Caso Boffo: nota della Segreteria di Stato vaticana
di Rai Vaticano | 9 Febbraio, 2010
“Dal 23 gennaio si stanno moltiplicando, soprattutto su molti media italiani, notizie e ricostruzioni che riguardano le vicende connesse con le dimissioni del direttore del quotidiano cattolico italiano ‘Avvenire’, con l’evidente intenzione di dimostrare una implicazione nella vicenda del direttore de ‘L’Osservatore Romano’, arrivando a insinuare responsabilità addirittura del cardinale segretario di Stato. Queste notizie e ricostruzioni non hanno alcun fondamento.
In particolare, è falso che responsabili della Gendarmeria vaticana o il direttore de ‘L’Osservatore Romano’ abbiano trasmesso documenti che sono alla base delle dimissioni, il 3 settembre scorso, del direttore di ‘Avvenire’; è falso che il direttore de ‘L’Osservatore Romano’ abbia dato – o comunque trasmesso o avallato in qualsiasi modo – informazioni su questi documenti, ed è falso che egli abbia scritto sotto pseudonimo, o ispirato, articoli su altre testate.
Appare chiaro dal moltiplicarsi delle argomentazioni e delle ipotesi più incredibili – ripetute sui media con una consonanza davvero singolare – che tutto si basa su convinzioni non fondate, con l’intento di attribuire al direttore de ‘L’Osservatore Romano’, in modo gratuito e calunnioso, un’azione immotivata, irragionevole e malvagia. Ciò sta dando luogo a una campagna diffamatoria contro la Santa Sede, che coinvolge lo stesso Romano Pontefice.
Il Santo Padre Benedetto XVI, che è sempre stato informato, deplora questi attacchi ingiusti e ingiuriosi, rinnova piena fiducia ai suoi collaboratori e prega perché chi ha veramente a cuore il bene della Chiesa operi con ogni mezzo perché si affermino la verità e la giustizia”.
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E’ già una grande vittoria
di Rai Vaticano | 9 Febbraio, 2010
“Non cercare troppo la fama,
ma non cercare l’oscurita’.
Sii fiero,
ma non ricordare al mondo le tue imprese.
Eccelli quando puoi,
ma non eccellere sul mondo.
Molti eroi non sono ancora nati,
molti sono gia’ morti.
Essere vivi, si’, da udire questo canto,
e’ gia’ una grande vittoria”.
Da un canto tradizionale dell’Africa Occidentale. In “Gli stili del potere”, di James Hillman.
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TRACCE / 5 - Storie di ordinari abusi liturgici
di Rai Vaticano | 8 Febbraio, 2010
Non sembri strano ritenere che non pochi dei problemi attinenti alla prassi omiletica, nella liturgia, derivino da un atteggiamento del celebrante in sé lodevole, perché dettato - forse - da zelo e da volontà di spiegare i contenuti della fede e i testi ufficiali della preghiera. Spinti da tale fervore, non pochi sacerdoti ritengono di dover intervenire in molti punti della celebrazione liturgica, nell’intento di disporre l’anima dei fedeli ad atti di fede e di pietà.
È così che all’inizio della celebrazione un intervento - in genere non brevissimo - presenta il santo del giorno o i temi delle letture bibliche. Subito dopo c’è l’atto penitenziale, ed anche lì ad alcuni sembra opportuno un fervorino per disporre alla conversione, anzi alla metanoia, come ho sentito dire da un sacerdote, esperto di greco e di latino, impegnatissimo nel disquisire su questa importantissima categoria del pensiero cristiano di fronte a un gruppetto di piissime ascoltatrici.
Si passa, poi, alle letture, già in qualche modo presentate, come si è detto, all’inizio della celebrazione. Esse però - secondo alcuni - esigono spiegazioni speciali, da dare prima come introduzione, o dopo in tono di commento. Non esiste una regola generale quanto al tempo. Assistendo, alcuni anni fa, a una messa in giorno feriale nel duomo di Firenze, ho cronometrato un commento di 21 minuti: conservo la speranza che si tratti di un record.
