gonzalo, nacque da quella telefonata questo rapporto di amicizia e stima con l’allora cardinale Bergoglio?

Sì, fu lui stesso a interessarsi all’opera che stavo seguendo e mi telefonò. Io avevo una forte ammirazione per lui, seppur non lo conoscessi personalmente. Quella telefonata fu assolutamente inattesa tanto che pensai subito a uno scherzo dei miei amici che sapevano bene quanto ammirassi l’arcivescovo e il suo impegno sociale. Ebbi così modo di conoscerlo e di parlarci, prima confrontandomi sulla mia opera per poi giungere agli aspetti più personali della mia vita e della mia vocazione. Parlare con lui è una cosa straordinaria e così ne è nato un rapporto molto profondo”.

Domenica abbiamo assistito a questo incontro inatteso. Cosa è accaduto con precisione?

“Ci sono delle cose che si fanno esclusivamente per amicizia, senza che l’altro ne sia a conoscenza e proprio questo è il bello della vita: fare qualcosa per gli altri senza che gli altri lo sappiano. Ho sentito forte questo desiderio di essere presente, anche senza incontrarlo ma per la stima e riconoscenza per quella luce che ha portato nella mia vita. In realtà sono arrivato a Roma e non speravo di parlarci, quello non è più il cardinale ma è il papa! Così mi sono messo assieme ai fedeli davanti all’ingresso di Porta Sant’Anna e ad un certo punto, quando era più vicino alle transenne ho gridato ‘Jorge, sono Gonzalo!’. Mi è venuto fuori spontaneamente il suo nome di battesimo, Francesco per me era ancora un nome troppo nuovo. Mi ha sentito e mi ha detto sorpreso: ‘Ma cosa ci fai tu qui? Vieni, vieni qua’. Ha dunque chiesto ai gendarmi di farmi entrare e così ho potuto salutarlo e partecipare alla celebrazione eucaristica al termine della quale, inaspettatamente, ha presentato la mia missione”.

Che Chiesa potremo aspettarci con papa Francesco?

In questa settimana ha già dimostrato chiaramente la sua natura, il suo cuore e la sua sensibilità molto marcata in particolare per le persone in difficoltà. Il lungo giro in piazza San Pietro prima della messa di inizio del pontificato ha mostrato la sua attenzione verso la gente e il suo forte desiderio di contatto diretto con tutti. Questo soffermarsi con lo sguardo sulle singole persone, il saluto e la voglia di condivisione, dimostrano una grande attenzione per l’uomo. E da tutto questo possiamo dedurre che tipo di pontificato sarà quello di papa Francesco, un pontificato attento e vicino all’uomo. Credo che man mano ne potremo leggere distintamente i segni. Papa Bergoglio è innanzitutto un padre, per ognuno, e come tale sente la necessità di andare incontro ai propri figli, di abbracciarli, di rassicurarli, di far sentire la sua continua e affettuosa presenza. Non può stare lontano dalla gente, non sarebbe quel padre affettuoso e attento a ogni persona, come ha sempre dimostrato di essere.

Incontrerà di nuovo il papa prima del suo rientro in Uruguay?

Non lo so, ha molte cose da fare, adesso non è più l’arcivescovo di Buenos Aires, adesso è il papa di tutti e direi anche che è un grande dono per il mondo intero. In ogni modo parto molto felice, quando l’ho visto assieme ai rappresentanti di tutte le religioni, lui che è sempre stato molto attento al dialogo interreligioso, ho avuto la conferma che questo è il posto dove deve stare per offrire il suo contributo all’umanità. Da parte mia non posso fare altro che pregare perché stia bene e possa lavorare per il bene di ogni uomo. Il papa sa che il mio cuore è con lui e che io porto nel mio cuore le cose che gli stanno a cuore.

Cosa lascia a Roma dopo l’emozionante esperienza di questi giorni?

Qui rimane sempre presente la mia amicizia, la mia fedeltà, la mia preghiera e tutto il mio amore per papa Francesco, perché possa dare tutto quello che sa e che può al mondo. E mi raccomando – conclude sorridendo – te lo affido, stagli vicino e proteggilo!

Elisabetta Lo Iacono
 

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Il cantico di Francesco

di Rai Vaticano | 19 Marzo, 2013

È un cantico delle creature l’omelia di papa Francesco per l’inizio del ministero petrino, un inno all’amore per il creato e gli uomini. Un cantico che non conosce tempo, come l’amore, l’umiltà, la fedeltà, la premura, ma solo declinazioni temporali. E adesso è il tempo di richiamare l’attenzione verso valori dai quali non si può prescindere, valori non negoziabili. Lo ricorda il nuovo vescovo di Roma nella solennità di san Giuseppe, in una ricorrenza ricca di significato per il nuovo papa. Proprio nel suo stemma, assieme all’emblema dei gesuiti e alla stella che nell’araldica simboleggia la Vergine Maria, si trova il fiore di nardo che rimanda a san Giuseppe, patrono della Chiesa universale. Con un pensiero, ancora una volta, a Benedetto XVI: “è anche l’onomastico del mio venerato predecessore – ha ricordato papa Francesco – gli siamo vicini con la preghiera, piena di affetto e di riconoscenza”.