Un discorso a parte merita l’uso - lodevolissimo - della preghiera dei fedeli. Ci sono libretti con formule preparate e in linea, in genere, con lo spirito dell’epoca liturgica in cui ci si trova. Lo zelo, però, spinge alcuni a mutare i testi o a introdurne di nuovi, naturalmente per toccare temi particolarmente sentiti o di attualità. Nelle rinnovate invocazioni si esprimono auspici e, in alcuni casi, accalorate sentenze sui doveri di determinate categorie di persone. L’ascoltatore attento avverte che il celebrante ha dei bersagli ben precisi dei quali disquisire ex cathedra. Un vecchio amico, scanzonato anche se molto pio, una volta mi disse: sto andando a messa e voglio sentire, alla preghiera dei fedeli, con chi il mio cappellano oggi se la prenderà.
Sempre a proposito di zelo interventista di sacerdoti peraltro ottimi, ho preso atto, in alcune situazioni, di fervorini disseminati anche in altri punti, come prima della recita del Padre nostro o della formula dell’ultima benedizione.
Si aggiunga che, in molti dei suddetti casi, lo zelo dell’oratore rende difficile prevedere l’appressarsi della conclusione, il che suppone, negli astanti, un indice di disponibilità all’ascolto di cui non tutti i mortali sono dotati.
Mi chiedo: ma è proprio illuminato lo zelo di chi dilata in questo modo la celebrazione, ponendo in ombra la cristallina chiarezza e la mirabile sobrietà dei nostri testi liturgici? Non sarebbe meglio non sovrapporsi alle formule del rito (chissà da quante persone e per quanto tempo pensate!), ma pronunciarle con impegno e con cura, in modo che il tono della voce e la tecnica della dizione documentino l’intima partecipazione dell’anima?
Una volta, a margine dei fatti sopra descritti, ho provato a formulare al protagonista alcuni sommessi interrogativi. Sono contento che la carenza di spazio mi impedisca di riferire la risposta che mi fu affibbiata. E sì che non mi riferivo a certe messe fai da te, delle quali non so se sia più giusto parlare o stendere su di esse un velo di silenzio e di pietà.
Giuseppe Cremascoli
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New age, vecchie storie
di Rai Vaticano | 8 Febbraio, 2010
“Dio pare aver cambiato posto. A forza di spallate la magia, le presunte conoscenze occulte, lo spiritismo tentano di avvolgerlo in un bozzolo sperando che nasca dalla crisalide la farfalla del ‘dio’ della new age: il “dio” cosmico che sboccerebbe in ciascuno di noi con la creativita’ personale e che si esprime nelle farneticanti scritture automatiche, nelle voci interiori che dettano messaggi, o, piu, semplicemente, nelle carte… La rivoluzione interiore della nuova religiosita’ o new age si riduce a ben poca cosa: ad una creativita’ senza freni, senza cultura, senza buon senso”.
Armando Pavese, “Come difendersi dai maghi”, ed. Piemme.
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Il posto dei cristiani in politica: parla il cardinale Tettamanzi
di Rai Vaticano | 6 Febbraio, 2010
“La vera questione del posto dei cristiani in politica non riguarda quale schieramento seguire o quale alleanza preferire, ma è quella di scegliere Cristo, ogni giorno, con una vita di fede autentica e, di conseguenza, con decisioni e comportamenti coerenti al Vangelo”.
Parla così il cardinale Tettamanzi di fronte agli amministratori delle istituzioni pubbliche di Milano e provincia. “Cristiani in politica, tutti responsabili di tutti” è il titolo scelto dall’arcivescovo. Che dice: lo so, in politica “il riferimento all’essere cattolici divide anziché unire”, e il pastore avverte tutta la fatica, il disagio e la sofferenza di cristiani che “non poche volte si contrappongono tra loro su ciò che li dovrebbe unire”. Ma proprio per questo occorre una risposta decisa. “Il posto dei cattolici è la stessa comunità cristiana”. Devono starci dentro, devono viverla. Non basta dirsi cristiani. Occorre esserlo. Anche perché è proprio stando dentro la comunità che il politico può avere quel legame forte con il popolo senza il quale non è possibile occuparsi validamente della cosa pubblica.
Ma c’è un secondo “posto” dei cattolici in politica, ed è la povertà. Proprio così: il posto nel quale i cristiani possono e devono costruire una casa comune è “il servizio ai più poveri”, intendendo con “poveri” tutti quelli che soffrono per forme di emarginazione, esclusione e solitudine.
In politica il cristiano che voglia impegnarsi deve essere preparato e continuare a prepararsi. “Non ci si può improvvisare al servizio degli altri. Non basta mettere in campo semplicemente facce nuove. Occorrono persone serie e competenti. Gli stessi partiti dovrebbero tornare a educare al senso alto della politica, non solo alle tecniche per conquistare il consenso. Se il partito si riduce a comitato elettorale la politica e la democrazia ne soffrono profondamente. L’impegno deve essere continuo, e deve coinvolgere anche gli stili di vita dei politici.
La Chiesa ha dunque, fra gli altri, anche il compito di suscitare questa vocazione alla politica come servizio. Non in forma di ingerenza, ma come guida, orientamento e sostegno. Sempre nel segno del bene comune. Nelle parrocchie, dice il cardinale “spesso si fatica a parlare di politica”, perché si ha paura delle contrapposizioni e delle accuse reciproche, ma questo è un segno di “immaturità e fragilità delle nostre comunità” e va combattuto.
Il territorio corre oggi il rischio della “desertificazione” culturale e morale. Serve un programma, ma soprattutto serve un’anima. E per ridare un’anima alle comunità serve, da parte di tutti, “un colpo d’ala”: più creatività, più dedizione, più coraggio.
La dimensione locale ha spesso un vantaggio rispetto a quella globale: mostra un volto più umano. Di conseguenza i problemi si fanno meno lontani e indistinti, e le soluzioni sono più facilmente individuabili. Ripartire dal locale è un’altra raccomandazione dell’arcivescovo, che propone come modello per amministratori e politici la figura del buon samaritano: uno che di fronte al bisogno, all’uomo colpito e derubato dai briganti, non si preoccupa tanto di ricostruire l’identikit dei colpevoli, ma di soccorrere e guarire l’aggredito. La tutela della sicurezza dei cittadini, annota il cardinale, non può certo ridursi al soccorso, ma l’altruismo pratico del samaritano indica la voglia di spendersi concretamente per il prossimo. E’ un esempio di servizio chiamato a declinarsi in varie forme. Perché solo il territorio “dove grande e costante è l’attenzione all’altro sarà un territorio davvero presidiato e dunque più sicuro”. Più abitabile non perché più controllato, più vivibile non perché più blindato, ma perché più umano.
Il cardinale non manca di sottolineare che il samaritano è uno straniero. Il sacerdote e il levita sono del posto, eppure si guardano bene dal soccorrere il ferito. Vedono, ma passano oltre. Lo straniero invece vede, si ferma ed ha compassione del viandante aggredito. L’evangelista fa capire che assalitori e aggrediti possono essere di qualsiasi nazionalità, lingua e religione. E così, dice il cardinale, è anche ai nostri giorni: “I reati che offendono le persone sono commessi sia da italiani sia da stranieri, e vedono come vittime sia chi abita le nostre città da tempo sia chi è venuto da poco”. E non dimentichiamo che sono proprio gli stranieri, spesso, a esercitare compiti di assistenza e di cura. Quei compiti dei quali noi non possiamo o non vogliamo più farci carico.
Tutti, conclude l’arcivescovo di Milano, devono fare la propria parte. La vera sicurezza dipende da questo clima di cura reciproca. E solo chi è solidale con il prossimo è autorizzato a usare con coerenza l’aggettivo “cristiano”.