Papa Bergoglio è arrivato sul sagrato per l’inizio della messa dopo un lungo giro nella piazza a bordo di una jeep dalla quale ha salutato i fedeli, prendendo in braccio qualche bambino e fermandosi a lungo per salutare e baciare un portatore di handicap. Poi l’ingresso in basilica e la sosta davanti alla tomba di san Pietro dalla quale è partita la processione accompagnata dal canto delle “Laudes Regiae” con i patriarchi delle Chiese orientali cattoliche, i cardinali, sino alla piazza in un collegamento simbolico tra il luogo di sepoltura di Pietro e quello del suo martirio. Nella piazza il papa ha ricevuto il pallio, simbolo del vescovo come pastore, e l’anello del pescatore raffigurante san Pietro con le chiavi, cui è seguito l’atto della promessa di obbedienza da parte dei cardinali. Un atto di riverenza al papa che da oggi inizia ufficialmente il suo servizio alla Chiesa, ricordando quella missione che Dio ha affidato a Giuseppe, ovvero di essere custode di Maria e Gesù. “Come esercita Giuseppe questa custodia? Con discrezione, con umiltà, nel silenzio, ma con una presenza costante e una fedeltà totale, anche quando non comprende” ha sottolineato il papa.

Un esempio di attenzione agli avvenimenti, di disponibilità, di incondizionato affidamento alla volontà di Dio. “In lui cari amici – ha aggiunto papa Francesco – vediamo come si risponde alla vocazione di Dio, con disponibilità, con prontezza, ma vediamo anche qual è il centro della vocazione cristiana: Cristo! Custodiamo Cristo nella nostra vita, per custodire gli altri, per custodire il creato”. Un tema ricorrente quello del creato, in perfetto stile francescano: “è il custodire l’intero creato, la bellezza del creato, come ci viene detto nel Libro della Genesi e come ci ha mostrato san Francesco d’Assisi: è l’avere rispetto per ogni creatura di Dio e per l’ambiente in cui viviamo. E’ il custodire la gente, l’aver cura di tutti, di ogni persona, con amore, specialmente dei bambini, dei vecchi, di coloro che sono più fragili e che spesso sono nella periferia del nostro cuore”.

Come Dio ha incaricato Giuseppe di farsi custode della propria famiglia, così papa Francesco in questo avvio di pontificato richiama tutti a un senso di responsabilità per essere custodi dei doni di Dio. Lo fa espressamente con coloro che rivestono incarichi di responsabilità nei settori politico, economico, sociale – provenienti da tutto il mondo e presenti sul sagrato – dai quali dipendono spesso le sorti di intere popolazioni: “siamo custodi della creazione, del disegno di Dio iscritto nella natura, custodi dell’altro, dell’ambiente; non lasciamo che segni di distruzione e di morte accompagnino il cammino di questo nostro mondo”. Un impegno che parte innanzitutto dall’amore e dalla responsabilità verso se stessi, sottolineando come “l’odio, l’invidia, la superbia sporcano la vita. Custodire vuol dire allora vigilare sui nostri sentimenti, sul nostro cuore, perché è da lì che escono le intenzioni buone e cattive: quelle che costruiscono e quelle che distruggono. Non dobbiamo avere paura della bontà, anzi neanche della tenerezza”.

Farsi custodi e promotori di bontà e tenerezza rappresenta quindi un nuovo approccio al mondo, non come elemento di debolezza ma di reale forza, la forza dell’amore verso se stessi e gli altri. Presupposto anche per generare speranza in noi e negli altri, per “aprire uno squarcio di luce in mezzo a tante nubi”. A questo compito di amore richiama papa Francesco nel giorno di inizio del suo ministero petrino inteso non come potere ma come servizio e “anche il papa – precisa – per esercitare il potere deve entrare sempre più in quel servizio che ha il suo vertice luminoso sulla croce; deve guardare al servizio umile, concreto, ricco di fede, di san Giuseppe e come lui aprire le braccia per custodire tutto il popolo di Dio e accogliere con affetto e tenerezza l’intera umanità, specie i più poveri, i più deboli, i più piccoli”.

Elisabetta Lo Iacono  

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