Aldo Maria Valli
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Le panzanate dei vaticanisti
di Rai Vaticano | 5 Febbraio, 2010
Il caso Boffo/Feltri scuote la Chiesa? Sara’ anche vero, ma soprattutto scuote la credibilita’ di noi giornalisti. Sembra di leggere quel “Terzo Segreto” (anche questo inventato da alcuni fatimisti accesi) dove si parlava di preti contro preti, vescovi contro vescovi, cardinali contro il papa. E sul Soglio di Pietro sarebbe poi arrivato l’anticristo. Cupo e terrificante, bello magari per un film in 3D , ma tutto costruito sull’acqua, sulle sabbie mobili di una fantasia bacata, dei si dice, delle cose lette, spiluccate qua e la’, artatamente montate per i creduloni, taroccate.
Orbene, voi immaginate uno scontro e veleni fra l’attuale Segretario di Stato, il cardinale Tarcisio Bertone e il cardinale Bagnasco, cardinale che anche grazie a Bertone e’ diventato presidente della CEI? E cosa c’entra il direttore dell’Osservatore Romano, Gian Maria Vian, come oscuro emissario, un killer travestito da giornalista, che telefona, magari di notte a Feltri confermandogli che quello che ha sul tavolo ed inchioda Boffo ad una inconfessabile colpa e’ vero?
E poi cosa c’entra Ruini? E quali frutti di conversione puo’ portare un’alleanza Bagnasco-Ruini (quella descritta dai giornali) contro Bertone e i suoi sottoposti?
Qual e’ la posta in gioco?
A guardar piu’ attentamente, la posta in gioco e’ quella del ridicolo. Come ridicole sono quelle frasi virgolettate, assolutamente anonime, che raccoglierebbero i rumors, i pettegolezzi, i travasi di bile della nomenklatura ecclesiastica. Far dire senza citare e’ pessimo giornalismo, e’ giornalismo d’accatto e mi meraviglio che tanti direttori o capiredattori al desk lo permettano.
C’e’ da arrossire per questa vicenda. Una pagina nera del giornalismo italiano.
Giuseppe De Carli
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Il veleno di Feltri
di Rai Vaticano | 5 Febbraio, 2010
In tutta la vicenda Boffo il polverone circa la misteriosa, presunta “manina” che ha allungato a Feltri le poco lusinghiere notizie sull’ex direttore di Avvenire rischia di far perdere di vista il contesto, che è invece la cosa più interessante. E decisiva. Noi non sappiamo a chi appartiene la “manina” o la “manona”. Non sappiamo se appartiene a un’eccellenza della Chiesa o a qualcuno di simile, né sappiamo se sia mai esistita. A naso, sembra davvero strano che possa appartenere al direttore dell’Osservatore romano Gian Maria Vian, come sostengono alcuni. La ragione principale è che Vian è un galantuomo, ma poi che motivi avrebbe avuto di agire in un modo simile? Ammesso e non concesso che tra Vian e Boffo ci fosse della ruggine (personale o politica), perché il direttore dell’Osservatore avrebbe dovuto comportarsi così? L’Osservatore dipende dalla segreteria di Stato vaticana, quindi incolpare Vian vuol dire far risalire la colpa al cardinale Bertone, ma anche in questo caso la faccenda non sta in piedi.
Bertone, come tutti i comuni mortali, può commettere errori nell’esercizio delle sue funzioni, ma non ha bisogno di ricorrere a certi mezzi per far valere una linea. Qui si stanno infangando alcune persone con una leggerezza impressionante, e senza lo straccio di una prova. Cerchiamo dunque di tornare alla realtà dei fatti.
La condanna per molestie nei confronti di Boffo c’è stata, ed è una notizia che nell’ambiente girava
da almeno cinque anni. Circa questi fatti l’ex direttore di Avvenire, dopo essere rimasto a lungo in
silenzio, ha spiegato che lui ha coperto una persona che ha usato il suo telefono per fare le molestie, ma la spiegazione è stata tardiva e mai dettagliata.
Personalmente credo alla versione di Boffo. Resta tuttavia il fatto che se avesse chiarito subito non
ci sarebbero stati tanti polveroni e soprattutto lui non si sarebbe reso strumentalizzabile, come
purtroppo è avvenuto. Diverso è il caso dell’informativa allegata alla notizia circa la condanna.
Quell’informativa, relativa alla presunta omosessualità dell’ex direttore, si è rivelata un’emerita
patacca, come ha ammesso lo stesso Feltri, ma costituiva solo il contorno della notizia sulla
condanna per molestie. La quale notizia, ripetiamo, circolava da moltissimo tempo.
Ora è qui che bisogna prestare attenzione al contesto. Che è doppio: politico ed ecclesiale. Sul piano
politico l’attacco a Boffo è arrivato dal Giornale quando l’Avvenire ha incominciato a dimostrare la
nausea dei cattolici per i comportamenti personali del presidente del consiglio. La vicenda ha avuto questa origine ben precisa che non bisogna dimenticare. Boffo, reso strumentalizzabile, è stato usato a scopo politico per screditare la Chiesa che in quel frangente stava andando contro gli interessi del premier. Sul piano ecclesiale, invece, la vicenda è maturata con la fine del regno del cardinale Camillo Ruini alla guida della Cei, un regno nel quale Dino Boffo occupava una posizione di primissimo piano e, secondo molti uomini di Chiesa, spropositata. Non solo perché guidava sia l’Avvenire sia la televisione Sat 2000 sia la radio, ma perché di fatto era diventato nello stesso tempo collaboratore e interlocutore di Ruini espropriando la Cei delle sue funzioni di indirizzo editoriale e di controllo sui mass media di proprietà dei vescovi.E dobbiamo pensare che stiamo parlando di un impero che anche dal punto di vista economico rappresenta una realtà non di poco conto.
Per cui all’interno della Chiesa da molto tempo si levavano voci sempre più insofferenti nei confronti del ruolo di Boffo. Quando a Ruini è subentrato Bagnasco, logica e buon senso avrebbero voluto che anche Boffo, dopo un lunghissimo regno, facesse un passo indietro, ma certe posizioni non si abbandonano facilmente, e da parte della Cei c’è stata anche dell’inerzia. Il direttore è rimasto così al suo posto e, poiché purtroppo uno scheletro nell’armadio c’era, è stato usato. Sicuramente, occorre ripeterlo, per un motivo politico preciso, rispetto al quale il motivo ecclesiale diventa un elemento secondario.
La “manina” o “manona”, sempre che sia esistita, ha agito in modo sporco. Ma proprio il fatto che
abbia agito in modo sporco elimina dal novero dei possibili esecutori tutti coloro che non avevano
nessun motivo di sporcarsi le mani visto che avevano la possibilità di agire in modo pulito
semplicemente comunicando a Boffo che il suo mandato era arrivato alla fine. Il fatto è che ora
Feltri, per salvare se stesso in vista del “processo” che dovrà subire davanti all’ordine dei giornalisti
della Lombardia, sta sparando sui vertici della Chiesa.
Cartucce piene di veleno che mirano a screditare i vertici ecclesiali e a dividerli per dimostrare che
il marcio sta lì. Ed è questo un gioco al quale la Chiesa e i suoi uomini non dovrebbero prestarsi.
Aldo Maria Valli
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Veronesi e la religione
di Rai Vaticano | 4 Febbraio, 2010
“La religione impedisce di ragionare”: questa (se è vero ciò che riportano le agenzie di stampa) è la frase pronuciata poco fa dal celeberrimo scienziato Umberto Veronesi. Mi riesce francamente difficile replicare a una affermazione del genere, ed il motivo è molto semplice: per rispondere io dovrei costruire un ragionamento e, poiché io sono religioso (di fede cattolica apostolica romana), secondo quanto dichiarato da Veronesi non posso essere effettivamente in grado di ragionare. Proverò però a sforzarmi e - nonostante la mia fede - cercherò comunque di comportarmi da persona sufficientemente intelligente, perlomeno abbastanza intelligente da svolgere un ragionamento.
Vorrei anzitutto segnalare che è storicamente accertato che molti scienziati di grandissimo valore (addirittura di valore pari a quello di Veronesi) si sono apertamente dichiarati credenti. Ma la cosa più importante è che ciò non è affatto casuale. Se infatti l’uomo è convinto, come il cristianesimo insegna, che la creazione di Dio abbia un senso (non solo un senso “alto”, di carattere metafisico, ma anche fattuale, terreno), egli è allora naturalmente indotto a cercare questo senso, ad impegnarsi a comprendere attraverso la ricerca il funzionamento dell’Universo in tutte le sue parti e ragioni, perché da credente concepisce quell’Universo come una sensata opera di Dio; opera che Dio stesso, peraltro, gli chiede di amare e indagare, avendogli appositamente donata l’intelligenza per farlo.
Ne consegue che non è un caso nemmeno che la libera ricerca scientifica abbia prosperato in misura largamente maggiore rispetto ad altri luoghi proprio nelle parti del mondo (perlopiù in Occidente) in cui l’influenza del cristianesimo è stata più intensa e diffusa. Com’è poi noto, è specialmente nei conventi e nei centri religiosi che lungo molti secoli si sono compiute e tramandate opere culturali, letterarie, artistiche e scientifiche di immenso valore: senza l’esistenza della Chiesa (intesa sia come istituzione sia come popolo di Dio) tali opere non sarebbero nate o non sarebbero giunte fino a noi.
Il fatto interessante è però che opinioni del genere di quella espressa da Veronesi esercitano un certo fascino specialmente su individui che si ritengono liberi, aperti, emancipati e ”moderni”, proprio perché rifiutano la religione giudicandola una gabbia che, appunto, impedirebbe loro il ragionamento e li ridurrebbe a “mezzi uomini”. In realtà essi non sanno (o fingono di non sapere) che il loro atteggiamento non è affatto moderno: si richiama infatti direttamente, ancorché assai rozzamente, all’illuminismo, che non mi risulta si possa propriamente definire una corrente di pensiero “moderna”. E - cosa ancora più interessante - il modo in cui queste persone abbracciano tale corrente di pensiero è sommamente dogmatico: per esse davvero nulla al di fuori della ragione ha un senso, nulla al di fuori della scienza può orientare la nostra vita.
E’ il caso di constatare che tale atteggiamento di culto esclusivo della ragione (denominato scientismo) ha prodotto massacri immani, rivoluzioni materialiste e “proletarie” compiute in nome dell’Uomo Nuovo (naturalmente a-religioso) regolarmente finite in tragedia, nazismo pagano “scientificamente” orientato alla creazione della razza superiore ed altre bazzecole; le quali, peraltro, hanno riversato e continuano a riversare i loro frutti avvelenati anche su molte delle visioni socio-politiche (forse le maggioritarie) oggi presenti in Occidente.
Insomma: sembra che nel rifiutare la religione si compia un atto estremamente libero, elegante, acuto e moderno; e invece, a una analisi lievemente meno approssimativa, si scopre che da cattolici si è assai meno dogmatici di molti dei nostri cari “laicisti” e atei da combattimento. ”Poca scienza allontana da Dio, molta riconduce a lui”, ha detto il biologo Louis Pasteur (che mi pare fosse un sommo scienziato, se non erro). Voleva probabilmente dire che, prima di abbracciare certe opinioni in materia di Dio soltanto sulla base di certi “fatti” che ci sembrano evidenti (o in nome della liberazione da presunte coercizioni dogmatiche imposte dalla fede), sarebbe bene riflettere e approfondire un pochino la questione.
Scienziati come Veronesi meritano il nostro più sentito ringraziamento, e alla scienza (che rende migliori e salva le nostre vite) va tributata ammirazione e dato costante impulso. Ma la domanda è: è proprio necessario che gli scienziati si occupino di filosofia e di filosofia della scienza, che esprimano opinioni filosofiche e teologiche che esulano dal loro campo di ricerca? Ne dubito, visto che - vorrei ricordarlo - la scienza non indaga i fondamenti della nostra vita, del mondo, dell’essere: è la filosofia che lo fa, è la metafisica che - per definizione - si occupa delle ragioni ultime di tutte le cose. E le affermazioni filosofiche - se la filosofia è una cosa seria, come è - andrebbero discusse con argomentazioni valide, non con slogan ad effetto. (Per inciso: esiste un indirizzo di pensiero che nega la legittimità di qualsiasi asserzione di tipo metafisico: si tratta del neopositivismo logico, poi sviluppatosi in filosofia analitica, inaugurato nel famoso “Circolo di Vienna”, i cui principali iniziatori ed esponenti furono Carnap, Schlick, in parte lo stesso Wittgenstein ed altri. Ma anche questa è una posizione filosofica, e ciò riconferma l’assunto che alla filosofia competono determinate scelte). Tralasciando poi il fatto evidente a tutti - anzitutto all’uomo della strada, prima che al filosofo - che vivere di sola scienza, di sola ragione, è un abominio che nessun uomo potrebbe dichiararsi capace di sopportare. L’essere umano, quello vero, in carne, ossa e spirito, ha infiniti modi di “agitarsi” nella ricerca della verità, di usare la propria intelligenza e il proprio carattere per districarsi nel mondo e nei suoi enigmi: la scienza e la pura ragione sono soltanto alcuni tra questi modi, che andrebbero inoltre impiegati con molta cautela.
Ci sarebbe moltissimo altro da dire, ma per ora ritengo superfluo dilungarmi. Vorrei solo chiudere con due citazioni di uomini che hanno fatto della propria vita un omaggio alla genialità e una beffa alla superficialità degli “intelligenti”. Il primo è Ludwig Wittgenstein che, nel “Tractatus logico-philosophicus” (in cui tra l’altro affermava che “Su ciò di cui non si può parlare si deve tacere”: pensava forse a Veronesi?), asserì: “Noi sentiamo che, anche una volta che tutte le possibili domande scientifiche hanno avuto una risposta, i nostri problemi non sono ancora neppure toccati”. Grazie, scienza: ma ora fatti da parte, perché a ricercare il senso ultimo della mia vita ci penso io.
Il secondo è G.K. Chesterton (anche se non è del tutto pacifico che questa frase vada attribuita a lui): “Quando la gente smette di credere in Dio, non è vero che non crede in niente: crede in tutto”. Se nel nostro orizzonte Dio viene a mancare, ammonisce il Grande Convertito, allora ci si affida alla superstizione, agli oroscopi, alle fattucchiere. O perfino - Dio non voglia - alle parole in libertà di qualche scienziato molto “moderno”.
Rodolfo Lorenzoni
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Eterno riposo o quasi
di Rai Vaticano | 4 Febbraio, 2010
Bisogna essere onesti, amici del blog: nessuno, anche se animato da buone intenzioni, vuol sentire parlare del proprio naturale incontro con la “Signora della Falce”. Sì, ci siamo capiti, parlo proprio della morte. Già vedo qualche sorrisino scaramantico e i classici scongiuri, eppure è un appuntamento a cui non potremo mancare e per giunta saremo puntualissimi.
Credo, sinceramente, che bisogna pensarci spesso per capire la fortuna che abbiamo ad essere vivi. Comunque, voglio rassicurare che non sono diventato improvvisamente amante di cimiteri e funerali, ma una lunga conversazione l’altra sera con alcuni amici mi ha posto alcune riflessioni. Una volta c’era almeno la ceretezza che morendo si andava al cimitero, in terra o in un fornetto, oggi c’è anche un’altra possibilità: essere cremati.
Tutto è nato dal documento dei vescovi riuniti ad Assisi, in merito alla cremazione, in cui la Chiesa prende atto di questa volontà, sottolineando però che non sia compiuta in dispregio alla religione e che anche le ceneri abbiano un posto dignitoso dove riposare.
Non entro certo nel merito della decisione della Chiesa di avvallare legittimamente la cremazione in sé, ma faccio solo delle considerazioni da semplice fedele sulla questione di questa costumanza di come trattare il corpo del defunto.
Si dice che nei Vangeli non c’è alcun riferimento di Gesù sul tipo di sepoltura da dare ad un corpo. Facciamo allora una piccola premessa; scopo di un cristiano è fare della vita di Cristo un’ imitazione continua, la Sua vita è sempre uno stimolo per riflettere sulla nostra esistenza. Dunque, fatto questo preambolo, Cristo dopo morto non viene cremato, come accadeva tra alcuni popoli vicini, ma è seppellito ed è grazie alla sua sepoltura che Cristo risorge in Corpo e Spirito e come tale si presenta ai suoi discepoli e infine in Corpo e Spirito ascende alla “destra del Padre”. Lo stesso dicasi per Maria che viene assunta in cielo, anche Lei in Corpo e Spirito e non come un pugnetto di cenere.
Sono argomenti che possono ignorare tranquillamente i non credenti, ma un cattolico non li può ignorare: fanno parte del suo stesso essere Chiesa.
La dottrina ci insegna che il corpo non è nostra proprietà, ma è un dono del Creatore, non possiamo trattarlo con disprezzo, essendo, nonostante i nostri peccati, il luogo dove alberga lo Spirito Santo ed è santificato attraverso le nostre comunioni sacramentali. Dunque è sacro per sua natura, al di là di come abbiamo condotto la nostra vita.
Ancora nel 1926 veniva definita la cremazione, con un decreto del Sant’Uffizio, “empia e scandalosa e quindi gravemente illecita”, ma anche nella Chiesa le opinioni cambiano. Nel 1963, in piena fase conciliare, Paolo VI, con apposita bolla, dichiarò la libertà della pratica cremazionista, perché “non tocca l’anima, non impedisce all’onnipotenza divina di ricostruire il corpo”, anche se ancora nel il Codice Canonico in vigore sino all’inizio del 1983 si stabiliva che “chi ha disposto che il suo corpo sia bruciato, se prima di morire non ha dato qualche segno di pentimento, sia privato della sepoltura ecclesiastica”.
Ma cosa spinge l’uomo a fare una scelta, parlo sempre di un credente, sapendo che quel corpo è stato destinato alla sua santificazione?
Il costume di seppellire i morti deriva dall’idea evangelica e paolina del “seme interrato e del corpo seminato corruttibile e risorgente immortale” (1Cor 15,42). La inumazione cristiana imita soprattutto, come abbiamo visto, la sepoltura di Cristo e non è ammessa alcuna dispersione volontaria, come, ad esempio, le ceneri disperse nel luogo amato dal defunto. Per la dottrina cristiana, anche dopo la morte la persona umana conserva la propria identità e la propria individualità, non si “disperde” nell’universo.
In conclusione pongo ai lettori del blog anche un’altra riflessione: per la legge italiana se l’interessato non ha lasciato alcun chiara volontà di essere cremato lo possono fare liberamente i parenti. Non credo, sinceramente, che questo sia apprezzato dal defunto e tanto meno credo che questo sia sinonimo di progresso e di libertà!
Antonello Cannarozzo
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Comunicare, equivocare
di Rai Vaticano | 4 Febbraio, 2010
“Non c’e’ pensiero che sia immune
dalla sua comunicazione.
E basta formularlo in modo equivoco
per minare la sua verita’ “.
Theodor Adorno, “Minima moralia”.
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